Fine di Schengen? I costi politici ed economici

03 Febbraio 2016

In vista del Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio, la Commissione ha adottato ieri un documento nel quale si chiede ad Atene di fare di più per proteggere le frontiere esterne dell'Unione, impegnandosi sul fronte delle registrazioni, dei pattugliamenti in mare e delle strutture necessarie per l'identificazione dei migranti. L'intento di queste raccomandazioni - ha commentato il presidente della Commissione Ue Juncker - è quello di superare le carenze riscontrate ed evitare che queste possano compromettere la tenuta degli accordi di Schengen tra i paesi membri.

A oggi, i paesi che hanno sospeso individualmente l’accordo per tentare di frenare il flusso dei migranti sono cinque: Germania, Austria, Francia (parziale), Svezia e Danimarca (tra le rispettive frontiere). Teoricamente, le sospensioni di Germania e Austria durano sei mesi, e finirebbero rispettivamente a maggio e giugno prossimi.

Martedì 26 gennaio la Commissione europea ha detto che la situazione non è sufficientemente seria per garantire deroghe rispetto ai sei mesi di sospensione attualmente concessi ai singoli membri, ma che sta vagliando l’ipotesi di esercitare l’articolo 26 del Trattato e sospendere l’applicazione di Schengen per tutti i paesi. La Commissione ha motivato tale possibilità con il fatto che quasi due terzi dei migranti arrivati in Europa a dicembre 2015 non avrebbero molto probabilmente potuto beneficiare dell’asilo politico perché non provenivano da zone di guerra.  

 

Ma cosa comporterebbe la sospensione dell’accordo di Schengen per tutti i paesi aderenti?

 

Le conseguenze politiche della sospensione di Schengen

Nonostante sia difficile fare una stima precisa delle conseguenze della chiusura delle frontiere è molto probabile che i riflessi più profondi emergeranno sul piano politico: la progressiva espansione dei diritti di libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali è il simbolo di un’Europa libera, democratica e pacificata.

Nell’ultimo ventennio l’allargamento dell’area Schengen di libera circolazione ad alcuni paesi dell’ex blocco sovietico è stata anche il suggello della fine del comunismo, del crollo di quella cortina di ferro che per quarant’anni aveva spaccato l’Europa a metà, e del definitivo avvicinamento e integrazione all’Europa occidentale di alcuni importanti paesi dell’Europa dell’est (come Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria). Non a caso Romania e Bulgaria, paesi per i quali l’applicazione di Schengen è a tutt’oggi sospesa, guardavano fino a qualche anno fa a Schengen come a un’opportunità importante per convergere verso i livelli di benessere e stabilità dell’Europa occidentale.

La sospensione del diritto di libera circolazione rischia inoltre di compromettere l’intera costruzione europea. Se è forse eccessivo dire, come ha fatto il Presidente della Commissione europea, che l’eventuale fine di Schengen sarebbe anche la fine della moneta unica, è tuttavia vero che sarebbe il simbolo dell’incapacità degli stati europei di trovare dei compromessi accettabili per tutti, e di agire insieme in uno spirito di collaborazione e solidarietà nell’affrontare sfide e problemi comuni.

 

Le conseguenze economiche della sospensione di Schengen

Una stima del Fondo monetario internazionale quando venne istituito Schengen calcolava che l’effetto positivo sull’interscambio sarebbe stato di 1-3 punti percentuali di PIL per i paesi partecipanti: ai numeri di oggi ciò equivale a circa 30-90 miliardi di euro di maggiori scambi annui grazie alla libera circolazione di merci e servizi.

Le esportazioni di paesi UE verso altri paesi UE ammontano a oltre 2900 miliardi di euro, circa i due terzi delle esportazioni totali. In particolare, l’Italia esporta verso altri paesi UE beni per 208 miliardi, ovvero quasi il 55% delle proprie esportazioni. Sono valori di poco inferiori, ma comparabili, a quelli della Germania (58%), della Francia (60%) e della Spagna (62%).

Ovviamente l’interscambio commerciale non si fermerebbe, ma possiamo immaginare che un ritorno dei controlli alle frontiere provocherebbe notevoli rallentamenti, in particolare per quelle merci che viaggiano su gomma e rotaia. Juncker al Parlamento europeo ha detto che un’ora di ritardo equivale a un costo stimabile in 55 euro per veicolo. Se si considera che ogni anno i veicoli che attraversano una frontiera Schengen sono 60 milioni, e se ipotizziamo che ciascun veicolo perda mezz’ora in maggiori controlli, possiamo calcolare perdite per oltre 1,5 miliardi di euro.

È inoltre interessante immaginare cosa accadrebbe a quei particolari tipi di merci che verrebbero penalizzate maggiormente, come quelle deperibili. Un esempio non “quantificabile”: la frutta spagnola per arrivare in un paese dell’est Europa attraversa almeno quattro frontiere; quante ore può perdere nel corso del viaggio, e in che stato arriverebbe?

Per quanto riguarda i viaggi, i cittadini UE hanno fatto 218 milioni di viaggi nel 2013, di cui circa 25 milioni per lavoro. Ovviamente la fine di Schengen allungherebbe le attese alle dogane e negli aeroporti.

 

Conclusione

La sospensione di Schengen sarebbe un grande passo indietro rispetto all’obiettivo del completamento del mercato unico, ma non sarebbe una tragedia.

Come già detto, tuttavia, le conseguenze non quantificabili (politiche) potrebbero essere molto ben più grandi, in particolare nel caso in cui un’ennesima emergenza migranti creasse nuove forti pressioni sui paesi di primo arrivo come Italia e Grecia. La sospensione di Schengen non può risolvere le cause profonde delle migrazioni recenti, mentre gli ideali di giustizia europei e internazionali non consentono di chiudere gli occhi rispetto ai migranti che, imbarcatisi, rischiano di morire in mare.

Se le missioni di search and rescue continueranno, come pare lecito attendersi, e il flusso non dovesse arrestarsi, una sospensione di Schengen non farebbe altro che spostare tutto il peso della gestione dell’emergenza sui paesi di primo arrivo; non è difficile immaginare con quale rapidità la situazione potrebbe diventare insostenibile.