Tbilisi: il "sogno" alla prova delle urne

Venerdì, 25 Ottobre, 2013

Marilisa Lorusso

Quante rivoluzioni ci vogliono per raggiungere una coerenza fra quanto prevede la norma e quanto accade nella pratica? E queste elezioni segneranno un passo in avanti per sanare lo scollamento fra quello che la Georgia dice di sé e quello che è?

Otto anni, sono quelli di governo dei primi due partiti che hanno segnato la storia della Georgia indipendente. Otto anni per il partito Unione Cittadini di Georgia (1995-2003) di Eduard Shevardnadze, otto anni per il Movimento Nazionale Unito (2004-2012) di Mikheil Saakashvili. Il primo fu spazzato via dalla Rivoluzione delle Rose, inghiottito da un paese che improvvisamente accelerava e si allontanava dal suo passato e dal suo leader, quest’ultimo percepito come una sorta di fossile vivente del periodo Sovietico. Una percezione di obsolescenza che nonostante i due mandati Saakashvili è riuscito in qualche modo a non lasciare traspirare dal proprio partito, ma che non ha impedito di far crescere quella voglia di cambiamento che si è materializzata nella prima alternanza al potere attraverso le urne.

Il fatto di per sé non dovrebbe essere così eccezionale: la Georgia è una repubblica democratica, la costituzione prevede libere e competitive elezioni, per cui il passaggio di potere dalla maggioranza all’opposizione non dovrebbe rappresentare una rara eccezione. In verità nello spazio post sovietico la cristallizzazione del potere intorno all’esecutivo in carica fino all’annichilimento dell’ipotesi di un passaggio pacifico di consegne è fenomeno diffuso. Ma in Georgia questa prassi si è interrotta nell’ottobre del 2012. 

Non una nuova rivoluzione colorata, ma un difficile, tormentato percorso di trasformazione di una nuova forza d’opposizione in coalizione di governo. Un lungo travaglio sottoforma di una combattutissima campagna elettorale, iniziata con la decisione del magnate Bidzina Ivanishvili di scendere in campo e spodestare Mikheil Saakashvili e il suo entourage, e culminata con uno scandalo che ha decretato l’ultima e decisiva contrazione di consensi per il partito simbolo della Rivoluzione delle Rose. A circa due settimane dalle elezioni uscivano dalle carceri le immagini di torture, fatte probabilmente filtrare da uomini vicini a Ivanishvili, in stato di arresto proprio per le proprie preferenze politiche. Arresti politici divenuti una sorta di cavallo di Troia, che ha contribuito a portare il Movimento Nazionale Unito a 65 contro gli 85 del Sogno Georgiano, la neo-nata coalizione di Ivanishvili, facendo quindi cedere il prezioso scettro della maggioranza. E intaccando l’immagine d’invincibilità e impunità della classe dirigente fino allora in carica. 

Fine della storia? No, inizio di una nuova inedita fase: la coabitazione, da una parte l’ex-opposizione ora maggioranza in parlamento, e dall’altra la presidenza a Saakashvili. Una coabitazione soffertissima, che incrementa la polarizzazione nella società e che in certe criticità espone il paese al rischio di non riuscire a esprimere una politica unitaria, anche in settori come la politica estera. E la politica estera è un elemento chiave per la statualità georgiana, con le sue due regioni secessioniste riconosciute come stati de jure dalla Russia, le sue aspirazioni euro-atlantiste e un contesto regionale in cui comprimere e allo stesso tempo dipanare una matassa di sovranità, di relazioni nel quadro post sovietico, di “grande gioco” geopolitico. 

In effetti, la campagna elettorale non finisce con le elezioni parlamentari, ma si trascina per tutto l’anno della coabitazione, in attesa delle presidenziali fissate per l’anno seguente, il 27 ottobre prossimo, che devono decidere se la svolta è a 180 o a 360 gradi. 

Le incognite che contraddistinguono questa partita sono sia di natura procedurale che personale. Da un lato c’è un limite preciso, quello del doppio mandato, che impedisce a Saakashvili di ricandidarsi, il che implica la necessaria uscita di scena di uno dei protagonisti di una lunga fase della vita repubblicana, e che probabilmente lo salva dall’esporsi alla sua prima sconfitta elettorale personale. Dall’altra c’è Ivanishvili che annuncia la sua prossima uscita dalla vita politica, per continuare il suo impegno per il paese attraverso la crescita della società civile. 

A un anno dal trionfo Ivanishvili non solo non diviene – seppur leader – il candidato presidenziale della coalizione di governo, ma dichiara di voler abbandonare lo scranno di primo ministro a favore di un suo “delfino”.

In questo scenario di tensione e incertezza si dipana una campagna elettorale che pare combattuta dalle seconde linee. I candidati tanto del Movimento Nazionale Unito quanto del Sogno Georgiano non paiono all’interno delle due formazioni le figure più di spicco. Anche in questo caso regole e scelte giocano la loro parte: il partito di Saakashvili non candida il proprio segretario, l’ex ministro degli interni e poi primo ministro Vano Merabishvili, che è a sua volta in stato d’arresto dopo l’avvento della nuova maggioranza. Il candidato è l’ex presidente del Parlamento, David Bakradze. Il Sogno Georgiano si orienta su Giorgi Margvelashvili, ex ministro dell’Istruzione e vice primo ministro, una candidatura che era stata interpretata da molti come debole, il braccio la cui mente sarebbe dovuta rimanere quella di Ivanishvili. Valutazione che viene parzialmente – forse – smentita dall’annuncio delle prossime dimissioni di quest’ultimo. 

Nell’uno contro uno si aggiunge il rischio di dispersione di voti, dato il gran numero di candidati, e il ruolo giocato da possibili candidati spoiler, come Nino Burzhanadze, due volte presidente ad interim e che dopo aver provato in passato a sottrarre preferenze e affiliazioni a Saakashvili, ora attira ai propri comizi i delusi di Ivanishvili. 

Ma non di solo dibattito politico vive il paese, e mentre dichiarazioni e provocazioni si susseguono, succede che il parlamento nel legiferare superi i veto del presidente, che sulla costituzionalità dei provvedimenti venga interpellata la Corte Costituzionale. Succede insomma che la Carta prende vita, e che norme che mai erano state applicate sono divenute non solo procedure vive, ma un autentico terreno di battaglia. In qualche modo nello scontro di personalità si inserisce una vita istituzionale più intensa e più matura. 

Sono protagonisti una Corte Costituzionale e un Parlamento che – seppure non fossero certo mai stati esautorati dai propri poteri – erano più secondari e periferici, anche fisicamente: durante il doppio mandato di Saakashvili ambedue erano stati rimossi dalla capitale, per essere spostati la prima a Batumi e il secondo a Kutaisi, città della Georgia occidentale.  

Stando a Ivanishvili le sue dimissioni dovrebbero contribuire a questo percorso di spersonalizzazione del potere, della ridistribuzione sua e della fiducia popolare verso istituzioni più pubbliche che (mono)partitiche. Questa forse sarebbe una rivoluzione con conseguenze più radicali del cambiamento di classe dirigente e di agenda di governo, come è stata la Rivoluzione delle Rose.

Le urne daranno un primo segnale della misura di quanto un progetto di questo tipo è introiettato dall’opinione pubblica, oltre e soprattutto a indicare il gradimento su un anno di operato del Sogno Georgiano.

 

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Marilisa Lorusso, cultore di Materia Università degli Studi di Genova, Maitre Assistant Università El Manar, Tunisi.