Olanda al voto: tensioni con Ankara e rischio populismo

13 Marzo 2017
(Foto: Reuters/Heinz-Peter Bader)

Mentre infiamma la crisi diplomatica con Ankara, mercoledì 15 marzo l’Olanda va alle urne per eleggere la Camera dei Rappresentanti e formare il nuovo governo. Un appuntamento che sta catalizzando l’attenzione di tutta l’Europa perché avviene in un periodo molto delicato per il futuro dell’UE. Quelle olandesi sono infatti le prime di una serie di elezioni nazionali che nel corso del 2017 potrebbero ridefinire il quadro politico europeo, soprattutto se venisse confermata l’avanzata dei movimenti populisti ed euroscettici. Le elezioni avvengono inoltre nello stesso periodo in cui Londra avvia la Brexit e Roma celebra i 60 anni dei Trattati europei. L’esito dell’appuntamento elettorale potrà fornire un primo segnale del clima politico che si respirerà in Europa nei prossimi mesi. In corsa, oltre al primo ministro uscente Mark Rutte, c’è Geert Wilders, alla guida di una forza anti-establishment, fino alla settimana scorsa in testa ai sondaggi. 

Perché le elezioni olandesi sono importanti?
L’Olanda è uno dei membri fondatori dell’Unione Europea ed è uno dei più stabili e prosperi paesi dell’eurozona.

Il paese è sotto i riflettori da diversi mesi perché le prossime elezioni potrebbero sancire la prima vittoria elettorale di una forza anti-establishment. Da qualche anno infatti l’Olanda sta attraversando una fase politica di grande incertezza, che ha portato a un progressivo spostamento dell’asse politico verso posizioni più identitarie e sovraniste.

Tutto ciò malgrado dal 2009 l’economia olandese abbia ripreso a crescere, nel 2016 del 2%, grazie alla spinta della domanda interna, il suo debito pubblico risulti sotto controllo (al 77,9% del PIL), e il tasso di disoccupazione sia tra i più bassi d’Europa (pari al 6,9%) e in costante diminuzione. Risultati conseguiti dal governo guidato dal 2012 da Mark Rutte, grazie all’accordo tra il partito progressista e quello conservatore. Nonostante il paese sia conosciuto in tutto il mondo per la sua tradizionale tolleranza e le sue politiche marcatamente liberali, negli ultimi 20 anni ha assistito all’ingresso sulla scena politica di una rilevante fronda xenofoba.

 
 
Qual è il programma politico di Wilders?
La proposta politica del Partito per la Libertà (PVV) per queste elezioni è piuttosto variegata, sebbene sia riassunta in un programma politico di una sola pagina. Al primo punto Wilders propone la de-islamizzazione del paese e, all’ultimo, il dimezzamento delle tasse sull’automobile, passando per l’uscita dall’Unione Europea, l’interruzione dello stanziamento di fondi per l’aiuto allo sviluppo e nuovi ed ingenti finanziamenti al settore della difesa.

Nel complesso, si tratta di ricette molto diffuse tra le forze anti-establishment europee, che hanno spesso visto in Wilders un modello politico al quale ispirarsi.

Un punto fondamentale del PVV fin dalla sua creazione, avvenuta nel 2006, è l’uscita dell’Olanda dall’Unione europea. Complici anche gli attentati avvenuti nel cuore dell’Europa, il suo leader e fondatore Geert Wilders è stato capace di concentrare l’attenzione politica su temi a lui cari, come la questione migratoria, l’accordo di partenariato tra Unione europea e Turchia e l’insufficienza degli investimenti in sicurezza. Una delle campagne di maggior successo portata avanti dal PVV è stata quella per il rifiuto dell’accordo di partenariato europeo con l’Ucraina, successivamente respinto dal voto popolare olandese e perciò accantonato dalle autorità comunitarie.

 
 
Ma può realmente vincere?
Fino alla settimana scorsa, il PVV risultava in testa ai sondaggi con circa il 17% delle intenzioni di voto. A seguire, vi era il partito conservatore di Mark Rutte, oggi indicato come primo partito.

 

Il sistema elettorale olandese, proporzionale senza soglia di sbarramento, impone la creazione di un governo di coalizione, che viene formato con il sostegno di partiti che, in seguito al risultato delle elezioni, trovano un accordo attorno a un programma politico e alla figura di un primo ministro. Se le elezioni dovessero essere in linea con gli ultimi sondaggi, come si può evincere dal grafico, si avrebbero ben 7 partiti con più di 10 seggi: considerando la necessità di avere una maggioranza di almeno 76 seggi per la formazione di un governo, si preannuncia un periodo post-elettorale piuttosto difficile.

Il PVV oggi sembra mancare di un allineamento ideologico con altri grandi partiti che potrebbero concorrere alla formazione di un governo, tranne che con il partito conservatore di Mark Rutte, con il quale esiste una convergenza su alcuni temi ma che ha categoricamente escluso una possibile alleanza. A complicare il quadro, vi è anche la dichiarata intenzione dei socialisti (SP) di non formare alleanze con il partito conservatore. Dal canto suo Wilders è un fervido oppositore del poldermodel – il modello di democrazia consensuale che caratterizza il processo decisionale olandese e che mira a trovare un accordo con il maggior numero di attori politici – e non sembra quindi interessato a eventuali alleanze post-voto.

Uno degli elementi che gioca a sfavore di Wilders è il carattere radicale delle sue proposte, che nelle ultime settimane sta spingendo l’elettorato moderato verso il partito conservatore, ago della bilancia della politica olandese da ormai diversi anni. Consapevole dei numerosi ostacoli, la più grande conquista che Wilders sembra voler ottenere non è tanto la guida del paese, quanto la legittimazione del suo partito come principale forza di opposizione del paese.

La possibilità più concreta è che si formi una grande coalizione composta da numerosi partiti tradizionali, che escluderebbero quindi Wilders dalle funzioni governative.

 
 
Oltre l’Olanda, come vanno
i partiti anti-establishment?
In tutta Europa sembra stia andando affermandosi una crisi sistemica dei partiti tradizionali, in particolare di quelli che sono stati al governo negli ultimi anni e una crescita dei partiti populisti.

In Francia, il partito di Marine Le Pen potrebbe vincere il primo turno delle presidenziali di aprile, anche se non dovrebbe prevalere al secondo turno, almeno stando alle ultime rilevazioni. In Italia, il Movimento 5 Stelle è il primo partito e mira a divenire forza di governo. In Spagna, nonostante la riconferma di Rajoy, continuano a guadagnare forza i movimenti regionalisti, come quello catalano che ha lanciato per settembre un referendum per l’autonomia. Nel Regno Unito i sondaggi confermano l’UKIP come terza forza del paese, stabilmente sopra il 10% di consensi. In controtendenza, la Germania con la crescita improvvisa dei socialdemocratici dopo l’avvicendamento tra Sigmar Gabriel e Martin Schulz, fino allo scorso dicembre presidente del Parlamento europeo, e allo sgonfiamento del partito anti-establishment AfD che in pochi mesi è passato dal 15% al 10%.

 
Perché l’Olanda ha vietato
i comizi del ministro turco?
Sulla scia di quanto già avvenuto in Germania, l’Olanda ha vietato lo svolgimento di comizi elettorali in vista del referendum costituzionale turco del 16 aprile da parte del ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu sul proprio territorio. L’acceso clima pre-elettorale in vista del voto di mercoledì ha senz’altro inciso sulla scelta delle autorità olandesi, in un paese in cui un crescente populismo e discorsi dal sapore xenofobo di una parte degli schieramenti politici sembrano avere acquistato maggiore influenza.

Sul fronte internazionale, questa decisione ha portato a una escalation di tensione con il governo di Ankara. L’incidente diplomatico ha contribuito a rinsaldare lo spirito nazionale turco e il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha minacciato forti ripercussioni nelle relazioni bilaterali. Se resta da vedere quali misure in concreto il governo turco metterà in atto, non bisogna dimenticare che da oltre dieci anni i Paesi Bassi sono il più importante investitore in Turchia: nel 2015 gli investimenti olandesi ammontavano a 11,3 miliardi di dollari, che rappresentano il 36,8% del totale degli investimenti diretti esteri nel paese. Non si esclude inoltre che ci possano essere dei riflessi negativi sull’accordo sui migranti del marzo 2016, che già in altre occasioni il presidente turco aveva minacciato di sospendere nel quadro più ampio della prolungata crisi delle relazioni con l’Unione europea.