Attacco a Parigi: gli obiettivi dei terroristi

14 Novembre 2015

Di Marco Lombardi, Unviersità Cattolica e ISPI

 

Non è Madrid. E’ Parigi. Il giorno 11 marzo 2004, 10 bombe su 4 treni fanno 191 morti a Madrid. Il giorno 13 novembre 2015, 7 attacchi militari fanno almeno 120 morti a Parigi. Simili eventi per estensione, per gravità, per impatto e per la matrice islamista. Ma quella di Parigi è un’azione militare, coordinata e condotta sul terreno, favorita con numerosi segnali veicolati dalla comunicazione di IS da mesi. Probabilmente condotta da personale appartenente alla schiera dei combattenti di ritorno, addestrati al CQB (Close Quarter Battle) nelle città siriane e indottrinati via rete: personale diffuso e presente in tutti i paesi europei, mimetizzato nelle strade in cui porta la distruzione, una minaccia operativa attiva e perdurante. Parigi non è Madrid neppure per le motivazioni dell’attacco: qui non si tratta di incidere su un processo elettorale o fare cambiare un atteggiamento politico del governo.

A Parigi si è voluto avviare il processo di conquista del territorio europeo per collocare la prima pietra della Wilaya Europa, terra del Califfato.

Non è una dichiarazione di guerra. E’ un atto di guerra. Sono ormai anni che si sta combattendo una guerra ibrida, cioè pervasiva, diffusa e delocalizzata, senza regole condivise tra i partecipanti che sono eserciti con o senza divisa, terroristi e criminali, media e tanti altri. Non abbiamo voluto vedere questa guerra finora combattuta lontano dalle nostre case. Essa è ormai arrivata a Parigi dentro all’Europa e nel prossimo futuro possiamo aspettarci che la si combatta ancor più nelle sue strade. Affrontare da questo punto di vista la questione è utile in termini di consapevolezza necessaria: immediatamente dopo gli attacchi allo stadio, ai bar e ristoranti, al teatro di Parigi si è detto che è un attacco allo stile di vita occidentale. E ciò è vero. E di conseguenza si è data una sorta di risposta automatica che suona: “ma noi non dobbiamo cambiarlo”. E ciò è parzialmente vero. Perché sarà forse utile cambiarlo come si è sempre fatto in tempo di guerra: per riaffermarne la bontà del nostro modo di vivere, oggi dobbiamo essere capaci di difenderlo, consapevoli che un nemico esiste e che lo si combatte.

Non è l’attacco di un gruppo terroristico. E’ l’uso del terrorismo come strumento della guerra ibrida. Il terrorismo, in quanto organizzazione, si pone l’obiettivo di modificare l’ordine costituito utilizzando il terrore come strumento, colpendo infrastrutture e popolazione. Lo Stato Islamico non vuole semplicemente modificare l’’ordine esistente: il Califfato persegue il processo di espansione che lo caratterizza non attraverso la modifica del sistema e l’assorbimento della popolazione, ma attraverso l’espulsione di entrambi. Gli obiettivi del Califfato vanno bene oltre a quelli del terrorismo che ha prodotto le definizioni che oggi stiamo ancora usando e che, pertanto, sono inadeguate. Ma del terrorismo esso usa gli strumenti, raffinati nella devastante capacità di colpire, in un quadro di colonizzazione dell’Occidente che non offre possibilità di negoziazione politica tra le parti: il Califfato opera la pulizia etnica e religiosa e attira nuova coloni nelle terre che conquista.

Non è un attacco alla Francia. E’ un attacco all’Europa. In questo caso non si tratta di lasciare “sola” o meno la Francia nella risposta, né si tratta di dichiarare solidarietà. Si elabori piuttosto una strategia che non può che essere europea per avere qualche possibilità di successo. Non ci sono muri possibili di contenimento della minaccia che possano essere elevati dentro all’Europa: questi muri, nel caso, solo frammenterebbero il Continente, favorendo gli attacchi di IS. La risposta deve essere coesa non sul piano morale e dichiarativo dell’unità, che resta un presupposto, ma sul piano politico, strategico e militare dell’azione.

 

Il testo è stato precedentemente pubblicato sul sito ItsTime

 

RAPPORTI ISPI SUL TEMA

 

L'Italia e la minaccia jihadista. Quale politica estera?

 

L’ascesa di IS in un vasto territorio tra Siria e Iraq e la competizione innescatasi all’interno della galassia jihadista della vecchia al-Qaida sembrano attivare dinamiche di concorrenza/coesistenza che hanno conseguenze molto rischiose per un’intera area geopolitica affetta da un’instabilità che già costituiva un terreno fertile per la proliferazione di gruppi radicali. La minaccia, che sta assumendo sempre più connotazioni di territorialità, sembra coinvolgere in particolare un vasto spazio di prossimità – che va dai Balcani sino al Maghreb – di grande interesse per l’UE e l’Italia in particolare.
Nella prima parte il Rapporto analizza la natura di questa minaccia e la sua reale portata, osservando quelle aree geopolitiche di permeabilità alla stessa in relazione agli attori locali e agli interessi italiani. Nella seconda si approfondiscono le implicazioni per la nostra politica estera e di difesa e sicurezza in senso ampio, cercando di fornire alcuni spunti di policy nell’ottica dell’azione internazionale dell’Italia.

Stefano M. Torelli, Ph.D. in Storia delle Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza di Roma, è Research Fellow dell’ISPI e docente a contratto di Storia e Istituzioni del Medio Oriente allo IULM di Milano.
Arturo Varvelli è responsabile del Programma Terrorismo dell’ISPI. È Ph.D. in Storia Internazionale presso l’Università degli Studi di Milano. È docente a contratto di Storia e Istituzioni del Medio Oriente allo IULM di Milano.

 

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Twitter e jihad: la comunicazione dell'Isis

 

 

Social Media, video, riviste digitali, radio locali, pamphlet e manifesti: Isis si è dimostrato capace di adattare la sua strategia di comunicazione per rafforzare il suo potere locale, reclutare nuovi combattenti o influenzare le opinioni pubbliche degli stati occidentali e arabi. Non soltanto immagini di guerra ed esecuzioni sommarie, ma anche una propaganda costante per dimostrare di controllare il territorio ed essere in grado di provvedere ai bisogni dei cittadini.
Questo volume è il primo in Italia ad analizzare in maniera scientifica e interdisciplinare la propaganda dello Stato Islamico, grazie al contributo di ricercatori, esperti di comunicazione e giornalisti. Lo scopo è di fornire un quadro esaustivo sul tema, combinando una puntuale disamina dei riferimenti storici e simbolici presenti nei video di Isis a un’attenta analisi delle tecniche di montaggio e post-produzione.  
Infine, il volume presenta alcuni materiali provenienti dai territori controllati del sedicente califfato. Tali documenti consentono di comprendere meglio la propaganda interna allo Stato Islamico e la sua strategia per creare una narrazione del nemico che sia funzionale al proprio disegno ideologico.

 

Monica Maggioni, giornalista. Da gennaio 2013 è direttore di Rainews. Dalla fine degli anni Novanta si è occupata di crisi in giro per il mondo dall’Iraq, all’Iran, all’Afghanistan. Ha raccontato gli Usa, incontrato capi di stato, pacifisti e terroristi. 

Paolo Magri, vicepresidente esecutivo e direttore dell'Ispi, docente di Organizzazione internazionale all’Università degli Studi di Pavia.

 

 

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L'Italia e il terrorismo in casa: che fare?

Negli ultimi mesi la questione del jihadismo globale e le sue dinamiche sul nostro territorio sono tornate al centro del discorso nazionale con un’intensità paragonabile ai mesi successivi agli attacchi dell’11 settembre 2001. L’avanzata dello Stato Islamico in Siria e Iraq, con il suo corollario di stragi e brutalità medievali, pare essersi estesa ora alla Libia, portando la minaccia pericolosamente vicina alle nostre coste. Al tempo stesso le autorità monitorano una scena jihadista autoctona ancora di dimensioni ridotte rispetto ad altri paesi europei, ma che comunque ha prodotto decine di foreign fighterscentinaia di simpatizzanti del jihad attenzionati come potenzialmente pericolosi. Cosa fare davanti a questa crescente minaccia? L’Italia non è impreparata e possiede un’esperienza, conoscenze tecniche, personale e una struttura legislativa adeguata. Ma è chiaro che la nuova minaccia impone dei cambiamenti. Il presente volume si pone come inizio di un dialogo costruttivo sulla materia. Sei tra i più noti esperti italiani in materia analizzano varie criticità del sistema antiterrorismo italiano, dagli aspetti operativi alla necessità d'introdurre politiche di de-radicalizzazione in linea con gli altri paesi europei, fornendo spunti importanti per un dibattito che ci accompagnerà negli anni a venire. 

Lorenzo Vidino, Ph. D, è uno dei massimi esperti di islamismo e violenza politica in Europa e Nord America. Visiting Fellow all'ISPI, ha lavorato come professore e ricercatore presso RAND Corporation, Harvard University e la National Defense University.

 

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