La minaccia dei foreign fighters

Friday, 4 August, 2017

Francesco Marone

Oggi i cosiddetti foreign fighters (combattenti stranieri) jihadisti sembrano porre una minaccia seria alla sicurezza di numerosi Paesi, anche occidentali.

Il fenomeno non costituisce una novità assoluta. In particolare, a partire dagli Ottanta, numerose aree di conflitto nel mondo hanno attratto decine di migliaia di volontari per ragioni di carattere politico/religioso. Prima dell’esplosione della cosiddetta Primavera araba nel 2011, circa 30.000 foreign fighters musulmani hanno preso parte a conflitti armati, in vari paesi, tra cui la Bosnia-Erzegovina, la Cecenia, la Somalia, l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, il Mali.[1] Già all’epoca alcuni di questi volontari provenivano dall’Europa.

Nondimeno, il flusso di combattenti jihadisti diretti in Siria e in Iraq negli ultimi anni è senza precedenti. Sfortunatamente non esiste un database internazionale su questo fenomeno e le stime proposte variano significativamente. Nondimeno si può affermare che nel complesso dal 2011 non meno di 30.000 foreign fighters siano arrivati in Siria e Iraq da più di 100 paesi.[2]

Circa un quinto di questi individui sono partiti dall’Occidente e, in particolare, dall’Europa occidentale. Nel vecchio continente i contingenti nazionali più ampi sono quelli della Francia (non meno di 1.700 individui), del Regno Unito (circa 1000), della Germania (circa 1000) e del Belgio (non meno di 470). In questo contesto, il numero dei foreign fighters legati all’Italia (125, secondo stime recenti) può essere considerato medio/basso in valori assoluti e addirittura molto basso in relazione alla popolazione generale (circa 2 foreign fighters per milione di abitanti, contro gli oltre 40 del Belgio).[3]

Chiaramente, in aggiunta al contributo militare offerto nei teatri di guerra, il timore è che i foreign fighters jihadisti sopravvissuti alle ostilità possano ritornare nei paesi di origine o trasferirsi in altri paesi per supportare o realizzare attacchi terroristici, avvalendosi dei legami, dell’esperienza e dello status sociale che hanno ottenuto nelle aree di conflitto. Oltretutto, eventuali azioni terroristiche eseguite da reduci dei teatri di guerra potrebbero avere l’effetto di scatenare reazioni estreme, nel contesto di un crescente processo di polarizzazione all’interno delle società europee.

In effetti, anche in Europa un numero significativo di piani o di veri e propri attacchi terroristici ha coinvolto foreign fighters jihadisti. Uno studio pubblicato alla fine del 2016 ha trovato che il 45% dei 42 piani terroristici “ben documentati” preparati in Europa occidentale dal 2014 in poi ha previsto la partecipazione di almeno un individuo che aveva combattuto all’estero.[4] Un recente rapporto ISPI ha messo in evidenza che quasi un quinto (12) dei 65 responsabili di attacchi terroristici jihadisti portati a termine in Europa e Nord America dalla proclamazione del sedicente califfato (giugno 2014) a giugno 2017 vantava un’esperienza come foreign fighter; inoltre, questi individui tendenzialmente erano coinvolti negli attacchi più letali, come quelli del 13 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo a Bruxelles.[5]

In termini di entrate, l’afflusso di foreign fighters jihadisti è calato sensibilmente con l’indebolimento del variegato fronte jihadista in Siria e Iraq; secondo fonti dell’intelligence Usa, già nel settembre del 2016 si era scesi a 50 arrivi al mese, rispetto a picchi di 2000 al mese in passato.[6]

Dall’altra parte, in termini di uscite, la minaccia potenziale appare particolarmente elevata in questo periodo. Infatti, un numero crescente di jihadisti potrebbe essere interessato a lasciare l’area a causa della crisi sul terreno dell’auto-proclamato Stato Islamico, posta in evidenza anche dalla liberazione della città di Mosul, annunciata ufficialmente dal governo iracheno il 10 luglio scorso.

Di fronte a questa minaccia potenziale, i paesi occidentali hanno elaborato e attuato risposte diverse. In aggiunta alle più tradizionali misure di carattere repressivo, numerosi stati hanno messo in campo iniziative e programmi “soft” di prevenzione e di riabilitazione, rientranti nella categoria generale del “contrasto all’estremismo violento” (countering violent extremism, CVE).

La gestione del ritorno di questi volontari emigrati in teatri di guerra rappresenta una sfida complessa e impegnativa. Si tratta, infatti, di un gruppo relativamente ampio di soggetti con profili, percorsi e motivazioni differenti, che comprende peraltro non soltanto combattenti stranieri in senso stretto, ma anche donne e addirittura bambini che si sono trasferiti nelle aree di conflitto senza prendere direttamente parte alle ostilità.

 

Francesco Marone, ISPI e Università di Pavia

[1] A.P. Schmid (con J. Tinnes), Foreign (Terrorist) Fighters with IS: A European Perspective, ICCT Research Paper, The International Centre for Counter-Terrorism – The Hague (ICCT), dicembre 2015, p. 6.

[2] Ivi. 

[3] Si vedano F. Marone, Italy’s Jihadists in the Syrian Civil War, ICCT Research Paper, The International Centre for Counter-Terrorism – The Hague (ICCT), agosto 2016; Idem, Ties that Bind: Dynamics of Group Radicalisation in Italy’s Jihadists Headed for Syria and Iraq, in «The International Spectator», in stampa.

[4] P. Nesser, A. Stenersen e E. Oftedal, Jihadi Terrorism in Europe: The IS-Effect, in «Perspectives on Terrorism», Vol. 10, No, 6, 2016, pp. 3-24. 

[5] L. Vidino, F. Marone e E. Entenmann, Jihadista della porta accanto, Radicalizzazione e attacchi jihadisti in Occidente, ISPI – PoE-GWU – ICCT, http://www.ispionline.it/it/EBook/Rapporto_RADICALIZZAZIONE_JIHADISMO_IT...

[6] A. Reed e J. Pohl, Tackling the surge of returning foreign fighters, in «Nato Review», 14 luglio 2017.