Perché l’Islam non è il nemico.

Riconoscere la pluralità per fermare la paura.
18 Luglio 2016

Amir al-Umara’ significa il comandante dei comandanti, o più semplicemente il comandante supremo: è la formula con cui veniva definito l’uomo più potente dell’Impero musulmano alla fine del primo millennio. Era un periodo di forte frammentazione politica, a guidare le redini della corte imperiale l’avventuriero militare di turno, colui che riusciva a imporsi sul resto della casta e dei notabili delle dinastie locali.

Vi era un tempo in cui le civiltà semitiche non conoscevano estremismo neppure a livello grammaticale, la forma superlativa espressa dalla subordinazione della pluralità verso un singolo. Modello dei modelli, quello dell’Amir al-Umara’ è sopravvissuto sino ad oggi e ci aiuta a comprendere il tentativo dello Stato Islamico di emergere non solo dal resto della scena jihadista transnazionale, ma di divenire la voce solista nel coro dell’Islam contemporaneo.

 

Esistono gruppi armati e idee armate. Fra le seconde è la finzione jihadista di negare l’esistenza di pluralismo nel Medio Oriente, di (ri-)attivare una identità religiosa per lo più fittizia nel tentativo di amalgamare tradizioni islamiche assai diverse fra loro. Campione di questa narrazione è lo Stato Islamico, che la concretizza tramite la delegittimazione di pratiche ad esso estranee e il tentativo di annientare il consenso musulmano verso altre organizzazioni, in primo luogo i rivali qaidisti. Per intenderci, se dovesse scegliere una frase di presentazione, Abu Bakr al-Baghdadi non direbbe mai “morte ai miscredenti”, ma “noi siamo l’Islam, rappresentiamo la Sunna (tradizione)”.

 

Paradossalmente, accade in questi giorni che una buona fetta di opinione pubblica e, in maniera più allarmante, di pensatori e politici, si schieri contro lo Stato Islamico pur sposandone la retorica. Infatti è ormai facile sentir dire che il nemico è l’Islam, parole un tempo smistate fra intimi sussurri, oggi pronunciate con arroganza di verità celata. Eguagliare Islam e jihadismo è non solo operazione per lo più errata, ma nella maggior parte dei casi dannosa. Significa ampliare all’intero spettro storico dell’Islam il campo di esistenza dell’identità fra i due termini, mossa che combacia con il nichilismo confessionale dello Stato Islamico. In parole semplici, ricondurre le recenti azioni terroristiche all’Islam tout court è un autogol clamoroso perché significa confermare la pretesa di rappresentanza universale dello Stato Islamico (e, in maniera minore, di altri gruppi simili).

 

Chiaramente, non si tratta qui di fare buonismo e spiegare che invece esistono i musulmani perbene, né di illustrare come migliaia di loro contribuiscano al fabbisogno economico e demografico d’Europa. È evidente che il tempo dei grafici, degli intellettuali e dei distinguo è passato: l’idea che l’Islam abbia in sé una componente innata di violenza ed estremismo ha purtroppo travalicato anche gli studi e i pareri più convincenti.

 

È del resto complicato opporsi alla tendenza. Porre la questione della delegittimazione dello Stato Islamico come dell’Islam radicale sul piano dottrinale è inutile. Non per superiorità dei primi, ma per l’assenza di una figura in grado di decretare il vincitore della disputa. Del tutto fuori luogo poi la proposta di far scomunicare gli estremisti agli esponenti dell’Islam moderato: un’arma, quella della dichiarazione di miscredenza, utilizzata proprio dagli stessi militanti e con rischio di ripercussioni disastrose. In maniera analoga, affrontare la questione dal punto di vista ideologico non consente di raggiungere il piano dell’oggettività: anzi, ricondurre la lotta allo Stato Islamico all’ideologica significa abbassarsi a discutere con lo stesso registro, e quindi riconoscere la forma dell’argomento nemico.

 

Dimostrare come lo Stato Islamico non possa essere rappresentativo dell’Islam, per delegittimarlo in maniera consistente, è impossibile e probabilmente fuori luogo. Tuttavia, lo si può arginare dal mainstream islamico molto più di quanto non sia stato fatto e tale operazione non può che passare dall’uso di dati di fatto inequivocabili: l’affermazione empirica della varietà e della variabilità interna al mondo islamico. I suoi destinatari sono tanto gli estremisti quanto i persuasi dall’equazione “Islam uguale problema”.

 

Si tratta di valorizzare ed evidenziare il pluralismo delle pratiche confessionali islamiche, sottolineando come tutte abbiano elaborato forme teologiche che le pongono al centro della rivelazione, i loro modelli comportamentali resi coerenti con la sunna. La complessità interna del mondo islamico, spesso letta come un fattore di entropia e di animosità, deve diventare una risorsa. Si intenda bene: non è qualitativamente (e quindi dottrinalmente) che la pluralità trova i suoi argomenti migliori, ma quantitativamente. Dare uguale voce e spazio alle diversità significa riequilibrare le occasioni di rappresentanza e riempire quel vuoto istituzionale spesso vampirizzato dai gruppi estremisti. È dunque necessario dar conto delle innumerevoli interpretazioni religiose scaturite nel tempo per spiegare l’imprecisione ontologica della parola Islam quando preceduta dall’articolo il. L’Islam non può essere il nemico in quanto il vocabolo non fa riferimento ad alcuna realtà monistica.

 

Combattere la narrativa jihadista (anche quando da noi inconsciamente sostenuta) non vuol dire solo chiamare musulmani gli appartenenti alle più svariate comunità non tradizionali, ma anche dar risalto agli scontri interni al panorama salafita. Storicamente, è possibile affermare che buona parte delle congregazioni cosiddette eterodosse è nata con intenti sovversivi e ha subito nel tempo un processo di moderazione dottrinale. L’esperienza storica offerta dall’evoluzione di gruppi quali gli Ismailiti e gli Ibaditi è un bene strategico per la lotta al radicalismo anche e soprattutto in considerazione del loro precedente carattere estremista, che ha progressivamente lasciato spazio a una visione cosmopolita e aperta alla coesistenza confessionale.

 

Il teatro naturale per la realizzazione del progetto è l’Europa, non fosse altro che per motivi geopolitici che ne ostacolano l’attuazione nei paesi arabo-islamici. Il nascente Islam europeo dovrà essere inclusivo e plurale, conscio ma non timoroso della sua complessità. Importante sarà anche indirizzare i giusti input governativi nel potenziamento e nell’istituzionalizzazione dei gruppi confessionali, nel promuovere attività formative in cui è esaltata la multidimensionalità religiosa.  


Di Marco Arnaboldi, analista freelance e collaboratore ISPI


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