Venezuela nel baratro

02 Agosto 2017
Credits: reuters

L’arresto di ieri dei due leader dell’opposizione, il sindaco di Caracas Antonio Ledezma e Leopoldo López (erano già ai domiciliari), segna una nuova svolta nella crisi venezuelana. Da aprile infatti si sono intensificate le proteste contro il presidente Nicolás Maduro in seguito al suo annuncio di voler ridurre i poteri del Parlamento. Alle parole di condanna della quasi totalità della comunità internazionale – solo la Russia, oltre ai membri principali dell’Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA) ha sostenuto apertamente il nuovo progetto di Maduro – sono già seguiti i primi fatti. Infatti, dopo quelle degli Stati Uniti, anche l’Unione Europea valuta l’imposizione di sanzioni contro il governo venezuelano. Negli ultimi mesi, ISPI si è occupato di analizzare le dinamiche della crisi sia con pubblicazioni che con eventi pubblici.

Cosa sta succedendo?

La situazione in Venezuela si fa sempre più complicata. L’ultima ondata di proteste è iniziata il 4 aprile in seguito all’annuncio del presidente Maduro, poi ritirato, di voler ridurre i poteri del Parlamento, controllato dalla coalizione dei partiti di opposizione (Mud). Nonostante il passo indietro del governo, da quel giorno per le strade di Caracas continuano a sfilare le opposizioni che denunciano una stretta sulle libertà personali e chiedono nuove elezioni. Le tensioni sociali hanno spinto Maduro a chiamare al voto i cittadini per l’elezione dei delegati della nuova costituente, chiamata a “rifondare lo stato”, nel disperato tentativo di guadagnare maggiore legittimazione popolare. Il 30 luglio i venezuelani sono stati infatti chiamati alle urne per eleggere i membri della nuova costituente che riscriverà la carta fondamentale voluta nel 1999 da Hugo Chávez. Nonostante l’importanza di queste elezioni, secondo i dati forniti dal governo soltanto il 41,5% della popolazione si è recata a votare (le opposizioni parlano del 12%), un’affluenza lontana da quella dei tempi d’oro del chavismo quando per la costituente votò addirittura l’87%. A fronte di questo risultato, che ha comunque incoronato il partito di Maduro vincitore (anche a causa del boicottaggio del voto delle opposizioni), i conservatori e i liberali hanno intensificato le proteste di piazza che negli ultimi quattro mesi hanno causato, secondo Human Rights Watch, circa 130 morti, 2000 feriti e più di 500 arresti in scontri che molti non esitano a definire una “guerra civile a bassa intensità”.

 

Le cause della crisi/1. L’economia

L’economia venezuelana dipende fortemente dai prezzi del petrolio. Ancora oggi, il settore degli idrocarburi contribuisce per il 20% al Pil del paese e alla quasi totalità (95%) delle entrate generate dalle esportazioni. Il crollo dei prezzi del petrolio, più che dimezzati da metà 2014 in avanti, ha inferto un grave colpo a un paese che vive di una politica economica unica nel mondo, il “socialismo bolivariano” di Chávez. Il processo di nazionalizzazioni ed espropri sistematici, cominciato a inizio degli anni Duemila, ha infatti messo in fuga i capitali esteri e sottratto al paese importanti risorse per sviluppare ulteriormente la produzione petrolifera – in costante calo nell’ultimo ventennio. Secondo il Fondo monetario internazionale, tra il 2014 e oggi l’economia venezuelana si è contratta di quasi un terzo (-31%), mentre l’inflazione quest’anno è prevista al 720%. Si tratta di una delle crisi economiche più gravi dell’ultimo secolo se si escludono quelle causate da guerre, addirittura peggiore della crisi greca che tra 2008 e 2014 ha fatto contrarre del 26% l’economia del paese e lo ha costretto a richiedere tre salvataggi internazionali. Oggi il Venezuela si trova di fronte a uno scenario in cui la bancarotta appare sempre più probabile. Le riserve di dollari sono infatti scese da 30 miliardi di dollari nel 2011 a meno di 10 miliardi a metà luglio. Solo per arrivare a fine anno, il governo dovrà ripagare $6 miliardi di debiti in scadenza per non essere costretto a dichiarare bancarotta. Bancarotta che significherebbe non potersi più indebitare sui mercati internazionali, neppure agli altissimi costi che il paese è costretto a sostenere oggi.

 

Le cause della crisi/2. Diritti umani e democrazia

Anche se l’iniziale causa della crisi è stata prevalentemente economica, come sopra descritto, in Venezuela si sta anche assistendo in effetti a un’involuzione del sistema politico che si configura sempre più come un autoritarismo. I passi politici intrapresi da Maduro nell’ultimo mese hanno contribuito ad aggravare la crisi. Tuttavia, sin da quando nel 2015 le elezioni parlamentari hanno restituito al paese un’Assemblea nazionale con una maggioranza schiacciante dell’opposizione (oltre il 65%), Maduro ha cercato più volte di limitarne i poteri e di cambiare le regole del gioco democratico. Paradossalmente però, questo impiego dell’uso della forza allo scopo di proteggere la propria posizione, rischia di ritorcerglisi contro, facendo entrare il Venezuela in una classica dinamica a spirale: alle proteste di piazza a cui abbiamo assistito in molte rivolte, l’autocrate di turno ordina la repressione per poi vedersi costretto alla fuga o all’aperto conflitto civile dalla resistenza della popolazione.

 

Quali scenari possibili?

Difficile prevedere con esattezza come evolverà la situazione. Al momento gli scenari possibili sembrano essere almeno tre. Il primo vede Maduro restare al comando del paese, nonostante le crescenti contestazioni. Sono infatti ormai due anni che le proteste si susseguono e il paese è sprofondato in un caos sempre più nero. Eppure Maduro resta alla guida del paese, perché fa comodo a una parte del paese – nella fattispecie ai militari, attualmente l’unica forza in grado di tenere artificialmente vivo il “madurismo” – e perché si teme il vuoto di potere che potrebbe seguirne. Anche se la situazione dovesse continuare a peggiorare, soprattutto a fronte di una “fuga” degli alleati internazionali (in particolare la Cina), non è detto che la fine di Maduro sia imminente. Proprio come spiega il professor Steven Levitsky, il paradosso venezuelano è che “il governo è troppo autoritario per coesistere con istituzioni democratiche ma anche troppo debole per abolirle senza il rischio di cadere”. Il secondo scenario non è che una drammatizzazione del primo e vede il paese sprofondare sempre di più in uno stato di conflitto civile con parti importanti del paese, comprese componenti delle forze armate e di polizia, passare dalla parte dell’opposizione. Il terzo scenario vede invece Maduro farsi da parte. L’ipotesi più probabile è che ciò possa avvenire a causa di un colpo di stato militare, anche “silenzioso” e non sanguinoso. Nonostante per il momento le forze armate restino al fianco di Maduro, questa resta un’opzione probabile, sia per precedenti storici (in Venezuela ci sono stati 3 tentativi di colpo di stato dal 1992 a oggi) che per la condizionalità del sostegno dei militari a Maduro (ovvero una mancanza di alternative). Inoltre, paradossalmente, questo scenario potrebbe far sprofondare il paese nel caos. Infatti, un’opposizione anti–Maduro esiste, ma solo fin quando esiste Maduro. Se Maduro dovesse farsi da parte, non è detto che le opposizioni riescano a trovare un accordo sulla direzione da imprimere al paese. Le opposizioni sono frammentate in 15 formazioni politiche, divise tra i liberali di centrodestra che vorrebbero ripristinare l’ordine democratico, revocando espropri e nazionalizzazioni e cercando di attrarre nuovi investimenti, e i “rivoluzionari” che sono contro Maduro ma che appoggiano la svolta socialista del paese. Non è detto dunque che dall’esautorazione di Maduro possa realmente maturare un processo democratico e inclusivo. Anzi, le premesse sembrano suggerire il contrario.