Afghanistan. Cambio al vertice talebano e processo di pace a rischio

Mercoledì, 15 Giugno, 2016

Claudio Bertolotti

La morte del mullah Mansour e la nomina del nuovo vertice dei talebani – Un attacco drone, lanciato dagli Stati Uniti, ha ucciso il leader dei talebani nella provincia pachistana del Belucistan lo scorso 22 maggio; scompare così il discusso mullah Aktar Mohamad Mansour, capo dei talebani afghani succeduto allo storico leader del movimento, il mullah Mohamad Omar, deceduto nel 2013 ma la cui morte fu resa nota solamente due anni dopo, nel luglio del 2015. La scomparsa di Mansour è stata ufficializzata dagli stessi talebani attraverso il loro sito web.

Il mawlawì Haibatullah Akhundzada, già luogotenente di Mansour è stato ufficialmente nominato suo successore, capo dei talebani, ed ha ricevuto il titolo onorifico di Amir-al-Momineen (“Emiro comandante di tutti i fedeli”); un’investitura apparentemente ottenuta all’“unanimità” dal Supremo Consiglio (shura) talebano. Al suo fianco è stato confermato Sirajuddin Haqqani, già braccio destro di Mansour, comandante della cosiddetta “Haqqani network” vicina ad al-Qa’ida, e figlio di Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia insurrezionale, morto nel 2014.

Una novità significativa è invece rappresentata dall’ingresso nella leadership del movimento del mullah Muhammad Yaqoub, figlio venticinquenne del mullah Omar, privo di un reale potere e capacità di controllo sui mujaheddin talebani. Una scelta che va incontro alle rivendicazioni di quella componente del movimento che aveva mal digerito la leadership di Mansour e cha aveva tenute impegnate le correnti in un tentativo di risolvere le conflittualità interne alle due principali fazioni: da una parte il mullah Mansour, dall’altra il mullah Mohammad Rassoul, già governatore talebano della provincia di Nimruz e artefice della conquista di Kunduz nel settembre del 2015, di cui non si sa nulla da alcuni mesi ma che potrebbe essere detenuto in Pakistan in quanto contrario al processo negoziale (informazione non confermata ufficialmente dal governo pachistano).

Una scelta che, aprendo a quella componente in precedenza esclusa – e che non riconosceva la legittimità della leadership di Mansour – vorrebbe dimostrare una volontà di riunificazione di un fronte insurrezionale fortemente frammentato in seguito alla contestata ascesa di Mansour. Un’ascesa problematica che, da un lato, ha creato fratture e scontri aperti e, dall’altro, è causa dell’assenza di una rappresentanza talebana al tavolo negoziale, il cui fine ultimo è oggi – indipendentemente dal costo politico di tale processo e a fronte di una possibile rinuncia di fatto sul piano dei diritti dei cittadini afghani – la cessazione delle ostilità tra i gruppi di opposizione armata e la Coalizione internazionale.

 

Chi è il nuovo leader dei talebani? – Il mawlawì Haibatullah è un talebano di 55 anni, appartenente alla vecchia generazione, ed è considerato un influente dotto religioso (da cui il titolo mawlawi) a cui è stata riconosciuta la posizione di importante guida spirituale. Il suo ruolo al fianco del fondatore dei talebani, il mullah Omar Mullah Omar, è stato rilevante nei processi decisionali in quanto deputato a definire gli aspetti religiosi, a emanare le fatwa (risposte giuridiche) e le giustificazioni della violenza sul “campo di battaglia” (ad esempio gli attacchi suicidi/azioni di martirio). Un’esperienza, dunque, di natura prevalentemente giuridico-religiosa che, se da un lato potrebbe unire il movimento sotto l’aspetto fideistico e simbolico (e molti comandanti talebani hanno rispetto per la sua figura), dall’altro pone in evidenza una debolezza sul piano operativo-strategico derivante dall’assenza della competenza necessaria a guidare un movimento insurrezionale in guerra.

Ma un fattore di significativa importanza potrebbe fare la differenza. Haibatullah è originario del distretto di Panjwai, provincia di Kandahar, e appartiene alla tribù dei Noorzai; la stessa a cui appartengono alcuni dei principali oppositori di Mansour che hanno dato inizio alla frammentazione del movimento nell’estate del 2015. E proprio il ruolo della componente tribale sarebbe stato decisivo nella sua nomina e nel processo di mediazione in atto tra le parti.

Quanto avvenuto, dunque, attraverso quella che viene presentata come una designazione condivisa della nuova leadership, è una risposta alla richiesta di riconoscimento allargato di un “comandante” rappresentativo delle principali correnti interne.

 

Ma quella di Haibatullah è una nomina davvero condivisa? – Potrebbe non essere così. E infatti, sul fronte degli scissionisti, il mullah Abdul Manan Niazi ha da subito criticato le procedure di designazione del nuovo vertice insurrezionale, definendolo inaccettabile; con ciò confermando una dinamica simile a quella che portò, con la nomina di Mansour da parte di un consiglio ridotto e limitato – e per questo parziale e non riconosciuto –, alla successiva scissione e al conseguente processo di frammentazione che la nuova leadership vorrebbe contenere. Dunque un risultato dagli esiti incerti poiché privo del necessario consenso generale, con buona pace di chi auspica un fronte unito e rappresentativo al tavolo negoziale.

Ma ancora non è noto quanto consistente sia il fronte dell’opposizione e questo farà la differenza nei prossimi mesi, che, dal punto di vista operativo, si preannunciano essere particolarmente impegnativi, sia per i talebani, sia per le forze di sicurezza afghane e per le due anime della Coalizione internazionale – la Nato e l’operazione di contro-terrorismo statunitense “Freedom’s Sentinel”.

Nella sostanza, ciò che si pone in evidenza è lo sbilanciamento dei pesi all’interno della triade al vertice del movimento: un leader, il mawlawì Haibullah, dal ruolo prevalentemente religioso e simbolico; un suo vice, il mullah Yaqoub, privo di potere reale; il secondo vice, Sirajuddin Haqqani, a capo della componente militare, con forti legami con al-Qa’da e i gruppi di opposizione armata insurrezionale, una significativa capacità di auto-finanziamento – legata al narcotraffico – e un forte ascendente tra i mujaheddin afghani. La situazione appare chiara, così come è evidente chi avrà maggiore peso nei processi decisionali di quel movimento che fu del mullah Omar.

Quel che è meno chiaro è ciò che ne deriverà, in particolare per quanto riguarda tre aspetti: le dinamiche interne al movimento, il processo di pace, il ruolo della minaccia esogena dello Stato islamico (Daesh/IS).

 

Quali le ripercussioni interne al movimento dei talebani? – La morte del mullah Mansour è un fattore rilevante sul piano politico interno al movimento e, inoltre, su quello diplomatico e operativo.

Ciò che emerge, in termini di priorità, al di là delle valutazioni su ciò che ha rappresentato la breve parabola del mullah Mansour, è se, e per quanto tempo, la nuova leadership sarà in grado di creare e mantenere un’unità del fronte insurrezionale che, di fatto, non è mai esistita se non sul piano simbolico.

Una risposta può essere letta nel processo inclusivo delle correnti contrapposte – e in questa ottica va interpretata l’apertura alla fazione del mullah Yaqoob, ma il dubbio sulla convergenza sul processo negoziale rimane aperto.

Da una parte c’è chi, internamente, sostiene una posizione contraria al dialogo negoziale e propensa a proseguire il confronto sul campo di battaglia da cui deriverebbero vantaggi sostanziali frutto di un’economia di guerra che, al di la degli aspetti ideologici o nazionalistici, è legata ai proventi del narcotraffico – e la collaborazione con la criminalità transnazionale – e all’accesso a fonti di finanziamento: vantaggi garantiti dalla cronica condizione di guerra.

Dall’altra parte ci sono i pragmatici, propensi a un power-sharing (un riconoscimento de jure del potere conquistato de facto sul campo di battaglia) che apra alle opportunità economico-finanziarie di un paese stabile, o più semplicemente la spartizione sostanziale del paese e delle sue risorse.

Quale via sceglierà la nuova leadership non è ancora noto, benché sia probabile che il ruolo del Pakistan possa spingere verso una forma di compromesso (in quali tempi è ancora presto per poterlo dire).

 

Quali le possibili conseguenze e gli sviluppi del dialogo negoziale e del processo di pace? – È ormai un dato di fatto che i talebani siano oggi l’attore politico, prima ancora che militare, con cui abbiamo accettato di interfacciarci attraverso un processo che dovrebbe portare a una soluzione negoziale che apra alla condivisione del potere.

Il Quadrilateral Cordination Group, organismo internazionale costituito ad hoc per coinvolgere i principali attori interessati alla stabilizzazione dell’Afghanistan – Cina, Pakistan, Stati Uniti e Afghanistan –, è da mesi impegnato nel tentativo di trovare un accordo sostenibile e condiviso tra le parti. Un accordo che sia basato sul compromesso e che apra a forme di condivisione del potere con i talebani e le altre principali sigle insurrezionali.

Ma a rendere inefficace qualunque sforzo è, in primis, l’assenza dal tavolo negoziale proprio dei talebani e, in secondo luogo, la prosecuzione della guerra su entrambi i fronti (a tutto svantaggio delle forze internazionali e dello stato afghano).

Da una parte i talebani che, pur avendo formalmente aperto a un dialogo finalizzato alla pace, sono sempre più aggressivi e in vantaggio su un campo di battaglia sfavorevole per il debole stato afghano e il suo inadeguato apparato di sicurezza (esercito e polizia); talebani che, dopo un’offensiva di primavera di successo, sono pronti a lanciare un’offensiva estiva ancora più impegnativa che preoccupa tanto Kabul quanto Washington. Con ciò confermando una capacità di saper operare sia sul piano politico-diplomatico sia su quello operativo-strategico.

Dall’altra parte le forze di sicurezza afghane, che falliscono nel tentativo di difendere il paese (prive di adeguate capacità operative e colpite da perdite significative), e le forze della Nato e statunitensi congelate in un’ambigua presenza statica e in una funzione train, assist e advise inefficace. E ora, dopo mesi di attesa e richieste da parte dei vertici militari statunitensi, il presidente Barack Obama avrebbe disposto di estendere l'azione militare autorizzando anche bombardamenti aerei per contrastare i talebani; si prevede dunque un'intensificazione delle azioni a supporto delle forze afghane, e un cambio delle regole di ingaggio.

Dunque, se da un lato entrambi gli attori parlano di ricerca del dialogo e processo di pace, dall’altro proseguono con la pressione psicologica sul nemico attraverso le azioni di combattimento e l’efficace propaganda mediatica.

 

Lo Stato islamico (Daesh/IS): una minaccia concreta – Le spinte esogene sul processo di frammentazione del fronte insurrezionale – riconducibili alla diffusione di Daesh/IS e al ruolo che questo saprà crearsi in Afghanistan e, in generale, nel sub-continente indiano – sono una minaccia concreta. Alcuni ex talebani hanno aderito alla nuova formula insurrezionale, alimentando processi di scissione più o meno significativi e innalzando il livello di conflittualità interna. Così come è avvenuto per gli altri due importanti gruppi insurrezionali che combattono in Af-Pak: l’Islamic Movement of Uzbekistan (Imu) e il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP).

Una situazione critica che va ad inserirsi in un quadro di conflittualità multi-livello dove, a fronte di una guerra insurrezionale con specifica connotazione nazionale in cui i talebani e gli altri gruppi locali combattono per l’Afghanistan, vi è l’influenza di fattori esogeni in grado di amplificare il livello di violenza spostandolo sul piano ideologico dello jihadismo globale. Uno jihadismo che, superando le frontiere e le ragioni iniziali di un’insurrezione finalizzata a “cacciare il nemico invasore e abbattere un governo afghano fantoccio” (questa la narrativa utilizzata dai talebani), tende a includere le dinamiche locali nel più ampio contesto del fondamentalismo e del radicalismo contemporaneo rappresentato da IS/Daesh.

Ciò porterebbe l’Afghanistan verso quella conflittualità di maggiore rilevanza che sta infiammando l’intero “Grande Medio-Oriente” a cui potrebbe seguire un’ulteriore evoluzione dell’impegno internazionale in cui va a inserirsi l’impegno statunitense a mantenere una residua forza militare in Afghanistan, fino a tutto il 2024, a tutela delle cosiddette basi strategiche.

 

Claudio Bertolotti, Ph.D, è Analista strategico indipendente, docente di 'Analisi d'area', Subject Matter Expert per la NATO e ricercatore italiano per la ‘5+5 Defense Initiative 2015’.