Cipro, negoziati falliti. E adesso?

Martedì, 11 Luglio, 2017

Eleonora Ardemagni

Un accordo mai così vicino, eppure sfumato. E troppe incognite su ciò che potrà accadere adesso. A Crans Montana, dopo dieci giorni di trattative, il negoziato per la riunificazione di Cipro in uno stato federale bi-zonale e bi-comunitario (prosecuzione dei colloqui di gennaio) è fallito. E stavolta, non ci sarà appello: questo round negoziale, iniziato nel 2014 e allargato da sei mesi a Grecia, Turchia e Gran Bretagna, ovvero i paesi garanti dell’indipendenza di Cipro (1960), è di fatto concluso. Invece, proprio da questa settimana, molti scenari geopolitici si aprono.

Dopo che Antonio Guterres, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato la  fine dei negoziati, il “gioco delle colpe” è subito iniziato. Come da manuale, greco-ciprioti e turco-ciprioti si rimproverano reciprocamente la responsabilità politica dell’ennesimo fallimento. Grecia e Turchia fanno lo stesso.

Quello di Cipro, isola contesa e divisa dal 1974, è un conflitto sì congelato, ma la cui memoria è fortemente viva nella quotidianità dei ciprioti. Stavolta la presenza di due leader pro-riunificazione come Nicos Anastasiades e Mustafa Akinçi (quest’ultimo eletto nel 2015) aveva fatto sperare molti in un esito diverso. A gennaio, l’inedito scambio delle mappe territoriali (con le proposte su aggiustamenti territoriali e ritorno degli sfollati interni) aveva segnato un piccolo ma significativo avvicinamento. Nonostante le perduranti divergenze, le due comunità avevano affrontato direttamente il nodo territoriale, con l’Onu nel ruolo di facilitatore. Poi, il parlamento cipriota aveva approvato un emendamento per la commemorazione scolastica del “sì” al referendum sull’enosis (l’unificazione con la madre-patria Grecia) del gennaio 1950: un’iniziativa del partito di estrema destra Elam che aveva raggelato le trattative, alimentando la sfiducia tra le parti. A settembre, la Corte suprema cipriota si pronuncerà definitivamente sul testo.

Ma il vero nodo della questione è militare. Sicurezza e garanzie rimangono reali “macigni” sulla strada della riunificazione di Nicosia: il principale scoglio è la presenza di almeno 30 mila soldati turchi nella cosiddetta Repubblica Turca di Cipro Nord (TRNC). Greco-ciprioti, Grecia e Gran Bretagna chiedono il ritiro di tutti i militari stranieri presenti sull’isola (greci e turchi) e la fine del sistema delle garanzie, ritenuto anacronistico. Al contrario, turco-ciprioti e Turchia non vogliono rinunciare né alla presenza militare né ai diritti d’intervento stabiliti dal Trattato di Zurigo-Londra (1959).

Tecnicamente, le due comunità e gli stati garanti si sono divisi, a Crans Montana, fra chi sosteneva una “sunset clause” e chi una “review clause”: greco-ciprioti e greci volevano, come condizione preliminare all’accordo, una data precisa e scritta entro la quale l’ultimo soldato turco avrebbe dovuto lasciare l’isola, mentre turco-ciprioti e turchi proponevano di riesaminare la questione entro quindici anni dal (possibile) accordo di riunificazione.

Dunque, nulla cambierà a Cipro. Ma stavolta, proprio per questo, molto potrebbe cambiare. A differenza del 2004, quando il Piano Annan venne rigettato dai greco-ciprioti tramite referendum, la sensazione è che l’attuale contesto geopolitico incentivi tensioni e strappi. Nazioni Unite e greco-ciprioti hanno subito dichiarato che l’impegno per la risoluzione della questione cipriota prosegue, nonostante l’ennesimo nulla di fatto. Davvero improbabile, visto che a Cipro le elezioni presidenziali si terranno nel febbraio 2018, con Anastasiades in cerca di un secondo mandato. Inoltre, sia il “premier” della “TRNC”, Hüseyn Özgürgün, sia il ministro degli Affari esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, sostengono che i parametri negoziali dell’Onu non funzionano: un’affermazione si presta ora a molte interpretazioni.

Perché la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan è oggi molto lontana dal paese in cerca di membership europea che si confrontò, nel 2004, con il fallimento del Piano Annan. I timori che Ankara progetti la partizione di Cipro nord, cercando il riconoscimento internazionale della “TRNC” (oggi riconosciuta dalla sola Turchia), o che si spinga fino alla sua annessione sono più che mai presenti. Seppur differente, il caso Crimea (e le reazioni a esso da parte della comunità internazionale) costituiscono un attualissimo precedente. Ma l’ipotesi annessione è sgradita a molti turco-ciprioti: non è un caso che a Cipro nord il 56% degli aventi diritto abbia votato “no” al referendum presidenziale turco del 16 aprile scorso, con un’affluenza che si è fermata al 41%. Durante l’ultimo miglio del negoziato, Akinçi, l’uomo del dialogo, è sembrato “in ombra” mentre Çavuşoğlu si è preso la scena.

Il 12 luglio sarà il primo banco di prova per il futuro di Cipro. Infatti, la compagnia francese Total ed ENI inizieranno le trivellazioni esplorative nella Zona economica esclusiva della Repubblica cipriota (dureranno fra i due e i tre mesi), con l’obiettivo di individuare giacimenti di gas off shore vicino al blocco 12, quello del campo gasifero Afrodite. La Turchia si oppone a questa iniziativa, considerandola unilaterale: già nel 2014, Ankara inviò una nave nel tentativo di interrompere precedenti trivellazioni.

Inoltre, il contesto regionale complica l’avvenire di Cipro: nell’ultimo biennio, le relazioni greco-turche sono tornate a essere tese. Una serie concatenata di eventi ha fatto risalire la temperatura diplomatica fra Atene e Ankara: le continue violazioni dello spazio aereo e delle acque territoriali della Grecia da parte della Turchia, le parole di Erdoğan sullo status delle isole del mar Egeo e il Trattato di Losanna (1923), il no all’estradizione degli otto ufficiali turchi fuggiti in territorio greco la notte del fallito golpe in Turchia. L’incontro di Pechino, il 15 maggio, fra i due leader Erdoğan e Alexis Tsipras (a margine della Conferenza cinese sulla Nuova Via della Seta) non ha contribuito a distendere il clima. Poche ore dopo, i greci hanno denunciato 141 violazioni dello spazio aereo in un solo giorno, a cui si sono aggiunte due navi missilistiche turche stazionate per venti minuti nelle acque di Agathonisi, definita poche settimane prima “isola turca” da parte del ministro degli affari europei di Ankara, Omer Celik. Senza contare, il 3 luglio, gli spari di ammonimento della guardia costiera greca contro una nave commerciale turca nei pressi di Rodi.

In questo scenario insidioso, c’è un’unica, possibile, notizia positiva. Paradossalmente, la mancata riunificazione di Cipro potrebbe incentivare la cooperazione, anche energetica, tra i paesi del Mediterraneo orientale: Grecia, Cipro, Israele ed Egitto sono tutti accomunati da rapporti difficili con la Turchia. Se l’accordo di riunificazione di Cipro fosse stato raggiunto, la Turchia sarebbe rientrata “dalla porta principale” nei giochi gasiferi del Mediterraneo: un gasdotto Israele-Cipro-Turchia, ovvero la rotta più immediata, avrebbe depotenziato il "progetto East Med" (Israele-Cipro-Grecia-Italia), che esporterebbe il gas del bacino del levante in Europa senza passare per il territorio turco.

Proprio adesso che i riflettori sui negoziati si spengono, è dunque il momento di tenere un faro acceso su ciò che avviene a Cipro.

 

 

Eleonora Ardemagni, Gulf and Eastern Mediterranean Analyst, NATO Defense College Foundation, analista per ISPI e Aspenia, commentatrice per Avvenire.