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I RESTAURI DEL PASSATO
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Nel XIX secolo, parallelamente alla repentina sfortuna economica della famiglia Clerici, il Palazzo venne suddiviso in appartamenti da affittare e si trasformò in un bene economico da cui ricavare un reddito, fino alla sua cessione nel 1812 allo Stato che ne fece la sede del Tribunale.
Questa destinazione comportò l'avvio di continue opere di adattamento che portarono non solo all'alterazione della distribuzione degli spazi interni ma anche alla costruzione nei cortili (ad eccezione della corte d'onore) di nuovi corpi di fabbrica.
Fu solo a partire dal 1940, con l'insediamento in Palazzo Clerici dell'Ispi, che fu avviata una lunga serie di lavori di restauro, inizialmente a cura dall'ingegnere Giuseppe Dotto (1940-1943, 1954) e nel dopoguera su progetto dell'architetto Fulvio Nardis (1968-1980), a cui si deve l'attuale configurazione dell'edificio.
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La scala progettata e realizzata
dall'Ing. Giuseppe Dotto negli anni '40
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Nel dicembre del 1940 il progetto di recupero fu sottoposto all'approvazione personale di Mussolini che, anche in considerazione del difficile contesto dovuto alla guerra, volle accelerare gli eventi e trasformare l'operazione in una manovra politica, estendendo la durata della convenzione a 50 anni e stanziando 2.800.000 lire per i lavori. Soltanto nel novembre 1941, tuttavia, il progetto fu presentato ufficialmente e approvato dalla Soprintendenza ai monumenti, con la firma dell'ing. Giuseppe Dotto.
Gli interventi condotti da Giuseppe Dotto utilizzarono disinvoltamente diverse teorie del restauro, in relazione anche alla specificità dei singoli ambienti. Fu ad esempio un restauro "di liberazione" quello teso a recuperare la spazialità originale degli ambienti settecenteschi attraverso la demolizione dei corpi edificati nei cortili secondari e l'eliminazione dei tavolati divisori in alcune sale; "d'invenzione", poi, quello relativo alla ricostruzione in stile di rivestimenti e arredi fissi - come la saletta cinese - secondo un metodo finalizzato a riproporre il gusto di un'epoca; "analogico", infine, quello tendente a ricreare, magari attraverso l'uso semplificato di stilemi antichi, una continuità formale con le preesistenze nella ricostruzione della corte delle scuderie e del portico della corte Rustica o nella costruzione di un nuovo scalone in posizione quasi simmetrica rispetto allo scalone d'onore.
I più recenti interventi, realizzati da Fulvio Nardis, affiancano alla sistematica e dissennata sostituzione dei materiali (intonaci di facciata, pavimenti in parquet, soffitti in incannucciato, solai lignei, ecc..) la pratica del restauro analogico - come ad esempio nel caso del restauro del salone d'onore - nello strenuo e vano tentativo di riportare l'edificio allo splendore settecentesco dei tempi di Antonio Giorgio Clerici.
Proprio al progetto di quest'ultimo si deve - nelle linee essenziali - l'attuale configurazione dell'edificio.
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