Terrorismo in Iran. Un’analisi di contesto

08 Giugno 2017
(Foto: Panoramio)

Il terrorismo questa volta ha colpito l’Iran, e lo ha fatto nel cuore del paese, attaccando due dei suoi luoghi più simbolici: il Parlamento (il Majles, l’assemblea consultiva islamica) e il mausoleo del fondatore spirituale e politico della Repubblica islamica, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. I due attentati coordinati, rivendicati dallo Stato Islamico (IS), arrivano in un momento di crescente tensione nel Golfo, ad appena due giorni dall’isolamento del Qatar da parte dell’Arabia Saudita e altri paesi sunniti, nonché a poche settimane dal viaggio in Medio Oriente di Donald Trump, che sembra a tutti gli effetti aver rinvigorito un fronte anti–iraniano volto a contenere la crescente influenza di Teheran nella regione. 

 
Terrorismo in Iran: quali precedenti?
Nel corso della sua storia la Repubblica islamica non è stata immune da sanguinosi attentati terroristici, molti dei quali classificati come terrorismo di stato. Nel decennio 1988–1998 l’Iran è stato scosso da una serie di omicidi politici di dissidenti e intellettuali – i cosiddetti chain murders – nei quali avrebbero perso la vita almeno 80 persone. Al contempo, l’Iran è stato a sua volta obiettivo di attacchi terroristici perpetrati tanto da dissidenti politici in opposizione al regime quanto da gruppi mossi da istanze locali talvolta affiliati a entità jihadiste transnazionali. Nei primi anni di vita della Repubblica islamica la principale organizzazione responsabile di attacchi terroristici su territorio iraniano fu quella dei Mujaheddin–e Khalq, organizzazione di stampo marxista–islamista che, dopo aver giocato un ruolo importante durante la rivoluzione, è stata poi messa fuori legge. Il gruppo, che era nell’elenco delle organizzazioni terroriste rispettivamente di Unione europea (fino al 2009) e Stati Uniti (fino al 2012), si autoproclama tutt’oggi Governo ufficiale iraniano in esilio. Il loro ultimo grande attentato risale però al 2001 a Teheran. Altre minacce terroristiche in Iran sono costituite dall’ala militante del movimento nazionalista curdo del PJAK, sorto tra le montagne al confine tra Iran e Iraq nel 2004 e che negli ultimi mesi si è reso protagonista di una serie di azioni di sabotaggio e scontri contro le forze di sicurezza iraniane nella provincia del Kurdistan iraniano. In Sistan–e Baluchistan, e più in generale nelle province di confine con il Pakistan e l’Afghanistan, sono invece attivi diversi gruppi terroristici che, mossi da istanze principalmente locali, hanno in seguito abbracciato l’ideologia jihadista. Il primo di questo tipo fu Jundullah, organizzazione terroristica frammentatasi poi in diversi gruppi. Tra questi Jaish al–Adl sembra il più attivo.
 
Perché IS colpisce in Iran?
Fino a ieri l’Iran era uno dei pochi paesi della regione a non aver subito attacchi terroristici da parte dello Stato Islamico sul proprio suolo, nonostante sia stato uno dei bersagli principali della propaganda dell’organizzazione terroristica fin dalla sua auto–proclamazione. Questo sia per la forte ostilità dello Stato Islamico verso l’Islam sciita – che in Iran è religione ufficiale (leggi l’ISPI Analysis) – sia per il supporto di Teheran al regime siriano di Bashar al–Assad e alle milizie irachene sciite (PMU) che, intervenute ufficialmente a sostegno dell’esercito regolare iracheno e della coalizione globale anti–IS a guida USA, sono state cruciali per la riconquista dei territori controllati dal Califfato. Tra le motivazioni plausibili dell’attacco, vi sarebbe dunque anche quella di una chiara ritorsione per l’impegno iraniano in Iraq e nella regione. Fin dal 2015 in Iran sono stati diffusi appelli e pubblicazioni in lingua persiana da parte dello Stato Islamico: lo scorso marzo IS ha diffuso un video in persiano in cui faceva appello alla minoranza sunnita iraniana per insorgere contro il regime sciita e da allora ha iniziato a pubblicare la propria rivista Rumiyah anche in persiano. Nei mesi scorsi i servizi di sicurezza iraniani hanno smantellato diverse cellule terroristiche e sventato numerosi attacchi. Se fino a ieri l’Iran era rimasto immune è in parte merito del lavoro dell’anti–terrorismo iraniano e in parte dovuto alla scarsa presa che la propaganda di IS può avere sulla comunità sunnita iraniana. Una minoranza religiosa del 5–10% sul territorio nazionale che diventa significativa in alcune province di frontiera (il Sistan–e Baluchistan nel sud–est, parte del Golestan e Khorasan a nord–est, il Kurdistan e l’Azerbaigian nel nord–ovest del paese), a cui si associa anche una condizione etnica (principalmente curda, turcica e baluci) minoritaria rispetto alla maggioranza persiana del paese. Queste minoranze sunnite si sono spesso ritrovate in una condizione di marginalizzazione politica, con ripercussioni anche economiche, motivo per il quale in seno a queste comunità si sono spesso sviluppati movimenti di insorgenza anche armata. Lo stato di marginalità della minoranza sunnita è stato oggetto di attenzione di Rouhani, che per la prima volta ha nominato un sunnita come vice–ministro, ottenendo in cambio un forte sostegno politico da quelle zone durante le ultime elezioni. Va comunque segnalato che nell’ultimo anno sono aumentate le notizie (non verificate) di campagne di reclutamento di iraniani da parte dell’IS – principalmente tramite canali di messaggistica come Telegram – per operazioni sia sul suolo iraniano che in altri teatri regionali, dall’Afghanistan alla Siria.
 
Quali ripercussioni interne?
Il popolo iraniano, recatosi alle urne il 19 maggio, ha scelto di riconfermare la propria fiducia all’approccio moderato del presidente Hassan Rouhani. Questo attacco ai simboli del paese rischia però di destabilizzare il già fragile equilibrio tra conservatori e moderati a favore dei primi. Nonostante la Guida Suprema Khamenei e lo speaker del Parlamento Ali Larijani abbiano sminuito la portata dell’evento (solo “fuochi d’artificio”), si possono già intravedere delle ripercussioni interne. Tra gli scenari che è possibile tracciare, vi è dunque quello del rafforzamento del sostegno popolare alle fazioni più conservatrici, in particolar modo le Guardie rivoluzionarie, le prime a difendere il paese dagli attacchi esterni. Inoltre, dovesse essere effettivamente confermato il ruolo di IS negli attacchi, ci si potrebbe attendere un maggior coinvolgimento di Teheran sui fronti siriano e iracheno per contenere e sconfiggere non solo lo Stato Islamico, ma anche milizie sostenute dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati, che Teheran ritiene responsabili di quanto accaduto ieri.
 
Una “conseguenza” del viaggio di Trump?
Questi attacchi cadono a poco più di due settimane dal viaggio di Trump in Medio Oriente. Chiunque sia il responsabile dell’attacco di ieri, una cosa sembra essere certa: uno degli obiettivi principali sembra essere quello di destabilizzare il paese e farlo apparire poco sicuro, facendolo riprecipitare nell’isolamento regionale da cui sta lentamente cercando di uscire dopo l’accordo sul nucleare del 2015. Questo sembrerebbe essere proprio l’obiettivo dell’Arabia Saudita, “benedetto” da Trump a più riprese e in particolare in occasione del summit di Riad dello scorso 20 maggio. Durante la sua visita in Arabia Saudita, il presidente USA ha infatti lanciato insieme ai paesi presenti una nuova alleanza anti–terrorismo con chiare connotazioni settarie, additando l’Iran sciita come principale responsabile dell’instabilità e del terrorismo regionale. Così facendo, Trump ha finito per dare piena legittimità alla visione saudita che equipara la lotta contro il terrorismo jihadista a quella contro l’influenza iraniana nella regione. E le prime conseguenze non hanno tardato a manifestarsi: dapprima la famiglia regnante del Bahrein ha rafforzato la repressione nei confronti della popolazione – a maggioranza sciita – arrivando a chiudere l’ultimo grande gruppo dell’opposizione, il partito Wa‘ad. Successivamente l’Arabia Saudita, a capo di altri paesi musulmani sunniti, ha interrotto tutti i rapporti diplomatici con il Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo e di avere legami con l’Iran. Nonostante lo stesso Trump avesse promosso il proprio viaggio in Medio Oriente come “una rara opportunità per portare sicurezza, stabilità e pace” nella regione, la tappa in Arabia Saudita sembra avere dato nuovo vigore al fronte anti–iraniano guidato da Riad. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sembrano avere interpretato questo rinnovato impegno americano a loro favore come una sorta di via libera per la neutralizzazione di qualsiasi tipo di opposizione volta a indebolire il fronte unitario contro quella che viene percepita come una crescente influenza iraniana nella regione. Difficilmente tale situazione può essere considerata come una premessa per la costruzione della “stabilità e della pace” nella regione.
 
Le reazioni sul piano internazionale
Nella reazione più attesa, quella della Casa Bianca, giunta ieri a fine giornata, non è mancata una critica rivolta al regime iraniano, accusato di promuovere il terrorismo di cui è ora rimasto vittima. Più pacati sono invece stati i messaggi di cordoglio giunti dai vicini del Golfo. È però significativo che l’attacco di ieri arrivi a poche ore di distanza del commento del Ministro degli Affari esteri saudita al–Jubeir in cui aveva nuovamente accusato l’Iran di essere il primo paese sponsor del terrorismo e di meritare una punizione per le sue interferenze regionali. Una dichiarazione in netto contrasto con l’offerta di dialogo proveniente dalla squadra di governo di Rouhani. Infine, incisiva e immediata è stata la reazione dell’Unione europea, con l’Alto Rappresentante Mogherini che ha subito ribadito la propria vicinanza all’Iran. L’Europa in questo momento ha tutto l’interesse a ribadire il proprio sostegno allo sforzo portato avanti da Mogherini di un dialogo regionale che vede coinvolti sia Arabia Saudita sia Iran per stabilizzare la regione.
 
Oltre la narrativa sunniti vs sciiti
Secondo una lettura diffusa, l’azione dell’IS (movimento integralista sunnita) contro l’Iran sciita sembrerebbe basarsi soprattutto sulle differenze intra–religiose del mondo islamico. Da un lato, è indubbio che l’organizzazione di al–Baghdadi abbia fatto della battaglia contro gli sciiti, reputati apostati, uno dei propri marchi di fabbrica. Tuttavia, è importante notare che, per il Califfato, la strumentalizzazione di queste differenze appare anche funzionale a una propaganda che punta a rappresentare l’IS come il campione del sunnismo. Dall’altro lato, benché non possa essere sottostimata la pervasività della polarizzazione identitaria all’interno del mondo islamico, quello che viene spesso rappresentato come un generico scontro tra sunniti e sciiti, sembra però in larga parte innescato – ed esacerbato – anche dallo scontro geopolitico fra Arabia Saudita e Iran, soprattutto nel contesto della spirale di tensione in cui sembra avvitarsi la regione del Golfo in questo momento. Proprio in tale scontro torna infatti in primo piano il tema della politicizzazione – e della contestuale strumentalizzazione – delle identità cultural–religiose o etniche nella difesa di sfere di influenza e interessi che vanno ben al di là del confronto sul piano eminentemente religioso e dottrinale. Su questi temi e nel tentativo di ridimensionare i tratti più superficiali della narrativa che vuole leggere gli eventi in corso attraverso l’unica lente dello scontro tra sunniti e sciiti, ISPI pubblicherà il volume, curato da Massimo Campanini e Stefano Torelli, Lo scisma della mezzaluna. Sunniti e sciiti, la lotta per il potere, disponibile in libreria dal 20 giugno.