Af-Pak: la speranza è nelle potenze regionali?

Venerdì, 10 Maggio, 2013

Germano Dottori

Il voto con il quale, il prossimo 11 maggio, verranno determinati i nuovi equilibri politici pakistani giunge in un momento estremamente delicato del conflitto afghano. È ben difficile, tuttavia, che possa dispiegarvi apprezzabili conseguenze, e men che mai di positive.

La politica estera e di sicurezza nazionale del Pakistan non è, in effetti, nelle mani del potere civile, ma è il dominio pressoché esclusivo dell’esercito, che la modella dai tempi dell’indipendenza sulla base delle proprie ambizioni e preoccupazioni. 

Fra le prime, vi è certamente l’aspirazione a fare di Islamabad la prima potenza militare del mondo musulmano, obiettivo al quale è stato asservito anche il programma nucleare nazionale sfociato nei test del 1998. Fra le seconde, l’elemento dominante è senza dubbio costituito dall’ossessione nei confronti della minaccia indiana.

Il trauma della partition con la quale, nel 1947, i domini indiani della corona britannica vennero divisi in modo imperfetto lungo linee confessionali, lasciando gran parte del Kashmir sotto la sovranità di Delhi, non è mai stato superato. Così come non è stato assorbito lo shock della sconfitta patita nel 1971 a opera dell’India, per effetto della quale il Pakistan perse la metà demograficamente più importante del suo territorio, poi costituitasi nell’odierno Bangladesh con la benedizione di Indira Gandhi.  

Militari e apparati d’intelligence pakistani hanno quindi profondamente radicato nel proprio Dna un istintivo riflesso anti-indiano, che è alla base del peculiare rapporto stabilito dallo Stato Maggiore dell’esercito con le questioni afghana e kashmira. 

Da un lato, nella visione degli strateghi pakistani l’Afghanistan si è progressivamente trasfigurato nell’indispensabile retroterra strategico del loro paese. Uno spazio impervio e ideologicamente ostile agli invasori, nel quale assorbire in profondità un eventuale attacco portato dall’India al cuore del Pakistan e avviare la successiva riconquista dei territori perduti. Una tesi ardita, specialmente se si tiene conto delle enormi difficoltà che l’esercito di Islamabad incontra ogni qual volta si avventuri nelle Tribal Agencies, ma comunque ormai osservata come un articolo di fede. Dall’altro, il Kashmir è divenuto il fulcro di un irriducibile irredentismo sul quale si è fondata in parte cospicua la legittimità delle istituzioni statali. 

È da questa prospettiva che sono derivati a partire dagli anni Ottanta gli spericolati esperimenti condotti dai militari pakistani per islamizzare la politica estera del proprio paese, ricorrendo da ultimo anche al talibanismo e al jihadismo qaedista per perseguire i propri obiettivi geopolitici regionali. 

Tale impostazione strategica spiega anche la straordinaria ambiguità che ha contraddistinto l’intera vicenda della partecipazione pakistana alla Global War on Terror e non sembra essere del tutto venuta meno neanche dopo la trasformazione di questi strumenti in altrettante sfide all’ordine politico interno, a dispetto delle aspre battaglie combattute dall’esercito per ripristinare la legalità dentro la Moschea Rossa di Islamabad e la sovranità del governo centrale nella valle di Swat. 

Il rapporto intrattenuto dal potere civile con questo processo di islamizzazione promosso soprattutto dagli ambienti legati alle Forze Armate e agli apparati di sicurezza è stato non di rado complesso. 

In taluni casi, ad esempio, sono emerse complicità evidenti. Forse le accuse rivolte a questo proposito da Pervez Musharraf al padre di Benazir Bhutto, Zulfiqar Ali, sono ingenerose e vanno derubricate come una forma di assoluzione per il colpo di stato con il quale il generale Zia ul Haq lo depose prima di mandarlo a morte. Ma è un fatto che la stessa Benazir avesse guardato con favore alla nascita del movimento talebano che l’avrebbe successivamente uccisa, mentre Nawaz Sharif, vero uomo dei sauditi in Pakistan, svolse un ruolo non secondario nell’assecondare la propagazione dell’islamismo nel paese.

I civili, quindi, non sono stati in questi anni un vero argine al processo di radicalizzazione in senso islamista della politica interna ed estera del Pakistan. Al contrario, i leader dei maggiori partiti ne sono stati molto spesso dei fiancheggiatori e talvolta anche delle vittime, come prova proprio il tragico epilogo della parabola di Benazir. È per questo motivo che il controverso presidente Asif Ali Zardari ha potuto a lungo presentarsi non senza ragioni al mondo come il capo dell’opposizione pur trovandosi ai vertici dello stato. 

Dall’evidente duplicità della linea di comando militare e civile pakistana discende anche la grande difficoltà incontrata finora nell’imbastire un canovaccio negoziale che impegni efficacemente Islamabad a cooperare alla stabilizzazione dell’Afghanistan. 

Il Pakistan è stato, in effetti, sotto questo profilo assai poco lineare sin dalle prime ore della campagna promossa contro i talebani e al-Qaeda, schierando propri consiglieri militari nelle unità del regime di Kabul che cercavano di opporsi alle forze dell’Alleanza del Nord sostenute dai commandos e dal potere aereo alleato, malgrado l’allora presidente e leader dell’esercito pakistano, Pervez Musharraf, avesse professato lealtà e propositi di collaborazione nella lotta al terrorismo transnazionale. 

Negli ultimi anni, si è a volte avuta la sensazione che gli Stati Uniti cercassero di accordarsi con Zardari e il suo premier Reza Gilani (sostituito recentemente da Raja Pervez Ashraf) per dilatare i propri margini d’azione e isolare il capo di Stato Maggiore dell’esercito, Parvez Kayani. Ma la frequenza dei contatti tra le autorità militari americane e quest’ultimo dimostra tutti i limiti di questa percezione. Washington tratta sempre, del resto, con chi detiene il potere effettivo. 

Anche gli esercizi negoziali che coinvolgono direttamente autorità civili afghane e pakistane nello sforzo congiunto di facilitare la ricomposizione del conflitto civile che insanguina l’Afghanistan stanno producendo esiti molto incerti. La guerriglia talebana, che dispone tuttora di numerosi santuari in Pakistan, continua, infatti, a mietere dozzine di vittime, pur privilegiando adesso bersagli soft come la Polizia locale afghana e le unità periferiche dell’esercito di Kabul. A questa forma di pressione se ne è poi aggiunta da qualche tempo un’ulteriore: i militari afghani sono stati costretti recentemente a respingere con le armi pesanti il tentativo dei loro colleghi pakistani di allestire degli avamposti nel Nangarhar, cioè al di qua della Linea Durand, determinando lo scoppio di aspre battaglie.

La debolezza con la quale il Partito Popolare del presidente in carica si presenta alle elezioni dell’11 maggio lascia intravedere la possibilità che dal voto escano fortemente rafforzati i movimenti più accondiscendenti nei confronti dell’Islam politico, come la Lega musulmana del Pakistan di Nawaz Sharif e lo stesso raggruppamento guidato dall’ex campione di cricket Imran Khan, che tra l’altro sono stati significativamente risparmiati dalle intimidazioni pesanti delle organizzazioni terroristiche jihadiste.

Non è una buona notizia, né per il futuro della fragilissima democrazia pakistana, né per le sorti della stabilizzazione afghana. Se Nato e America lasciano Kabul, non sarà infatti il self restraint dei pakistani a garantire gli afghani rispetto al rischio di una restaurazione talebana. Questa sarà anzi una prospettiva inevitabile, se nel calderone afghano non entreranno in modo deciso anche indiani, iraniani e russi. Forse è proprio questa la speranza segretamente coltivata sulle rive del Potomac.

* Germano Dottori, docente di Studi Strategici alla Luiss-Guido Carli di Roma.