Dal Syraq al Sinai: una possibile evoluzione strategica dell'Isis

Venerdì, 4 Agosto, 2017

Giuseppe Dentice

“Where does ISIS go after Mosul?” Così titolava la homepage della CNN all’indomani della ripresa della seconda città irachena da parte delle Forze di sicurezza di Baghdad. Una domanda quanto mai attuale alla luce della ormai prossima caduta di Raqqa in Siria ad opera dell’azione congiunta di curdi e americani. Lo Stato islamico (Isis) si trova quindi di fronte a un bivio: ritirarsi tra le sabbie del deserto siro-iracheno per poi riorganizzarsi e sferrare nuovamente un attacco al cuore di un sistema stato-centrico mediorientale fallito, oppure dislocarsi e cercare rifugio altrove, magari in quelle cosiddette “province” promettenti incubatori di caos nelle quali la narrativa e l’ideologia propugnata da Abu Bakr al-Baghdadi potrebbe trovare un giusto canale di sfogo? [1]

Già dalla seconda metà del 2015, dinanzi ai primi scricchiolii della realtà proto-statuale siro-irachena, numerosi analisti avanzarono l’ipotesi che dopo il Syraq, il prossimo “Stato islamico” per il califfo sarebbe stato la Libia post-gheddafiana, prototipo ideale di stato fallito, diviso al suo interno tra mille guerre intestine e terreno fertile per una possibile affermazione di Isis, in nome proprio di quell’imperativo del gruppo baqiya wa tatamaddad (“rimanere ed espandersi”), che gli ha permesso di aprire negli anni nuovi teatri di scontro nell’intero Medio Oriente allargato. Tuttavia, la ripresa di Sirte da parte delle milizie di Misurata (estate 2016) e la fuga dei miliziani dell’Isis nel deserto a sud, verso il Fezzan, fecero cadere almeno momentaneamente la pista libica, congelando ulteriori ipotesi di riposizionamento del sistema califfale propugnato da al-Baghdadi [2].

Osservando però l’attuale contesto militare, il quesito che si pone diventa calzante soprattutto per lo stesso Isis. Sebbene non sembrerebbero esserci territori che presentino le medesime potenzialità e criticità di Siria, Iraq o Libia, esistono tuttavia diverse realtà già contaminate dalla presenza di Isis (Africa occidentale, Maghreb, Sinai, Yemen, territori somalo-kenyani, Af-Pak, Filippine) che esibiscono ognuna a loro modo caratteristiche e peculiarità tali da favorire un possibile rifugio strategico dell’organizzazione di al-Baghdadi. Tra queste il Sinai si sta sempre più dimostrando come un territorio foriero di grandi interessi da parte dell’Isis per via soprattutto dello stretto legame che il gruppo siro-iracheno è riuscito a costruire in questi anni con la sua branca locale, il Wilaya Sinai (WS, “Provincia del Sinai”). La possibile scelta della penisola sinaitica da parte del califfo Ibrahim ("nom de guerre" di al-Baghdadi) sarebbe dettata da una serie di considerazioni strategiche e somiglianze geografiche e storico-culturali di contesto, che avvicinerebbero almeno parzialmente il territorio egiziano del Sinai all’Anbar iracheno e/o alle lande desertiche dell’area di Deir az-Zor in Siria [3].

Perché il Sinai? Background storico-geografico del territorio – Limes geografico tra Africa e Asia e nodo geopolitico tra Egitto, Israele e Stati Uniti, il Sinai è un’area strategicamente rilevante per Il Cairo. Nonostante la presenza di alcune peculiarità economico-territoriali che esaltano tali valori – tra questi il Canale di Suez, il fattore turistico e i prospicenti giacimenti offshore di gas e petrolio nel Mediterraneo orientale e nel Mar Rosso –, la penisola ha continuato ad essere percepita e vissuta dalle élite egiziane come una periferia dello stato perlopiù estranea alle dinamiche sociali del paese intero, una barriera fisica e psicologica che ha contribuito ad assicurare la pace con il vicino israeliano. Nell’ultimo ventennio, però, l’area è andata trasformandosi in una sorta di "no man’s land", dove povertà, politiche militariste e di iper-securitarizzazione del territorio, congiuntamente alla marginalizzazione socio-economica delle comunità beduine (il 70% della popolazione totale che vive nella regione), hanno favorito la diffusione di tutta una serie di pratiche illegali e talvolta criminali (human trafficking, arms e drug smuggling), nonché la definizione di processi di radicalizzazione violenta delle tribù locali e lo sviluppo di fenomeni di insorgenza armata e terrorismo islamista. Dopo la caduta del trentennale regime di Hosni Mubarak nel febbraio 2011, il Sinai divenne una regione fuori dalla legalità nella quale si creò di fatto un vuoto di potere e di sicurezza, accentuatosi in particolar modo con la destituzione di Mohammed Morsi nel luglio 2013 [4].

Lo Stato islamico nel Sinai – In questo contesto caotico si è dimostrata cruciale l’azione destabilizzatrice del Wilaya Sinai, ossia la branca egiziana dello Stato islamico, formazione precedentemente nota come Ansar Bayt al-Maqdis (Abm, “paladini di Gerusalemme”), responsabile dei principali e più sanguinari attentati nella penisola e nel resto del paese. Abm è una formazione sorta nel gennaio 2011, che poneva al centro della propria agenda un mix di rivendicazioni localiste, che si rifacevano alle istanze autonomiste dei beduini del Sinai, e di ideologie radicali afferenti al salafismo armato e al qaedismo. Nei suoi anni di attività il gruppo ha alternato tattiche di guerriglia (soprattutto contro i checkpoint militari) a tecniche di jihad economico (come gli attacchi al gasdotto Arab Gas Pipeline), rimanendo tuttavia un’entità strettamente identificata con una realtà molto locale come appunto è quella sinaitica. Nel novembre 2014, con la dichiarazione di fedeltà (bayah) all’Isis, Abm ha cessato di esistere per assumere le nuove forme del Wilaya Sinai. Al di là del valore simbolico dell’atto all’interno delle complesse dinamiche della galassia jihadista, il rebranding di WS ha rappresentato in realtà un qualcosa in più di una semplice alleanza strategica con Isis. Infatti, il perfezionamento delle strategie militari e delle azioni di guerriglia da parte del gruppo sinaitico (autobombe, manovre multiple e combinate, atti diversivi, ricorso a mezzi cingolati-bomba, RPG, ecc.), il reflusso di "foreign fighters" egiziani e stranieri dal Syraq verso il Sinai e l’Egitto continentale (in particolare miliziani di ritorno di origini tunisine, libiche e sudanesi), l’invio di uomini di fiducia del califfo provenienti direttamente da Raqqa e Mosul nella “provincia” egiziana (tra tutti l’attuale leader di WS, l’iracheno Abu Hajar al-Hashemi, ex ufficiale dell’esercito di Saddam Hussein), nonché l’utilizzo di un linguaggio e di un sistema di comunicazione sempre più connotato e intriso del brand della casa madre siro-irachena, ha evidenziato una stretta identificazione militare e ideologica tra lo Stato islamico e il Wilaya Sinai. Una situazione che dimostrerebbe quindi un certo innalzamento della globalità della minaccia rappresentata dall’Isis e della sua strategia di espansione/radicamento territoriale del brand e del network [5].

Isis in Iraq: una fonte d’ispirazione per il Sinai? – A fronte delle difficoltà riscontrate sul terreno in Siria e Iraq e del parziale fallimento libico, lo Stato islamico avrebbe deciso di estendere gradualmente, ma costantemente, la propria influenza nel Sinai, cercando innanzitutto di infiltrare i vertici di potere della sua eminenza egiziana. Se i primi abboccamenti tra Isis e WS iniziarono già all’indomani della bayah nel 2014, negli anni a venire vi sarebbero stati importanti colloqui mirati da un lato a cercare di replicare la struttura di potere e governance siro-irachena nel Sinai, dall’altro a garantire diretta assistenza finanziaria e militare alle leve locali dell’organizzazione. Il contesto sinaitico si è così manifestato, quasi in contro-tendenza rispetto ad altre realtà, come un’esperienza promettente. Seppur non comparabile per i livelli elevati raggiunti nel Syraq, gli uomini di al-Baghdadi hanno provato ad emulare nella penisola egiziana il modello Isis contando sia sui forti legami tribali costruiti con le popolazioni locali beduine sia cercando di sostituirsi ad uno stato centrale assente nell’esercizio del monopolio della forza e nella gestione di una qualche forma molto elementare di fruizione di beni e servizi alle popolazioni locali [6]. Al fine di rafforzare questo accordo fiduciario instaurato con alcune importanti tribù beduine del Sinai (in particolare con i Masaid, i Sawarka e i Tarabin – sebbene questi ultimi abbiano dato vita di recente ad un conflitto isolato con i miliziani di WS e IS), gli uomini del califfo avrebbero nientemeno che replicato strategie già applicate nell’Anbar, come i matrimoni con le figlie dei capi tribù, in modo da creare un vincolo unico e indissolubile. Nel tempo Isis e WS avrebbero coltivato il proprio rapporto tanto da esporre la base siro-irachena a pronunciarsi con un endorsement ufficiale nel maggio 2016 in favore dell’organizzazione sinaitica. In quell’occasione il gruppo di al-Baghdadi invitava gli egiziani e gli abitanti di Gaza ad unirsi a Isis nella loro guerra contro i corrotti governi locali. Altri segnali recenti farebbero propendere verso una sempre più stretta interdipendenza tra gli uomini del califfo e i suoi luogotenenti del Sinai, a cominciare dalla presunta istituzione di una sorta di polizia morale religiosa (nota come Hisba), atta a sorvegliare la popolazione e a punire severamente gli infedeli, i sufi e i cristiani. Non meno rilevanti si sarebbero dimostrati i tentativi segnalati da fonti d’intelligence egiziana di una stesura di accordi vicendevolmente convenienti con alcuni capi della Federazione tribale beduina, ufficialmente alleata del governo centrale nella lotta contro i terroristi, ma che al suo interno annovera importanti comunità che hanno fornito copertura, uomini, mezzi e finanze ai luogotenenti dell’Isis in loco. Nelle intenzioni degli strateghi del califfo le intese con i capi tribù sarebbero necessarie per permettere uno sfondamento verso sud, ossia verso il Mar Rosso, e poi lanciare attacchi combinati contro la Seconda e Terza armata dell’esercito egiziano, responsabili della sicurezza di tutta l’area centro-settentrionale del Sinai, che va dal Golfo di Aqaba e dal Canale di Suez fino a Rafah e Port Said, sabotando ed escludendo al contempo le principali vie di accesso, fuga e rifornimento alla penisola alle forze di sicurezza egiziane. In questo modo WS controllerebbe tutti i punti nevralgici del Sinai trasformando il territorio nel nuovo comando operativo dello Stato islamico [7].

Sinai testa di ponte per Mediterraneo, Africa e Israele – Una situazione complessiva che se non debitamente affrontata dalle autorità egiziane potrebbe comportare nel medio-lungo periodo pesanti ricadute politiche, strategiche e socio-economiche, in un paese chiave come l’Egitto nelle strategie dell’intera area mediterraneo-mediorientale, tramutando così il territorio da semplice “palestra” del terrorismo locale a hotspot geo-strategico per la penetrazione e la diffusione del network jihadista transnazionale. Per favorire tale scenario da parte dell’Isis è necessario però adottare un’alta diversificazione geografica degli attentati e degli obiettivi da colpire, in modo da creare in maniera disomogenea una rete informale di connessioni locali che permettano una saldatura delle violenze dal confine con la Libia e il deserto occidentale egiziano fino al Sinai e alla Striscia di Gaza, passando per le aree interne del Delta e della Valle del Nilo, Il Cairo e il distretto della capitale fino all’Alto Egitto. Una progettualità tanto ampia quanto spregiudicata che vede nella connessione tra Egitto e Libia un vincolo fondamentale per la riuscita della strategia. Infatti queste due realtà sono considerate intrinsecamente inscindibili dai vertici di Isis in virtù anche della riproposizione sui territori nordafricani delle medesime metodologie militari e comunicative adottate nel Syraq, elevando dunque i loro status locali a modelli ideali di emulazione. Di fatto si verrebbe a creare un potenziale nuovo “Stato islamico” che garantirebbe da un lato un retroterra operativo e territoriale sicuro e utile ad espandere il proprio network verso il Mediterraneo (e quindi l’Europa) e l’Africa sahelo-sahariana, dall’altro assicurerebbe una porta d’accesso attraverso la Striscia di Gaza per colpire direttamente Israele (sono ormai costanti gli aggiornamenti di Mossad e Shin Bet circa i timori d’infiltrazioni jihadiste in Cisgiordania e nel Negev israeliano), obiettivo dichiarato dell’offensiva finale di WS e Isis [8].

Quale “Stato islamico”? – Pertanto quanto più Isis continuerà a perdere terreno in Iraq e Siria, tanto più l’organizzazione stessa potrebbe trovare conveniente una sua “migrazione” in tempi rapidi verso altri territori. Il rischio dunque è quello di assistere ad un potenziale cambio di teatro operativo dal Syraq al Nord Africa, che oltre a garantire in termini di flessibilità e resilienza la sopravvivenza stessa del califfato alle campagne militari internazionali lanciate dalle coalizioni capitanate da Stati Uniti e Russia, rappresenterebbe anche l’ennesimo segnale d’allarme e di instabilità nel Grande Medio Oriente.

 

Giuseppe Dentice, dottorando presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano e ISPI Associate Research Fellow

 




[1]

T. Lester, Where does ISIS go after Mosul?, CNN, 10 luglio 2017, http://edition.cnn.com/2017/07/10/middleeast/isis-after-mosul/index.html

[2]

A. Ben Solomon, Libya could replace Syria and Iraq as main Islamic State hub, The Jerusalem Post, 4 aprile 2016, http://www.jpost.com/Middle-East/Libya-could-replace-Syria-and-Iraq-as-main-ISIS-hub-450150.

[3]

ISIS Campaign In Support Of Its Sinai Branch, Urges Egyptians To Join Its Ranks, Special Dispatch No. 6440, Middle East Media Research Institute (Memri), 19 maggio 2016, https://www.memri.org/reports/isis-campaign-support-its-sinai-branch-urges-egyptians-join-its-ranksm.

[4]

S.F. Aziz, De-securitizing counterterrorism in the Sinai Peninsula, Policy Briefing, Brookings Doha Center, aprile 2017, pp. 2-4, https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2017/05/de-securitizing-counterterrorism-in-the-sinai-peninsula_aziz_english.pdf.

[5]

G. Dentice, Terrorismo in Sinai: una minaccia in evoluzione, ISPI Commentary, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), 6 novembre 2015, http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/terrorismo-sinai-una-minaccia-evoluzione-14124.

[6]

ISIS transfers funds to Bedouin tribes in Sinai, in “Spotlight on Global Jihad (January 22-28, 2015)”, The Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center (Itic), 28 gennaio 2015, http://www.terrorism-info.org.il/en/articleprint.aspx?id=20764.

[7]

Si vedano ISIS Campaign In Support Of Its Sinai Branch, cit.; A.M. Hassan & L. Noueihed, Special Report: Islamic State seeks to impose religious rules in Egypt's North Sinai, Reuters UK, 2 maggio 2017, http://www.reuters.com/article/us-egypt-politics-sinai-specialreport-idUSKBN17Y10N. Per ulteriori approfondimenti si veda R. Green, ISIS In Sinai And Its Relations With The Local Population – Part I, Inquiry & Analysis Series No. 1308, Middle East Media Research Institute (Memri), aprile 2017, https://www.memri.org/reports/isis-sinai-and-its-relations-local-population-%E2%80%93-part-i e le parti II e III della stessa inchiesta. 

[8]

Si vedano A. Celso, The Islamic State’s Colonial Policy in Egypt and Libya, in “Journal of Political Sciences & Public Affairs”, 2015, vol. 3, issue 2, p. 1; Z. Mazel, ISIS in Sinai: the Libyan connection, The Jerusalem Post, 21 febbraio 2017, http://www.jpost.com/Middle-East/ISIS-in-Sinai-the-Libyan-connection-482149.