Aqis: la minaccia di al-Qaeda nel subcontinente indiano

Lunedì, 20 Marzo, 2017

Paolo Palumbo

Il 3 settembre 2014 il capo di al-Qaeda Central, Ayman al-Zawahiri annunciò al mondo islamista la nascita di un nuovo gruppo combattente il cui scopo principale era diffondere il jihad in tutto il subcontinente indiano. Da diversi anni nelle regioni del Kashmir, nel Gujarat, Assam e Burma i musulmani soffrivano la politica discriminante dei rispettivi governi che li aveva condannati all’isolamento e in alcuni casi alla persecuzione. I neo-affiliati qaedisti, il cui acronimo era AQIS, Al-Qaeda in the Indian Subcontinent diventavano i paladini delle recriminazioni musulmane in India, Bangladesh, Afghanistan e una parte del Pakistan. Secondo l’opinione di diversi analisti la nascita di AQIS era una risposta diretta di al-Qaeda Central contro l’infiltrazione dello Stato Islamico in quella parte del mondo, sebbene al-Zawahiri, in un lungo video discorso, avesse puntualizzato come il progetto fosse “the product of more than two years’ work in recruiting fighters and uniting different pre-existing Jihadi groups in the Indian Subcontinent”(1). 

Il subcontinente indiano e il jihad

AQIS diventò un punto di confluenza per diversi nuclei di islamisti che già da tempo svolgevano azioni in quella regione; alcuni tra i più importanti erano gli Indian Mujahideen (IM) ma anche i pakistani di Lashkar-e-Taiba (LeT) o Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP)(2). Se le condizioni di vita in regioni come il Kashmir erano la prima causa di ribellione, dal punto di vista dottrinale la guerra santa in India percorreva il sentiero tracciato da Ghazwa-e-Hind o “Battaglia per riunire l’India”, un Hadit del Profeta che divenne il testo di riferimento per tutti coloro che bramavano fondare un Califfato nella regione. 

Dal punto di vista meramente operativo, il jihad indiano e del Bangladesh era altresì un fenomeno coevo alla formazione di al-Qaeda, o meglio, una diretta conseguenza del conflitto russo-afghano degli anni Ottanta(3). Le rivendicazioni musulmane nella regione subirono poi un’escalation a partire dal 2000, con un deciso aumento degli attentati contro obiettivi governativi. La creazione di un fronte unico jihadista nel subcontinente indiano sponsorizzato da al-Qaeda otteneva così un duplice vantaggio: da un lato l’organizzazione di al-Zawahiri schierava una pedina in più per affermare la sua supremazia in un settore dove lo Stato Islamico tentava di fare proseliti, dall’altro i gruppi misconosciuti di quell’area potevano finalmente fregiarsi di un “marchio” che dava loro prestigio e motivazione. Per rinvigorire la credibilità di AQIS, lo sceicco egiziano nominò Maulana Asim Umar, un giovane promessa di appena 40 anni, colto e capace di esprimersi in urdu, inglese, arabo e pashto. Il suo radicalismo era maturato a Karachi, presso la madrasa di Jamia Uloomul Islamia, uno dei più noti divulgatori del jihad in Pakistan. Umar esordì in al-Qaeda come addetto alla propaganda, giacché avvezzo all’uso di internet e valido scrittore. Pubblicò ben quattro libri in lingua urdu e numerosi articoli tra cui il più noto: The Future of Muslims in India, apparso sulla rivista qaedista Resurgence. L’articolo di Umar si presenta come un vero e proprio manifesto di AQIS nel quale l’autore ribadisce con convinzione l’allineamento alle idee di al-Zawahiri. 

Dalle idee alla lotta

Il debutto di AQIS risale al 2012 nel completo anonimato, quando ancora non vi era alcuna ufficialità circa l’esistenza del gruppo. Nello stesso anno Aniqa Naz, blogger pakistano, era stato ucciso perché blasfemo. L’anno successivo un altro blogger, Ahmed Raijab Heider, finiva anch’egli nelle mire dei terroristi, reo di aver pubblicato alcuni articoli contro l’islamismo. I due omicidi furono rivendicati da AQIS soltanto nel 2015, quando gli stessi esecutori godevano ormai del patrocinio di al-Zawahiri e avevano bisogno di promuovere le loro imprese. L’assassinio di alcuni blogger non era però il tipo di azione che avrebbe potuto dare ad AQIS fama internazionale, serviva qualcosa di più eclatante e nel contempo rischioso. Il 6 settembre 2014 alcuni terroristi abbordarono la nave pakistana PNS Zulfiqar: Indubbiamente attaccare una nave militare, completa di armi ed equipaggio, era un’azione davvero spettacolare e tra l’altro usciva dagli schemi prettamente “terrestri” del terrorismo islamista. L’indagine che seguì l’attacco – per altro fallito con l’uccisione di un terrorista – portò alla luce una cospirazione ad alti livelli: la PNS Zulfiqar imbarcava otto missili antinave C-802 da usarsi contro il naviglio americano presente nell’Oceano Indiano. Inoltre, il dato più preoccupante era il coinvolgimento di numerosi ufficiali e marinai della marina pakistana, reclutati direttamente nelle file di AQIS. Ancora una volta la rivista Resurgence aveva preannunciato l’attacco con un articolo intitolato Targeting the Achilles Heel of Western Economies firmato da Hamza Khalid. Lo stretto di Hormuz e il canale di Suez – punti di passaggio fondamentali sulle linee commerciali di tutto il mondo – dovevano diventare punti vulnerabili poiché il mare sarebbe stato il nuovo teatro ove colpire gli interessi delle democrazie occidentali. I progetti altisonanti di AQIS cozzavano però con i problemi di organico e con un’ancora limitata scaltrezza organizzativa, così il 26 febbraio 2015 ripresero a puntare le armi contro la libertà di espressione, assassinando Avijit Roy, un blogger ateo di Dhaka in Balgladesh; la stessa sorte toccò ad altri quattro blogger. 

Segnale di forza o debolezza?

Alastair Reed, in un'analisi su AQIS, fa una riflessione riguardo alle sue potenzialità: sebbene abbia pochi affiliati e non abbia la capacità di sferrare attacchi sensazionali contro l’Occidente, la sua esistenza pone una concreta minaccia in tutta la regione, con una preoccupante tendenza a espandersi. In questo senso al-Qaeda Central può mantenere pedine importanti nel subcontinente indiano con concrete prospettive di crescita, viste le recenti débâcle militari dello Stato Islamico. La presenza di al-Qaeda, o meglio di un gruppo a lei affiliato, offre dunque un’alternativa importante a chi non ha mai voluto allinearsi con i macellai dell’ISIS e inoltre costituisce un pericoloso elemento di stimolo per quanti vogliano unirsi al jihad globale contro gli infedeli. Se anche nel subcontinente indiano – regione notoriamente arretrata sotto molti punti di vista – al-Qaeda riuscirà a riguadagnare terreno, allora ci troveremo di fronte a una nuova, ma prevedibile minaccia. Il fatto più rilevante è che al-Qaeda con l’operazione AQIS abbia rotto i confini di un terrorismo regionale e circoscritto, presentandolo sul palcoscenico internazionale moltiplicandone le reali capacità offensive(4).

 
1. A. Reed, “Al Qaeda in the Indian Subcontinent: A New Frontline in the Global Jihadist Movement?”, ICCT Policy Brief, Maggio 2015, https://icct.nl/publication/al-qaeda-in-the-indian-subcontintent-a-new-frontline-in-the-global-jihadist-movement/
2. Cfr. I. Ahmad, “Towards a Kashmiri Settlement Beyond Jihad”, SAM Center for Strategic Research, 
3. A. Riaz, “Who are the Bangladeshi Islamist Militants?”, in Prespectives on Terrorism, Vol. 10, Issue 1, February 2016, p. 4. http://www.terrorismanalysts.com/pt/index.php/pot/article/view/485.
4. S. Dasgupta, “Al Qaeda in India: Why We Should Pay Attention”, in ISN ETH Zurich, 15 January 2015.
 
Paolo Palumbo, ricercatore, freelance
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