Cosa ci dice l’exploit di Alternative fur Deutschland sulla Germania?

05 Settembre 2016

Il sorpasso del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) sulla CDU di Angela Merkel nel Länder di Meclemburgo-Pomerania rappresenta un nuovo terremoto politico per la vita politica tedesca, e non solo. Con 1,3 milioni di potenziali elettori il Land corrisponde a circa il 2% dell’elettorato tedesco, ma i risultati di ieri rischiano di far traballare le fondamenta della Grosse Koalition al governo di Berlino e gettare un’ombra sulla compagna elettorale del 2017.

La vittoria alle elezioni regionali va al partito socialdemocratico (SPD; 30,6%) ma la vera notizia è che il partito xenofobo AfD ha raccolto il 20,8% dei consensi, superando di quasi due punti percentuali la CDU (19%). Il risultato storico dell’AfD è stato raggiunto soprattutto facendo leva sulla crescente opposizione popolare nei confronti delle politiche integrazioniste di Merkel, malgrado il Länder sia una delle regioni con il più basso numero di migranti.

In attesa delle elezioni in Bassa Sassonia (11 settembre) e Berlino (18 settembre), il risultato conferma il trend già evidenziato con il voto di marzo nel Baden-Württemberg, in Renania-Palatinato e in Sachsen-Anhalt. quando l’AfD aveva superato ovunque il 12%.

In quell’occasione Andrea Nicastro (Corriere della Sera) spiegava come le votazioni in Germania offrissero almeno tre istantanee di un panorama politico in profonda trasformazione. La prima istantanea mostra il cancelliere Angela Merkel nel ruolo di perdente e con lei si appanna anche l’idea (mai davvero compiuta) di un’Europa aperta ai flussi migratori e faro mondiale per i diritti umani. Merkel ha tempo sino alle elezioni federali del novembre 2017 per recuperare terreno. L’Unione europea, invece, deve darsi al più presto un’identità per continuare ad esistere. Che sia solo politica, solo economica o anche di civiltà è una scelta da fare in fretta per evitare che le ambiguità la smembrino.  

La seconda immagine mostra che la destra tedesca è definitivamente uscita dall’ombra: il percorso di espiazione della colpa nazista è quasi completo sia per la scomparsa anagrafica dei protagonisti di quella tragedia sia per la crescita di una democrazia orgogliosa dei propri successi. La Vergangenheitsbewältigung, la lotta contro il passato attraverso l’umiltà, architrave della pratica politica del Dopo Guerra, è in archivio.

La terza fotografia inquadra la novità da un’altra prospettiva e mostra una Germania che sta diventando un Paese normale: l’anomalia di un elettorato statico, ostaggio delle proprie paure e sazio del proprio benessere, un elettorato capace di garantire lunghi periodi di governabilità, sembra al capolinea. Anche la Germania come il resto dell’Occidente post-industriale in preda all’impoverimento della classe media, può ascoltare le sirene del populismo, farsi sedurre da soluzioni semplicistiche, convincersi che cambiare cavallo politico può non essere origine di confusione, di scelte senza obbiettivi di lungo periodo, ma un’opportunità. L’epoca dei Volksparteien, i partiti di massa, è al tramonto.

Lo storico padre-padrone della Baviera, Franz-Josef Strauss, ammoniva che non avrebbe “mai dovuto esserci in Germania un partito alla destra della Cdu”. E invece eccolo: Alternative für Deutschland, Alternativa per la Germania. Un’ascesa spettacolare in stile Podemos o 5 Stelle guidata dalla quarantenne Frauke Petry, affascinante e telegenica leader, difficile da accostare lombrosianamente ai baffetti hitleriani. Le sue parole d’ordine sono no all’euro, no al quantitative easing di Mario Draghi, no ai salvataggi degli stati indebitati, no all’apertura delle frontiere ai migranti, no alla società multietnica, no ai gay, no all’aborto, no all’emancipazione femminile a scapito della famiglia. A poco più di tre anni dalla sua fondazione, ad appena 12 mesi dalla sua metamorfosi con l’espulsione del fondatore Bernd Lucke, troppo moderato, AfD è diventata una forza nazionale presente in 9 parlamenti di stati federali. Per il momento il partito della Petry resta, per usare una terminologia italiana, fuori dall’arco costituzionale. Nessuno dei partiti più vecchi dichiara di voler formare alleanze con il nuovo venuto. Esattamente come è accaduto a Podemos in Spagna o al Front National in Francia. Si profilano alleanze “semaforo” con Cdu, Spd e Verdi assieme. Ma se non è oggi, sarà domani. I tempi della politica sono spesso imprevedibili. 

Molto è cambiato – conclude Nicastro - da quando a inizio anno il settimanale Time incoronava Angela Merkel “person of the year”. La “donna più potente del mondo”, la “leader di fatto dell’Unione Europea” aveva conquistato la copertina americana per aver guidato “l’Ue attraverso due crisi potenzialmente mortali”, quella dell’Euro e quella dei migranti. La scelta annunciata un anno fa di aprire le frontiere ai profughi in modo illimitato ha richiamato una marea umana che dal Medio Oriente si è spostata verso il Nord Europa, la sua sicurezza, i suoi assegni di disoccupazione, le sue fabbriche, le sue scuole, i suoi ospedali. Uno tsunami che ha spaventato chi quel welfare lo vede sempre più esiguo, anche per sé e i per i propri figli. Oggi Merkel è sola. O meglio chi la sostiene non è politicamente rilevante. Il cancelliere, accusano i giornali tedeschi, ha sperperato il capitale politico che Berlino aveva accumulato. Ieri in Germania non hanno votato né il presidente francese François Hollande, né il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, né il milione e 200.000 rifugiati già presenti in Germania e neppure tutti gli altri desiderosi di arrivarci. Hanno votato invece tanti tedeschi spaventati dalla generosità della loro leader. In meno di un anno, Frau Merkel è passata dalle voci di premio Nobel, alle lotte di partito per la sopravvivenza. Ferocemente criticata sulla politica migratoria dal Csu, il partito gemello della Baviera, abbandonata da quasi un terzo dei suoi stessi deputati e da tanti elettori, Merkel deve correre per conquistarsi non tanto una rielezione che forse non cerca, quanto un posto degno nei libri di storia. La strada però è sempre più in salita.