Arabia Saudita vs Qatar: regolamento di conti nel Golfo?

05 Giugno 2017
(Foto: Reuters)

L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e il Bahrein hanno interrotto tutti i rapporti diplomatici con il Qatar, il piccolo emirato del Golfo che proprio con l’Arabia Saudita condivide il suo unico confine terrestre. Ai quattro si sono poi aggiunti anche le Maldive, il governo della Libia orientale – sostenuto dall’Egitto e non riconosciuto dall’Onu – e infine lo Yemen, afflitto da una guerra sanguinosissima in cui proprio una coalizione a guida saudita svolge un ruolo di primo piano. Con l’interruzione dei rapporti e la notifica di espulsione del personale diplomatico qatariota da questi paesi, sono arrivati anche anche lo stop al traffico aereo e marittimo e, con i vicini, la chiusura dei confini. La rottura dei rapporti con il Qatar, in cui ha sede la più grande base statunitense in Medio Oriente, rappresenta in realtà il punto più alto di una crisi che si trascina ormai da due settimane, vale a dire dalla conclusione del viaggio di Donald Trump nella regione in cui il neo presidente USA ha voluto rilanciare la necessità di un fronte anti–terrorismo unitario (con una chiara declinazione anti–iraniana).

 
Rottura con il Qatar. Perché ora?
La motivazione ufficiale addotta da questi paesi, e in particolare dall’Arabia Saudita, per giustificare la rottura con il Qatar sarebbe “il sostegno al terrorismo” da parte di quest’ultimo, anche se non sarebbe la prima volta che dietro un’accusa di questo tipo si celino agende di politica estera più articolate. Come spiega Armando Sanguini, va infatti detto che, se i rapporti tra Arabia Saudita e Qatar sono tesi da tempo a causa della tradizionale scarsa disposizione di Doha ad allinearsi alla politica estera e regionale di Riad, più recentemente la monarchia saudita sembra non aver gradito il malumore qatariota per la linea apertamente anti–iraniana sancita dal summit di Riad dello scorso 20 maggio, “benedetta” tra l’altro proprio dal presidente Usa Trump. Non è un caso infatti che questa crisi senza precedenti, non limitata ma soprattutto interna al blocco del Consiglio di Cooperazione del Golfo, avvenga a due sole settimane dal viaggio di Donald Trump nella regione e dal summit convocato nella capitale saudita per lanciare una nuova “alleanza anti–terrorismo”. L’Iran è il “nemico numero uno” su cui ha insistito Trump nel suo primo viaggio in Medio Oriente, che ha avuto come tappe significative proprio Arabia Saudita e Israele. Il viaggio di Trump sembra dunque aver dato nuovo vigore al “fronte sunnita” anti iraniano: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti potrebbero aver visto in questo rinnovato impegno americano a favore del fronte sunnita una sorta di via libera per la neutralizzazione di qualsiasi tipo di opposizione che potrebbe indebolire il fronte unitario contro quella che viene percepita come una crescente influenza iraniana nella regione.
 
Alla radice della tensione tra il Qatar e i suoi vicini arabi
Le tensioni tra il Qatar e i suoi vicini, e in particolare con l’Arabia Saudita, non sono una novità e sono dovute principalmente al fatto che, nella compagine del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Doha è quella che – insieme al tradizionalmente “neutrale” Oman – più di tutti gli altri membri persegue una propria politica estera, il più possibile autonoma dai dettami di Riad. Fedele al principio di differenziazione dei propri interlocutori (che qualcuno malignamente etichetta come “posizionare le proprie uova in più panieri”), il Qatar dà voce, anche e soprattutto grazie alla propria emittente satellitare Al Jazeera, a una pluralità di attori politici, non ultimi coloro che durante le cosiddette primavere arabe protestavano contro i regimi autoritari. Vi è poi una rilevante divergenza di vedute riguardo alle diverse declinazioni dell’Islam politico. Pur appartenendo a quello che viene spesso erroneamente identificato come un monolitico “blocco sunnita”, Qatar e Arabia Saudita sono portatori – e sostenitori – di declinazioni profondamente diverse. Se il Qatar sostiene i Fratelli Musulmani (non a caso messi fuorilegge in seguito all’accusa di essere un’organizzazione terrorista dall’Egitto di Al–Sisi) e Hamas a Gaza, l’Arabia Saudita culla del wahhabismo funge da ispirazione dottrinale per le formazioni dell’Islam salafita. Il maggiore esempio di questa rivalità di lungo corso è rappresentato da un’altra crisi,avvenuta nel 2014, quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein ritirarono temporaneamente i propri ambasciatori da Doha a seguito del sostegno accordato dal Qatar (insieme alla Turchia di Erdoğan) alla Fratellanza Musulmana di Mohammad Morsi.
 
Quali effetti immediati per il Qatar?
Un primo effetto immediato della crisi è stato l’isolamento di fatto del paese, con la chiusura del confine con l’Arabia Saudita e il blocco dello spazio aereo e dei collegamenti marittimi. L’interruzione immediata dei voli da e per il Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein ha infatti costretto le compagnie aeree ad apportare significative modifiche alle rotte dei voli in arrivo e partenza da Doha. Le ripercussioni maggiori, però, si attendono a livello economico. Nell’immediato, la crisi diplomatica ha fatto crollare l’indice della borsa qatariota di oltre il 7%. A questo si è sommato inoltre l’invito dell’Arabia Saudita alle maggiori imprese internazionali a interrompere le relazioni economiche e commerciali con il paese, in quella che è stata percepita come una velata minaccia di essere escluse dall’economia saudita, dalle dimensioni maggiori rispetto a quella qatariota. Se per il momento il Qatar sembra essere dotato dei mezzi necessari per resistere alla manovra di isolamento regionale – Doha dispone di un fondo sovrano del valore di quasi 340 miliardi di dollari e di un surplus commerciale che nel solo mese di aprile si è attestato a 2,7 miliardi di dollari – è altrettanto vero che la crisi diplomatica potrebbe avere conseguenze negative più ampie in termini di contratti commerciali e di investimenti sul lungo periodo. Oltre all’aspetto economico, vi sarebbero implicazioni di vasta scala anche per il prestigio del paese, una moneta sulla quale il Qatar ha investito parecchio negli ultimi anni. L’esempio più lampante verrebbe dal danno di immagine qualora la crisi dovesse avere conseguenze negative sull’organizzazione dei mondiali di calcio del 2022, iniziativa sulla quale Doha ha investito un enorme capitale politico, economico e diplomatico, e dalla quale si attende un ritorno commisurato allo sforzo. Infine, allargando il quadro alla geopolitica regionale, appare chiaro come dal totale isolamento non potrà più derivare una politica eccessivamente “creativa”. Lo sforzo in corso da parte del fronte sunnita, anzi, sembra essere proprio quello di chiudere definitivamente gli spazi di autonomia della piccola monarchia.