Israele e Palestina, un funambolo chiamato Donald Trump

Lunedì, 22 Maggio, 2017

Ugo Tramballi

Qualche giorno fa sul New York Times, l’opinionista David Brooks scriveva che Donald Trump detiene il record mondiale dell’effetto Dunnig-Kruger: “The phenomenon in which the incompetent person is too incompetent to understand his own incompetence”. Dalla conferenza di Madrid del 1991 la diplomazia ha cercato mille strade per raggiungere una soluzione duratura per israeliani e palestinesi. Senza contare i mille piani di pace a partire dal voto Onu del 1947 sulla spartizione della Palestina mandataria britannica fra uno stato ebraico e uno arabo. Sono tutti falliti o quasi: gli accordi di Oslo1993 avevano quanto meno aperto una fase nuova del confronto. Ma nulla ha mai funzionato. 

E se ora il miracolo lo facesse l’incompetenza di un freshman? Se dopo tanti presidenti degli Stati Uniti molto coinvolti, il meno politico e più superficiale di loro riuscisse a trovare il Santo Graal? L’ipotesi è ai limiti della sfrontatezza: prima di riuscire a riaprire un negoziato in Medio Oriente, Donald Trump potrebbe essere fermato da un impeachment riguardo la “Cosa Russa” o da una palese contraddizione fra i doveri del presidente e gli affari dell’immobiliarista. Le sorprese a Washington hanno scadenze bisettimanali.

Tuttavia, nel repertorio delle bombastiche promesse da campagna elettorale del candidato Trump – una specie di Sceriffo di Nottingham che è stato capace di vendersi come un nuovo Robin Hood – la questione palestinese ha avuto un ruolo di rilievo. La promessa di portare da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata americana; il sostegno alle colonie ebraiche; la messa in discussione della formula dei due stati per due popoli; infine l’incarico taumaturgico affidato al genero Jared Kushner: il giovane, la cui unica esperienza nel conflitto sono le donazioni della sua famiglia a una delle organizzazioni più violente di coloni, dovrebbe trovare la formula per la pace.

Date le premesse, la destra del Likud e il partito etnico-nazionalista sempre più vasto di Naftali Bennett, guardano a Trump come a un messia: colui che riconoscerà l’indivisibile proprietà ebraica di Gerusalemme ed eliminerà per sempre l’idea di uno stato palestinese. Bennett continua a esserne così convinto da aver fatto pressione sul primo ministro Bibi Netanyahu affinché il governo approvasse la costruzione di nuovi insediamenti prima dell’arrivo di Trump. Sono anni che Israele costruisce nuove case nelle colonie esistenti. Ma farne di nuove, rubando altra terra ai palestinesi, equivarrebbe alla morte prematura di ogni tentativo di riaprire il negoziato con palestinesi e mondo arabo. Quest’ultimo è distratto da altri problemi più urgenti ma una provocazione come quella programmata da Bennett, costringerebbe tutti a riportare l’attenzione sulla questione palestinese.

Netanyahu lo sa: è riuscito a impedire la sorpresa delle nuove colonie prima dell’arrivo di Trump e vorrebbe evitarlo anche dopo. Se ci riesce, Bennett esce dal governo di destra-centro e si va a elezioni che Bibi non vincerebbe; se non ci riesce e si fanno gli insediamenti, Israele sarà isolato dalla comunità internazionale.

È questa la festosa atmosfera che trova Trump a Gerusalemme. Dalla retorica elettorale, il presidente è già passato alla realtà della politica. Ne ha capito le difficoltà e scoperto che non è facile trasferire l’ambasciata a Gerusalemme e rinunciare alla formula dei due stati per due popoli, che salterebbe se permettesse altre colonie. Ma un conto è assimilare il realismo necessario per affrontare il problema, un altro è saper offrire o imporre ai contendenti un nuovo piano per risolverlo.

Curiosamente Abu Mazen che Trump incontrerà a Betlemme dopo Netanyahu, e i sauditi già visti a Riad, sono ottimisti: principalmente perché credono che dopo un Obama deludente in Medio Oriente, il successore non potrà che essere meglio. Non hanno mai capito molto degli americani, degli israeliani e nemmeno del conflitto secolare nato molto tempo prima del grande caos regionale di oggi. È difficile che nel suo primo e breve passaggio mediorientale, Donald Trump offra qualcosa di nuovo: salvo naturalmente una sorpresa clamorosa, figlia di quell’incompetenza del fenomeno Dunning-Kruger.

 

Ugo Tramballi, ISPI e Il Sole24Ore