Arabia Saudita-Qatar: i nodi di una crisi annunciata*

Venerdì, 30 Giugno, 2017

Giuseppe Dentice

La nomina di Mohammed bin Salman (MbS) quale nuovo principe ereditario al trono saudita (21 giugno) e la rottura delle relazioni diplomatiche tra Qatar e il fronte sunnita capitanato dall’Arabia Saudita (5 giugno) confermano che quanto sta andando in scena in questi giorni nel Golfo non è una semplice crisi passeggera. Sebbene i due eventi non siano direttamente legati tra loro, essi rappresentano di fatto un continuum dalle ripercussioni geopolitiche e strategiche imprevedibili.

Il contesto locale: dimensione geopolitica ed economica – La frattura tra Doha e Riyadh, emersa dopo mesi di accesi scontri sotterranei, è un refrain di quanto andato in scena nel 2014, innestandosi su una doppia dimensione geopolitico intra- ed extra-Golfo. Da un lato l’Arabia Saudita, la maggiore tra le monarchie del Golfo e aspirante unica potenza regionale sunnita, dall’altro il Qatar, outsider totale, al pari della Turchia sua principale alleata, nelle dinamiche regionali del Grande Medio Oriente [1].

Oggi come allora, le monarchie sunnite del Golfo (con l’aggiunta di Egitto e Yemen, attori strettamente legati da interessi molteplici a Riyadh) hanno accusato il Qatar di sostenere e finanziare i gruppi terroristici siriani e mediorientali in generale. Tra questi venivano citate anche organizzazioni afferenti all’Islam politico, come la Fratellanza musulmana e Hamas, e inserite nelle singole black list nazionali del terrorismo da quasi tutte le monarchie del Golfo, ad eccezione di Qatar e Oman. Ad una prima occhiata pare evidente che l’accusa di sostegno al terrorismo possa sembrare ambigua, o quanto meno riduttiva rispetto alla molteplicità di interessi in gioco, soprattutto se si considera che gli attori che promuovono tale campagna sono gli stessi, ognuno a vario titolo, coinvolti nei principali scenari di crisi mediorientale (dalla Siria all’Iraq, passando per Bahrain, Yemen e perfino Libia). Tre anni più tardi la crisi del 2014, Riyadh e Doha sono tornate a confrontarsi aspramente sulle scelte di politica estera tenute dal piccolo emirato del Golfo e diffusamente avversate in maniera ufficiosa dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati locali – tra cui spicca in particolare modo il ruolo assunto dagli Emirati Arabi Uniti (Eau) e dall’Egitto, ritenuti da molti media locali i reali manovratori occulti nella campagna mediatica anti-Qatar. L’ultimatum rivolto da Arabia Saudita, Eau ed Egitto nei confronti di Doha si sostanzia principalmente in quattro accuse: 1) l’azione di critica continua da parte di al-Jazeera, il potente network televisivo qatarino, nei confronti del regime di al-Sisi e di tutti i governi regionali in funzione anti-Fratellanza musulmana; 2) un rapporto politico ed economico ufficiale e privilegiato del Qatar con, Hamas e, in particolar modo, con l’Iran (si vedano in tal senso le dichiarazioni concilianti su Teheran quale “potenza islamica” emerse nei giorni precedenti la crisi su tutti gli organi di stampa mediorientali e poi prontamente bollate dall’emiro Tamim al-Thani come “fake news”); 3) la scelta di Doha di assumere una postura di politica estera libera da qualsiasi interferenza intra- ed extra-Golfo; in sostanza una sorta di “battitore libero” nella grande arena mediorientale come l’Oman, ma in maniera più sfrontata e autonoma di quest’ultimo; 4) la chiusura della base militare turca distante una trentina di chilometri dalla capitale Doha. L’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno di fatto dato vita ad una crisi strumentale nella quale il vero obiettivo finale dell’offensiva diplomatica rimane l’Iran, in quella che appare sempre più come una sfida geopolitica giocata su più tavoli [2].

A queste variabili si aggiunge, infine, il fattore economico, sebbene esso non rappresenti una discriminante primaria nella crisi in corso se non contestualizzata all’interno di uno scenario di prestigio politico e geo-strategico regionale. Da circa un quindicennio il Qatar è stato capace di offuscare progressivamente la reputazione dell’Arabia Saudita, investendo nei più svariati settori dell’economia, della finanzia e dell’energia, allargando i propri interessi anche in altri ambiti come moda, sport, cultura, immobiliare e turismo. Un inaspettato protagonismo a tutto tondo che ha portato il paese a crescere velocemente dal punto di vista economico, in virtù anche di dimensioni fisiche, geografiche e sociali modeste, e ad aprire una stagione di diretta competizione con i vicini sauditi ed emiratini. Oggi il fondo sovrano del Qatar, il Qatar Investment Authority (Qia), la cassaforte della famiglia al-Thani, è una realtà globale con un patrimonio accreditato di oltre 250 miliardi di dollari, derivanti in particolar modo dalle immense risorse di gas racchiuse nel giacimento off-shore North Pars, che condivide con l’Iran. Confrontando questi valori con quelli del fondo sovrano saudita, che si aggira oltre i 2.000 miliardi di dollari, le risorse di Qia sembrerebbero di poco conto. Ciononostante la ricchezza saudita rimane un valore soltanto nominale e per lo più dipendente dall’incompleto processo di privatizzazione di una parte della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera di stato. Anche in virtù di ciò, il Qatar è un attore molto più globale dell’Arabia Saudita e capace di investire e diversificare il proprio portfolio di interessi nei mercati di Europa, Cina ed Estremo Oriente, riducendo sempre più i propri investimenti in Medio Oriente e negli Stati Uniti. Nonostante il boicottaggio delle merci e dei beni e la chiusura degli spazi aerei e terrestri qatarini, ai quali Doha ha sopperito con il ponte aereo turco e gli aiuti giunti dall’Iran, gli effetti economici e finanziari della crisi nel Golfo non dovrebbe provocare ripercussioni importanti su Doha almeno nell’immediato. Questo potrà avvenire soltanto se il Qatar non subisca una sospensione prolungata degli investimenti a medio-lungo termine e/o i sauditi e i suoi alleati decidano di introdurre misure di guerra come il blocco delle esportazioni via nave di gas naturale liquido qatarino, che rappresenta il 30% della produzione gasifera mondiale [3].

Una crisi strumentale: il ruolo mediorientale degli al-Saud – Se la spaccatura politica tra Doha e le monarchie ex consorelle del Golfo è l’ennesima riprova della fragilità delle relazioni interstatali nella Penisola arabica, un’area dal potenziale economico ancora pienamente inespresso e allo stesso tempo incapace di produrre una politica estera regionale (o addirittura internazionale) unificata che marci nella stessa direzione, l’ascesa del giovane Mohammed bin Salman (noto all’estero con l’acronomico di MbS) sullo scenario politico saudita e regionale assicura il definitivo sdoganamento degli hardliner all’interno della casata degli al-Saud e l’avvio di un nuovo corso (geo)politico smaccatamente di stampo anti-iraniano. Una prospettiva quest’ultima neanche tanto differente da quanto perseguito precedentemente da altri importanti dignitari a Riyadh, ma ciò che differisce in maniera sostanziale con i suoi predecessori sono la forma e i modi di tale agire. Emblema di quanto avvenuto in questi anni nella regione sono due casi diversi ma importanti allo stesso modo: il Bahrain e lo Yemen. In entrambi i teatri Riyadh mirava a contenere l’Iran, partendo però da prospettive differenti. Nel primo caso, in Bahrain, l’Arabia Saudita è intervenuta militarmente nel 2011 per volere dell’allora monarca Abdallah attraverso il "Peninsula Shield", l’esercito congiunto del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc). Dopo un primo intervento di tamponamento, lo scenario barahinita si è evoluto di fatto in un conflitto settario a bassa intensità, molto simile ad una guerriglia armata. Gli eventi che hanno spinto all’ingresso militare in Yemen nel 2015, invece, appartengono più propriamente al campo di una guerra civile dai risvolti regionali, e tendente ad un’internazionalizzazione delle posizioni, a causa del coinvolgimento – ancora marginale – di Stati Uniti e Russia. Se il Bahrain è stata una situazione nata e sviluppatasi all’indomani del furore rivoluzionario delle Primavere arabe con il chiaro intento di scoraggiare possibili avventurismi locali e intra-Golfo guidati dai competitor sunniti (Turchia e Qatar) e/o dall’Iran, il conflitto in Yemen è di fatto una guerra patrocinata e voluta dai sauditi – in particolare da parte di MbS – con un puro proposito di contenimento militare e securitario dell’influenza iraniana nella regione. In entrambe le situazioni la monarchia saudita ha saggiato ancora una volta la condivisione di obiettivi (una dichiarata assertività sunnita su tutti i fronti nei confronti dello sfidante iraniano) e la fedeltà degli alleati locali nel riconoscere a Riyadh un ruolo di guida politica e morale nel campo arabo-sunnita. In particolare per ciò che riguarda il secondo aspetto in questione è evidente che l’Arabia Saudita non possa accettare l’esistenza di un competitor interno al Golfo, che assuma apertamente posizioni divergenti e critiche nei suoi confronti, né tantomeno che si consideri alternativo al modello di potere e geopolitico saudita. In questo senso il tentativo degli al-Saud di imporre le proprie scelte agli attori-alleati locali altro non è che una strategia politica di normalizzazione delle relazioni intra- ed extra-Golfo seguendo i canoni decisi da Riyadh [4].

I registi occulti: il ruolo di Eau ed Egitto – Le critiche esposte da Riyadh nei confronti del vicino qatarino sono le stesse, pur partendo da orientamenti differenti, sposate anche da Eau ed Egitto. Abu Dhabi è da tempo impegnata in una sorta di “guerra fredda” con Doha in un duplice piano interno-esterno nel tentativo di compattare il fronte interno emiratino e di contenere le politiche filo-Fratellanza musulmana nel Golfo e in Medio Oriente. Per comprendere il ruolo degli Eau in questa contesa diventa molto più chiaro considerare il piano domestico e i riflessi immediati che alcuni eventi hanno avuto su quello regionale, analizzando i rapporti del paese con l’Iran e con la Fratellanza musulmana. Le relazioni con Teheran benché rimangano tese costituiscono di fatto una peculiarità nello scenario del Golfo, perché mentre la capitale Abu Dhabi mantiene tradizionalmente posizioni anti-iraniane e tendenzialmente filo-saudite, Dubai, principale piazza finanziaria del Medio Oriente ed emirato più interessato dalle relazioni con l’Iran, ha sviluppato fin dai primi anni Duemila una politica di distensione nei confronti della Repubblica islamica, per certi versi molto simile a quella intrapresa dal Qatar. Solo a Dubai risiedono circa 400.000 iraniani e la città rappresenta un tradizionale hub commerciale per la Repubblica islamica. Altrettanto rilevante è la questione relativa ai rapporti tra Fratellanza musulmana e Qatar. Doha è accusato da più parti di sostenere e finanziare l’organizzazione islamica, che negli anni ha sfruttato i buoni uffici diplomatici qatarini per ritornare alla ribalta nell’area politica mediorientale. Infatti fin dallo scoppio delle Primavere arabe, i gruppi legati ai Fratelli musulmani sono riusciti per un breve periodo a raggiungere il potere in Egitto, Tunisia e Marocco, ad influenzare dinamiche politiche nella Libia post-gheddafiana, o ad assumere una posizione di forza legittima anti-regime in Siria. Altrove il gruppo risulta cooptato con il potere centrale (Yemen e Giordania), mentre nel Golfo viene poco tollerato in quanto potenziale concorrente morale, religioso e politico delle diverse forme di wahabismo esistente nell’area. Proprio negli Eau i gruppi legati ai Fratelli musulmani sono stati accusati nel 2013, ossia poche settimane dopo la destituzione di Morsi in Egitto, di fomentare un colpo di stato contro l’attuale establishment emiratino. In quell’occasione Abu Dhabi ha lanciato un giro di vite interno che ha portato all’arresto di centinaia di militanti del gruppo, alla messa al bando della Fratellanza musulmana quale organizzazione terroristica, spingendo contestualmente il vicino saudita ad assumere posizioni molto simili, e ad accusare velatamente il Qatar di aver orchestrato il tentato golpe. Appare evidente che nell’ottica emiratina e saudita la Fratellanza musulmana e i suoi sponsor nel Golfo e più in generale in Medio Oriente vengano percepiti come una minaccia quasi “esistenziale” all’ordine regionale prestabilito, che, nel caso di una futura affermazione di queste forze, comporterebbe un immediato ridimensionamento dello status di Abu Dhabi e Riyadh rispetto a quegli attori come Qatar e Turchia che hanno sposato invece la causa dell’islam politico, nonché una perdita di peso e di influenza politico-strategica dei primi nei sempre mutevoli affari mediorientali. Pertanto se l’azione diplomatica degli Eau è sì rivolta a compattare il fronte interno, scoraggiando tentativi o avventure solitarie in politica di estera di alcune parti del proprio stato (Dubai nella fattispecie), essa vuole colpire soprattutto il Qatar, ergendosi a contrappeso politico ed economico dell’Arabia Saudita nei delicati equilibri mediorientali [5].

Anche l’Egitto ha assunto una posizione rilevante nella diatriba tra Arabia Saudita e Qatar. Il Cairo ha sfruttato la situazione di tensione generale sorta nel Golfo, riuscendo a imporre i propri personali attriti con Doha come un fattore di destabilizzazione regionale. Nella fattispecie l’Egitto ha accusato il Qatar di fornire protezione e finanziamento alla Fratellanza musulmana egiziana e di usare al-Jazeera come megafono politico per denunciare gli abusi di potere egiziani nei confronti della popolazione e dei gruppi di opposizione, come appunto i Fratelli musulmani. È altrettanto evidente che il ruolo egiziano nella crisi odierna è anche volutamente mirato ad indebolire la posizione della Turchia, principale alleato del Qatar, nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente. In questo modo al-Sisi punta a sfruttare la disputa diplomatica intra-Golfo non solo per isolare sempre più la Turchia all’interno del fronte sunnita, ma anche per accreditarsi come un alleato stabilizzatore per la regione e imprescindibile per Riyadh. Un esempio di ciò è quanto sta avvenendo ad esempio con Hamas, dove l’Egitto continua a portare avanti un dialogo ufficioso con l’organizzazione islamica con il chiaro intento di allontanarla dai centri di potere di Doha, Ankara e – seppur in tono minore – Teheran e favorire un suo pieno ingresso nel novero di forze sunnite guidato dall’Arabia Saudita. Finora questa strategia ha permesso ad Egitto e Arabia Saudita di ricompattarsi dietro l’esistenza di interessi comuni convergenti, tuttavia è indubbio che tra i due paesi persistano ancora numerosi motivi di divisione, che nei mesi recenti hanno favorito un certo scollamento nei rapporti diplomatici [6].

I risvolti internazionali di una crisi locale – Al di là della narrativa corrente e degli interessi dei diversi attori coinvolti, a pesare in questo gioco di (dis-)equilibri mediorientali è ancora una volta l’animosità che regna all’interno delle dinamiche intra-Golfo tra l’Arabia Saudita e i suoi stati alleati e, come nel caso in questione, all’insofferenza di alcuni partner nel mantenere un ruolo di quasi subalternità rispetto alle iniziative politiche mediorientali di Riyadh. Che esistano obiettivi divergenti tra le monarchie del Golfo è cosa risaputa, a partire dal progetto, accolto tiepidamente anche da Eau e Oman, di trasformazione del Gcc in un’Unione del Golfo – ossia un sistema di integrazione politico-economico regionale unificato sotto l’egemonia saudita sul modello dell’Unione europea –, passando per la cosiddetta “Nato araba”, un progetto parallelo e in contrapposizione alla proposta egiziana di pochi anni orsono di Joint Arab Unit Force. La proposta di Nato araba è stata da tempo recuperata dall’Arabia Saudita e ampiamente sponsorizzata e sostenuta dall’amministrazione Trump, la quale pare aver sposato le posizioni anti-iraniane e anti-sciite supportate dagli al-Saud durante il vertice di Riyadh dello scorso 21 maggio. È proprio in questo contesto che si è accentuata la rivalità tra Qatar e Arabia Saudita. Infatti, da circa un decennio Doha e Riyadh si fronteggiano su tutti i principali dossier di politica mediorientale – e quindi internazionale –, in un gioco a due nel quale il Qatar ha cercato di guadagnare spazi di manovra, erodendo allo stesso tempo la leadership politica agli al-Saud. A contrapporsi sono due modelli di potenza e di diplomazia economica e politica: il soft power qatarino vs lo smart power saudita, una strategia di politica estera e finanziaria appariscente e reclamizzata vs una diplomazia energetico-politica dall’apparente basso profilo [7].

La (possibile) definizione di un nuovo ordine mediorientale – Quali che siano oggi le reali opzioni sul tappeto che rimangono al Qatar per uscire dall’impasse, appare evidente il tentativo saudita di isolare l’ex alleato qatarino. Se tale scenario si verificasse, il Qatar direbbe definitivamente addio alle proprie aspirazioni di autonomia regionale, cedendo nuovamente potere all’autorità degli al-Saud, liberi in questo modo di poter tessere nuovamente le fila nel Grande Medio Oriente per creare un blocco omogeneo e compatto di potenze sunnite in funzione anti-iraniana (nel quale potrebbe contare inoltre il sostegno ufficioso di Israele). In questa ostilità accesa, il rischio è che il protrarsi della contrapposizione tra Qatar e Arabia Saudita possa tramutarsi in un nuovo squilibrio geopolitico per l’area Golfo, con immediate e non meno pericolose ricadute ancor più destabilizzanti per l’intera regione mediorientale. Una crisi diplomatica e geopolitica, dunque, suscettibile di generare un nuovo corso politico nel Golfo.

 

Giuseppe Dentice, dottorando presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano e ISPI Associate Research Fellow

 

* Il presente lavoro è un aggiornamento del commentary "Arabia Saudita-Qatar: una crisi tattica e strategica", pubblicato da ISPI il 9 giugno 2017.

 




[1]

Lo strappo del 5 giugno tra Arabia Saudita e Qatar ricorda molto da vicino le dinamiche del 2014, quando alla base della frattura vi furono tensioni profonde generate all’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) e, nella fattispecie, alla riluttanza di Doha nel ratificare il cosiddetto “Riyadh Agreement”, un meccanismo di implementazione del dispositivo di sicurezza del Gcc. L’apparente ricomposizione seguita pochi mesi dopo – per la precisione intorno al marzo 2015 – ha mostrato oggi tutti i suoi limiti, poiché ha nascosto solo superficialmente un rapporto mai realmente risanato e che invece si è alimentato di continui nuovi fattori di instabilità.

[2]

A. al-Rashed, Qatar without its Three Weapons, Asharq al-Awsat, 20 giugno 2017, https://english.aawsat.com/abdul-rahman-al-rashed/opinion/qatar-without-three-weapons.

[3]

U. Tramballi, Un attacco strumentale con effetti per ora limitati, Il Sole 24 Ore, 6 giugno 2017, http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-06-05/un-attacco-strumentale-effetti-ora-limitati-211906.shtml?uuid=AEE4bAZB.

[4]

S. Henderson, Meet the Two Princes Reshaping the Middle East, al-Jazeera Centrefor Studies, 13 giugno 2017, http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/meet-the-two-princes-reshaping-the-middle-east.

[5]

K. Coates Ulrichsen, Transformations in UAE's Foreign Policy, The Washington Institute for Near East Policy, 8 giugno 2017, http://studies.aljazeera.net/en/reports/2017/06/transformations-uae-foreign-policy-170608095838131.html.

[6]

M. el-Masry, Why is Egypt involved in the latest GCC crisis?, al-Jazeera, 6 giugno 2017, http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/06/egypt-involved-latest-gcc-crisis-170606065259237.html.

[7]

H. Ibish, The crisis is only just beginning for Qatar, The National, 10 giugno 2017, http://www.thenational.ae/opinion/comment/the-crisis-is-only-just-beginning-for-qatar#full.


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