Usa: Trump al Congresso e partiti in crisi

28 Febbraio 2017
(Foto: Chip Somodevilla/Getty)

Ieri Donald Trump ha tenuto il suo primo discorso al Congresso, per l’occasione riunito in seduta comune. È un'istituzione del cui appoggio il nuovo presidente degli Stati Uniti avrà sempre più bisogno, passato il primo mese dall’insediamento durante il quale ha fatto ampio uso di ordini esecutivi. Ma oggi è anche un'istituzione inevitabilmente polarizzata: da una parte il partito repubblicano, che dispone della maggioranza nei due rami ma che sembra essere ancora in cerca di un modus vivendi con un presidente formalmente appartenente ai propri ranghi ma di fatto portatore di visioni in certi casi opposte. Dall’altra il partito democratico, in minoranza ma fortemente agguerrito e intenzionato ad utilizzare l’arma dell’ostruzionismo nei confronti del presidente e del partito rivale. Come potranno evolvere nei prossimi mesi le relazioni tra Trump e il Congresso e quali gli effetti della crisi dei partiti sulla politica americana?  

Trump: vera rottura con il passato?

Un dato rilevante di questo primo mese di amministrazione Trump è l’utilizzo degli ordini esecutivi. Complice il contenuto polemico di molti di questi ordini — l’abbandono del Partenariato Trans–pacifico (TPP), il travel ban (subito definito “Muslim ban”) — vi è chi ha lanciato l’allarme di una possibile deriva autoritaria dell’amministrazione Usa. Eppure l’utilizzo dello strumento dell’ordine esecutivo non è prerogativa di Trump: nelle prime quattro settimane dall’insediamento, Barack Obama ne ha firmati un numero maggiore rispetto a Trump. Ma l’elemento rilevante non è tanto quello quantitativo, quanto quello qualitativo. È infatti il contenuto di questi ordini esecutivi ad apparire talmente radicale da avere conseguenze giudiziarie immediate (come nel caso del Muslim ban, successivamente sospeso dalla corte federale) o in netta discontinuità con il passato (come nel caso della decisione di abbandonare il TPP).

 

Repubblicani e Democratici: sempre più distanti?

Il carattere radicale e fortemente divisivo delle decisioni prese da Trump nel suo primo mese ha fatto molto parlare di una polarizzazione inedita del sistema politico americano. In realtà, quello che vediamo oggi è il risultato di un processo in atto da tempo. È infatti dagli anni ’70 che le posizioni di repubblicani e democratici hanno cominciato a divergere, portando a un progressivo aumento della polarizzazione, che nel 2012 ha raggiunto livelli inediti. Anche per questo, il 112° Congresso (2011–2013) si è rivelato il meno produttivo dal 1947, con una difficoltà nell’approvare proposte di legge che, a seguito dell’impossibilità nel raggiungere un accordo sul budget per il 2014, si è tradotta nello shutdown del governo federale dall’1 al 13 ottobre 2013. L’attuale legislatore è mediamente meno moderato di quanto lo fossero i suoi colleghi dei decenni scorsi: i democratici sono diventati mediamente più liberal nelle loro decisioni di voto, mentre i repubblicani sono sempre più conservatori. In queste condizioni, raggiungere un accordo può diventare estremamente difficile, con la conseguenza del blocco istituzionale e, a cascata, della diminuzione della fiducia degli elettori nei confronti della classe politica, reputata incapace di formulare decisioni di policy. Un senso di sfiducia che nelle ultime elezioni presidenziali ha assunto la forma di una vera e propria rivolta anti–establishment che ha favorito l’elezione di Trump.

 

Repubblicani: mai così potenti, mai così divisi

La crisi di sfiducia nei confronti della classe politica ha colpito fortemente il partito repubblicano, nonostante i risultati delle elezioni dello scorso novembre formalmente sembrino indicare il contrario. Da una parte, queste elezioni hanno prodotto quello che lo speaker della Camera Paul Ryan ha definito “governo unito repubblicano”, restituendo al Grand Old Party (GOP) il controllo di presidenza, Camera e Senato (come nel periodo 2003–2007) e dando così al partito la possibilità di realizzare nei prossimi mesi la propria agenda (ostruzionismo democratico permettendo). Dall’altra parte, però, l’elezione di Donald Trump non può essere presentata come un successo del partito repubblicano, semmai il contrario: a vincere è stato infatti il candidato repubblicano "meno repubblicano" tra i candidati possibili. Alle primarie, infatti, gli elettori repubblicani hanno manifestato la loro preferenza per il candidato più in rottura con il recente passato. Per quanto vittorioso, dunque, il GOP ha davanti a sé una sfida molteplice: riconciliare la propria anima più estrema (che ha trovato sfogo nel movimento del Tea party) con quella più moderata, e risanare la rottura tra l’élite e la base, tenendo conto dell’evoluzione della demografia e del ruolo sempre più cruciale assunto dalle minoranze. Oltre a questa sfida di medio termine, esiste però anche una sfida immediata: “sopravvivere” agli anni di Trump, intraprendendo un percorso di ripensamento e adeguamento interno che lo rendano più capace di resistere alle svolte imposte da altri leader carismatici.

 

Democratici: leader cercasi

La crisi è ancora più evidente all’interno del partito democratico. La scioccante sconfitta elettorale riportata da Hillary Clinton non è stata che la spia di un disagio profondo tra gli elettori democratici, oltre che tra i ranghi del partito stesso. A meno di 700 giorni alle elezioni di mid–term 2018, i Dem non hanno ancora trovato un leader o un gruppo dirigente in grado di ricompattare il partito e riconquistare i voti della base. L’elezione di Tom Perez, lo scorso 25 febbraio, a capo della segreteria del partito, non sembra rappresentare una risposta in questo senso. Nonostante sia il primo presidente del partito ad essere esponente di una minoranza etnica, Perez è percepito come il candidato "dell’establishment". L’ala "sinistra" del partito, che in questo momento si riconosce nella leadership di Bernie Sanders, riponeva le proprie speranze in Keith Ellison, deputato afroamericano del Minnesota, per imprimere al partito una svolta decisa, in grado di rappresentare una risposta al populismo di Donald Trump. In questo senso, se i Dem non troveranno il modo di riconquistare la base del proprio elettorato, mantenendo però le porte aperte ai moderati, il tweet ironico di Trump, che ha salutato l’elezione di Perez come una buona notizia per il partito repubblicano, rischia di essere premonitore.

 
 
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