Focus Mediterraneo allargato n. 4, pubblicazione per Parlamento-MAECI

14 Luglio 2017

Executive Summary

L’area del Medio Oriente e del Nord Africa continua a vivere una fase particolarmente travagliata le cui conseguenze sul medio periodo restano difficili da prevedere. Tanto gli attori regionali quanto quelli globali, Russia e Stati Uniti in particolare ma anche la Cina, stanno progressivamente aumentando il loro coinvolgimento politico, militare e/o economico nell’area. Nonostante lo Stato islamico (IS) non sia stato ancora eliminato nella sua componente territoriale – seppure in ritirata da luoghi simbolici e strategici come Raqqa e Mosul – gli attori internazionali sembrano cominciare ad agire nella prospettiva di una occupazione fisica o di un irradiamento di influenza sulle aree liberate. Politicamente, insomma, la fase post-IS pare essersi già aperta. Lo stesso però non si può dire a livello di strategia.

Sul piano locale, le conseguenze si percepiscono nella ridefinizione degli equilibri politici dell’Iraq e ancor più della Siria. Quest’ultima continua a rappresentare l’epicentro di una serie di confronti sul piano regionale e internazionale. Mosca e l’asse Teheran-Damasco appaiono sempre più determinati nel loro obiettivo di riconsegnare alla comunità internazionale una porzione di Siria, tale da continuare a esistere come stato indipendente retto dalla dinastia alawita. Dall’altra parte gli Stati Uniti sembrano timidamente tentare di limitare questa possibilità, delineando la prospettiva di uno stato federato nel quale le influenze russa e iraniana siano solo secondarie. In Iraq, la riconquista di Mosul sembra chiudere una fase di eccezionale convergenza tra le varie parti coinvolte, accumunate dall’obiettivo della lotta all’organizzazione di al-Baghdadi, inaugurandone però una nuova, che apre numerose incognite per il paese.

A livello più generale, anche gli ultimi mesi, come i precedenti, paiono caratterizzati da un processo di costituzione e rovesciamento delle alleanze che è destinato a durare anche nei prossimi anni. Se, in ogni congiuntura storica, sono le priorità, gli interessi e le contrapposizioni ideologiche endogene al sistema a determinare il disegno delle amicizie e delle inimicizie, in un sistema come quello attuale l’indeterminatezza delle prime trascina con sé l’indeterminatezza delle seconde. Sul piano regionale gli Stati Uniti di Donald Trump, allineandosi ad Arabia Saudita, Egitto e Israele, nel rinnovato tentativo di contenimento dell’Iran, stanno contribuendo a soffiare sul fuoco di una concorrenza regionale che ha certamente connotazioni originarie più geopolitiche che religiose e settarie. La difficoltà dell’amministrazione americana nel comprendere pienamente le ricadute del suo dichiarato “ritorno” in Medio Oriente, rischia di scatenare una serie di reazioni contro-producenti: la crisi tra Qatar e gli altri paesi del Golfo ne rappresenta solo la prima e più evidente conseguenza.

La Russia, da questo punto di vista, appare più attenta a una politica di riequilibrio dell’area. Seppure direttamente coinvolta per la conservazione di una posizione geopolitica di privilegio, soprattutto in Siria, e quindi orientata al sostegno di una parte in conflitto rispetto alle altre, Mosca cerca di compensare questa sua posizione mantenendo buone relazioni con molti degli attori regionali. Non casualmente la Russia può vantare legami di diversa natura con un ampio spettro di questi: da Israele alla Turchia, dall’Iran all’Arabia Saudita. Ciò le permette di presentarsi come il player di riferimento nell’area, consolidando in prospettiva una fase di politica estera “espansionistica” che le garantisca uno status paritario a quello statunitense. D’altro canto, però, una politica simile risulta certamente costosa e rimanda alla questione relativa alla capacità della Russia di Putin di bilanciare gli impegni con le – limitate – risorse a disposizione sul lungo termine. Putin sembra infatti 4 assumersi ruoli anche in aree nelle quali, storicamente, gli interessi sono stati prettamente economici piuttosto che politici, come nel caso della Libia.

Infine, la questione della crisi della legittimità continua a costituire un vulnus nella gestione del potere e del governo di molti paesi dell’area. Per diversi motivi la legittimità di molti stati chiave rimane altamente fragile. In Iraq, per esempio, la comunità arabo-sunnita continua a guardare con diffidenza al potere centrale, soprattutto ora che a Baghdad il dibattito circa la ricostruzione postconflitto sembra svolgersi prevalentemente in seno al blocco sciita. Dal canto loro, i paesi del Golfo appaiono angosciati da forme di legittimità del potere alternative alla propria gestione monarchico-religiosa e, non a caso, tendono anche sul piano internazionale a guardare le dinamiche politiche con la lente della lotta alla Fratellanza Musulmana. La Turchia, dove il 16 aprile scorso la riforma costituzionale in senso presidenziale è stata approvata con una risicata maggioranza, conferma l’immagine di un paese profondamente spaccato, in cui la legittimità di Erdoğan è progressivamente erosa da un clima generale di protesta, dalla prosecuzione di arresti ed epurazioni da parte delle autorità turche, la cui azione repressiva è andata ben oltre gli appartenenti (o presunti tali) all’organizzazione di Fethullah Gülen. Anche l’Egitto appare sempre più avvolto in una fase di insicurezza generalizzata, economia asfittica e crisi della democrazia difficilmente rovesciabile se non con una nuova fase di apertura alla società civile e di partecipazione politica, che però il leader al-Sisi cerca con tutti i mezzi di evitare: una situazione critica e assai articolata che nel medio-lungo periodo potrebbe esporre nuovamente l’Egitto al rischio di un cortocircuito rivoluzionario. Infine, dal punto di vista della legittimità, non molto meglio sembrano presentarsi paesi apparentemente stabili come l’Algeria. Il semplice dato della scarsa affluenza alle urne relativa alle elezioni del maggio scorso è segnale della crescente sfiducia della popolazione nei confronti delle autorità e del sistema di potere algerino, incapace di un reale rinnovamento.

 

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