Egitto: il massacro di Port Said nasconde lo scontro tra stato e società

Lunedì, 25 Marzo, 2013

Giuseppe Acconcia

Il massacro di Port Said del febbraio 2012 è stato uno degli avvenimenti più controversi sull’uso della violenza nei mesi seguenti le rivolte egiziane. La recente condanna a morte di 21 criminali e tifosi della squadra di Port Said, Al-Masry, ha causato dure contestazioni nella città portuale. Ma il verdetto ha lasciato insoddisfatti anche i tifosi cairoti dell’Al-Ahly, contrari all’assoluzione dei vertici della polizia.

Secondo i giovani rivoluzionari, gli ultras hanno giocato un ruolo centrale nelle proteste del 2011, soprattutto i tifosi dell’Al-Ahly, una delle più antiche squadre in Egitto con una lunga storia di tifo. E così molti osservatori indipendenti hanno sostenuto l’ipotesi di una generica vendetta politica, perpetrata dall’esercito, contro i sostenitori dell’Al-Ahly, usando poliziotti e tifosi dell’Al-Masry come meri esecutori durante l’incontro di calcio tra le due squadre nel febbraio 2012. In altre parole, la polizia viene accusata di aver pianificato il massacro come una ritorsione contro i tifosi dell’Al-Ahly. Molti testimoni hanno infatti citato l’assenza di intervento da parte della polizia per evitare la morte di 74 persone. In più, l’episodio è avvenuto in un luogo strategico. Lo stadio di Port Said non è lontano dal Canale di Suez, la città con le più grandi caserme, quartier generali e campi di addestramento dell’esercito. Tuttavia, i giudici, con l’assoluzione dei vertici della polizia, hanno negato in parte questa ricostruzione. Ma il verdetto è stato interpretato dalle opposizioni come un tentativo di calmare le acque senza procedere a indagini sulle responsabilità dei mandanti. 

Dal primo febbraio 2012, giorno del massacro di Port Said, il campionato egiziano è stato sospeso per un anno. Le autorità avevano intenzione di riavviarne uno a porte chiuse ma gli incontri sono ripresi solo nel febbraio scorso. In Egitto, il calcio è un evento sociale di massa. Tuttavia, la formazione di tifoserie è un fenomeno relativamente recente. Da una parte, gli ultras dell’Al-Ahly sono giovani e lavoratori. Dall’altra, a Port Said è forte il sentimento nasserista. Dopo le rivolte del 1952, la squadra locale dell’Al-Masry impedì ai sostenitori dell’Al-Ahly di entrare nello stadio. Le due tifoserie sono da allora calcisticamente contrapposte. È plausibile che le forze di sicurezza abbiano usato questa rivalità come mezzo di ritorsione politica. 

Nel 2011 in piazza Tahrir si trovavano vari attivisti: giovani, donne cristiane e musulmane, migranti, poveri, lavoratori e gli ultras dell’Al-Ahly. Questo movimento ha usato metodi non violenti, inclusi sit-in, l’occupazione permanente di strade e marciapiedi, comitati popolari, era orientato all’azione e privo di leadership. L’intervento dell’esercito e l’interconnessione con gruppi paramilitari ha diffuso la minaccia della paura con lo scopo di discreditare i movimenti di strada. È successo in particolare in aree urbane, dove i militari hanno potuto usare i loro delegati per innescare minacce e vendette. La giunta militare è intervenuta, usando metodi diversi: la retorica nazionalista, criminali, la chiusura di strade che circondano le istituzioni pubbliche e scontri settari. Il Consiglio delle forze armate e i Fratelli musulmani hanno monopolizzato e manipolato questi network alternativi, lasciandoli ai margini così come avveniva prima delle rivolte del 2011. In seguito, la messa in video da parte della televisione di stato dei manifestanti, in particolare degli ultras, e procedure elettorali affrettate hanno rinnovato questi gruppi alternativi di protesta. 

Il controllo dello stato sulla società è stato riprodotto permettendo un costante ma irrilevante dissenso. Il modo in cui i network alternativi sono stati disattivati dimostra come la distinzione tra stato e società è usata in Medio Oriente per produrre e riprodurre il potere del primo. In particolare, questa pratica genera lo sfruttamento del dissenso politico e la diffusione del controllo politico sulla società. Questo viene confermato dalle recenti proteste contro la sentenza per il massacro di Port Said. Accettando una sentenza incompleta alla fine del processo, lo stato ha perduto un’altra opportunità di trovare una fonte di legittimità.

Giuseppe Acconcia è giornalista specializzato in Medio Oriente e ricercatore per il Centro studi Al Ahram.