Islamabad nella morsa Washington-Pechino

Venerdì, 10 Maggio, 2013

Matteo Villa

Uno stato debole, ma in possesso dell’arma atomica, una transizione democratica appena abbozzata e già ostacolata dal coacervo di tensioni interne, un involontario (o colluso?) porto franco per i terroristi. Parlare del Pakistan è come guardare in un caleidoscopio: più si cerca di metterlo a fuoco, più tutto si confonde e il quadro d’insieme, inesorabilmente, scompare.

Il Pakistan è uno stato che non è un vero stato: i suoi confini sono violati a ovest e contesi a nordest, mentre insorti e miliziani impediscono il controllo di buona parte delle sue frontiere formali (tracciate a tavolino dagli ex coloni britannici) e di una fetta consistente del suo territorio. La travagliata transizione dal regime autoritario di Musharraf alla nuova, fragile e corrotta democrazia maschera a fatica i problemi di un governo civile che resta debolissimo, costantemente esposto alle pressioni dell’esercito (che interviene spesso nell’agone politico per mantenerlo frammentato e inefficiente) e dei servizi segreti. Se sono gli stessi attori interni ad avere obiettivi scarsamente affini e spesso divergenti, è facile immaginare quanto il Pakistan fatichi a seguire direttrici coerenti sul fronte della politica estera. Una costante dell’ultimo decennio è tuttavia rappresentata dal ruolo strategico che gli Stati Uniti, comprendendo che la stabilità dell’Afghanistan passa in buona misura dalle regioni tribali pakistane, hanno assegnato al paese. Alle attenzioni di Washington, non più preoccupata a disinnescare una possibile guerra nucleare tra il Pakistan e l’India, ma ben più interessata ad assicurarsi un’influenza diretta sul paese, hanno fatto da contraltare le chiare reazioni dei più rilevanti attori regionali e continentali.

Sul piano delle alleanze formali, il Pakistan ha tentato di dimostrare la sua fedeltà alla causa statunitense della guerra al terrore; nella pratica, tuttavia, corruzione e collusione sono state le armi preferite per negoziare tregue temporanee con gli insorti, mentre la disunità della catena di comando ha reso difficile valutare le reali responsabilità dei governi in carica in ciascun caso di defezione. La priorità strategica di non perdere il Pakistan ha comunque assicurato al paese miliardi di dollari di aiuti statunitensi ogni anno. Dal 2011 in avanti, però, le costanti incursioni aeree dei droni statunitensi e la gestione circospetta delle operazioni che hanno propiziato l’uccisione di bin Laden hanno fatto precipitare le relazioni tra i due paesi a un nuovo punto di minimo, e proprio mentre Washington si ritrova a dovere gestire l’irrequietezza di Karzai e l’approssimarsi del ritiro dall’Afghanistan di gran parte del contingente americano.

Nel corso dello scorso decennio, gli Stati Uniti hanno inoltre dovuto tenere in costante considerazione la necessità di non allontanarsi troppo dalle preferenze del governo indiano, oltre che dalla propria opinione pubblica e classe politica, che considera il Pakistan al più un alleato temporaneo e riottoso. Proprio sulla scorta di quest’ambivalenza, rafforzatasi dopo l’accordo nucleare India-Usa e gli attacchi terroristici a Mumbai del 2008, molti osservatori hanno cominciato a enfatizzare l’influenza della Cina sulle geometrie regionali.

Quelle tra Cina e Pakistan sono relazioni di lunga data: la reciproca definizione di “alleati per tutte le stagioni” maschera tuttavia tutte le ombre di un rapporto molto travagliato. Per il Pakistan, la Cina è un importante fornitore di armi e tecnologia nucleare. L’opinione pubblica pakistana ama la Cina almeno tanto quanto odi gli Stati Uniti: secondo un sondaggio del Pew Research Center l’87% dei pakistani esprime opinioni favorevoli nei confronti di Pechino; solo il 12% fa lo stesso con gli Stati Uniti. Sul versante cinese, alcuni accademici di regime sottolineano con fervore l’importanza di politiche che «marcino verso ovest» (Wang Jisi, Marching Westwards, 7 ottobre 2012), da un lato sviluppando le regioni occidentali della Cina, più povere e irrequiete, dall’altro adottando una politica estera che metta le forniture energetiche dall’Asia centrale al riparo da possibili interruzioni e riporti al centro dell’attenzione il valore strategico dell’Asia meridionale. Il porto di Gwadar, sviluppato in maniera congiunta dai governi cinese e pakistano e le cui operazioni sono state affidate direttamente a Pechino, viene spesso additata a esempio della rilevanza che la Cina attribuisce al paese.

Tuttavia dalla sua apertura nel 2008 il porto non ha generato molto altro che delusioni. Le strade e la ferrovia che avrebbero dovuto collegarlo alla Cina sono state ritenute troppo rischiose e la loro costruzione è stata cancellata. Il fiasco commerciale ha spinto l’attuale ministro della Difesa pakistano a ventilare di recente la possibilità che i cinesi costruiscano a Gwadar una base navale, ma Pechino ha accolto l’offerta con un eloquente silenzio. Sembra dunque che il Pakistan debba fare ancora molto per la stabilità del Balucistan prima che Pechino gli garantisca un posto nella sua strategia del “filo di perle” nell’Oceano Indiano. Ancora più chiaro sembra essere il fatto che, nell’attuale congiuntura strategica internazionale, con gli Stati Uniti che si ritirano dall’Afghanistan e rafforzano le loro basi nel Pacifico, la Cina guardi più a Oriente che a Occidente. Il Pakistan non sarà abbandonato, ma la Cina pare preferire l’azione di sponda, sfruttando ogni occasione per ostacolare gli Stati Uniti senza però mai sbilanciarsi in un coinvolgimento diretto nel paese.

Lo stesso governo di Zardari, comprendendo che Pechino non potesse essere l’unica alternativa di riequilibrio dei propri interessi nazionali, ha perciò deciso di puntare su un altro attore regionale: l’Iran. Il riavvicinamento a Teheran deve essere inteso all’interno delle intricate dinamiche dei negoziati per i grandi (e spesso illusori) progetti energetici regionali. Da almeno un decennio il Pakistan, come l’India, è in fortissimo deficit energetico. Nel 2012 la crescita del paese è stata frenata dai frequenti blackout, che hanno fatto segnare un record negativo per frequenza e durata. Il dibattito su come arginare il problema ruota anche attorno alla possibilità di costruire gasdotti che colleghino il paese ai produttori regionali, ma questi progetti sono stati ritardati da problemi d’instabilità delle aree che dovrebbero attraversare e dal tiro incrociato delle grandi potenze internazionali, che si ostacolano a vicenda.

I progetti di gasdotto sono dunque lo specchio di una situazione con forti sfumature politico-strategiche, più che economiche. Gli Stati Uniti difendono da sempre il progetto TAPI, che dovrebbe collegare i giacimenti turkmeni a Pakistan e India, attraversando l’intero Afghanistan. Ma l’insurrezione afghana ha rallentato il progetto, e l’imminente ritiro statunitense sembra aver spento 

le ultime speranze. Come se non bastasse, nel tentativo di ostacolare il negoziato l’anno scorso la Cina ha firmato un accordo per un forte aumento delle forniture di gas dal Turkmenistan entro il 2014, ventilando persino l’ipotesi di costruire un nuovo gasdotto che, attingendo dallo stesso giacimento turkmeno, attraversasse l’Afghanistan per giungere però in Cina (una sorta di diseconomico raddoppio del già esistente gasdotto Asia Centrale – Cina).

Dalla seconda ipotesi, quella di un gasdotto Iran-Pakistan-India, caldeggiata dalla Cina e dalla Russia in funzione antistatunitense, New Delhi aveva ritirato il sostegno nel 2009. Le trattative per un gasdotto Iran-Pakistan sono tuttavia proseguite, e a febbraio di quest’anno Islamabad ha cominciato a posare le condutture per il suo tratto di gasdotto. Anche in questo caso, però, non sono pochi i nodi che restano da sciogliere. In primo luogo fino all’anno scorso l’Iran era ancora in regime di mera autosufficienza per quanto riguarda il gas naturale, ed è difficile immaginare un notevole aumento di produzione in così breve tempo, dovendo tenere in considerazione l’effetto delle sanzioni internazionali. D’altra parte il gasdotto, atteso per la fine del 2014, sarebbe capace di trasportare fino a 40 miliardi di metri cubi all’anno, mentre il contratto tra Iran e Pakistan prevede una fornitura di circa 8 miliardi. Perciò l’India ha già manifestato la sua intenzione di tornare a negoziare per il suo tratto del gasdotto. Benché dunque molto difficilmente il gasdotto potrà risolvere i gravi problemi energetici del paese, la sua costruzione sta già avendo le sue conseguenze politiche.

Nel frattempo Nawaz Sharif, più vicino all’Arabia Saudita, ha già dichiarato che in caso di vittoria fermerà la costruzione del gasdotto. A illustrazione di come le collisioni tra politica interna e dinamiche internazionali siano causa ed effetto delle traballanti posizioni di politica estera del paese.

* Matteo Villa, assistente di ricerca dell’Ispi.