Tunisia 2020: speranze e attese di una rivoluzione incompiuta

16 Dicembre 2016

“Tunisia is back” ha annunciato il Primo Ministro della Tunisia Youssef Chahed all’inaugurazione di Tunisia 2020: Road to Inclusion Sustainability and Efficiency, conferenza svoltasi il 29 e il 30 novembre e finalizzata a raccogliere i capitali necessari a finanziare un piano quinquennale di sviluppo per il Paese di 141 progetti per un valore complessivo di 50-60 miliardi di euro.  

L’annuncio non è piaciuto a molti, interpretato come un implicito ridimensionamento del periodo della transizione e delle tante lotte di rivendicazione che si sono affermate a partire dal 2011. Giunta al suo quinto governo in poco più di cinque anni e segnata dai tre attentati terroristici del 2015 (Bardo il 18 marzo, Sousse il 26 giugno e Tunisi, contro un autobus della Garde nationale, il 24 novembre), la Tunisia si ritrova a viaggiare su due binari paralleli. Da un lato, i movimenti sociali dal basso che molto si sono spesi negli ultimi anni per esigere un Paese più giusto ed equo che ripari alle tante ferite del passato; dall’altro, il mondo del business che invoca incentivi e “stabilità” per attirare investimenti per rincorrere un futuro di modernità.

Nonostante il clamore mediatico e le grandi aspettative per Tunisia 2020, l’evento non può considerarsi di certo un successo. La Tunisia ha ottenuto promesse di finanziamenti intorno ai 14 miliardi di euro, al di sotto degli obiettivi annunciati che si attestavano fra i 20-25 miliardi di euro. Di questi 14 miliardi, la maggior parte non proviene da investitori privati, bensì da organizzazioni internazionali – su tutte l’UE – e da donatori governativi, in primis Qatar e Kuwait seguiti da Francia, Italia, Svizzera e Germania. Infine, una importante percentuale degli impegni concessi alla Tunisia avrà forma di prestiti a medio-lungo termine, con non trascurabili conseguenze per un Paese già indebitato con il settore estero.

Tunisia is back alle consuete pratiche di corteggiamento degli investitori senza però riuscire a dispiegare meccanismi efficaci per attirare capitali verso le infrastrutture e i settori che davvero possono porre le basi per uno sviluppo condiviso e creatore di posti di lavori. Né il governo tunisino – in linea con gli esecutivi che l’hanno preceduto – né i donors internazionali paiono avere davvero compreso come questo modello di crescita non sia premessa per uno sviluppo più giusto quanto la causa di tante sofferenze socio-economiche che hanno portato alla Rivoluzione della Dignità del 2011 e che ora si rifiutano di tacere. Dalla svalutazione del dinaro tunisino volta a incoraggiare l’export ma estremamente punitiva per un Paese dipendente dall’import al sistema offshore e agli sgravi fiscali previsti dalla nuova legge sugli investimenti (sgravi che, è opportuno precisare, dovranno essere compensati con tasse di altro tipo e su altri soggetti economici), è ragionevole pensare che a farsi carico della ripresa economica tunisina sarà la sua classe media già in difficoltà, mentre le fasce più emarginate della popolazione difficilmente potranno beneficiare della crescita che si potrà eventualmente creare.

Una crescita per pochi a spese di tanti dunque. E in questo modello si sentono gli echi di un altro evento chiave del novembre tunisino: le prime due udienze pubbliche, il 17 e il 18 novembre, dell’Istanza di Verità e Giustizia (IVD), commissione incaricata della documentazione e delle riparazioni delle vittime della dittatura tra il 1955 e il 2013. Tra le tante testimonianze rese, alcune hanno riguardato proprio i “crimini economici” commessi nel corso della storia recente tunisina, strategie politiche deliberatamente volte a beneficiare aree già ricche e figure vicine al potere. “Mi chiedevo allora che fine avrebbero fatto gli esiliati delle campagne: le periferie tunisine sono la risposta”, ha dichiarato per esempio l’intellettuale Gilbert Naccache a proposito del suo periodo presso il Ministero dell’Agricoltura.

Se non pochi si sono commossi per i racconti delle vittime, “scoprendo” o ricordandosi della barbarità delle torture e della repressione sotto Bourguiba e Ben Ali, Tunisia 2020 è in qualche modo un segno di come il riappropriarsi della verità sul proprio passato da parte non sia necessariamente il primo mattone per la costruzione della giustizia. Proprio nei giorni della conferenza, mentre si invitavano gli investitori a portare i loro capitali nella terra della “Rivoluzione dei Gelsomini”, è stata severamente repressa una manifestazione contro la cosiddetta “legge di riconciliazione” la quale, sottraendo alcune competenze proprio all’IVD, consentirebbe un’amnistia a quanti accusati di corruzione e atti economici illeciti prima della Rivoluzione.

Poco o nulla, inoltre, è stato fatto per rispondere alle rivendicazioni e alle proteste che hanno interessato diverse regioni delle zone più povere del Paese, su tutte Kasserine, all’inizio di quest’anno. Pesantissime difficoltà incontra l’esperienza dell’oasi di Jemna, in cui è stata creata una comune per la produzione di datteri su terre confiscate ai coltivatori durante il protettorato francese.

In un Paese che resta comunque un esempio per la regione mediterranea, il più grande sforzo per far dialogare passato e futuro è quello di riconoscere che lo sviluppo deve essere equo, che la giustizia sociale non è un corollario dei capitali stranieri. In questo dialogo si gioca cosa la Tunisia vorrà fare della sua Rivoluzione: un percorso di dignità per tutti o una manciata di gelsomini in promozione per pochi.

 

Clara Capelli (@clariscap)

 

Questo pezzo rappresenta il punto di vista dell'autrice, espresso a titolo personale


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