Kumar: "L’India ha ormai avviato le riforme più difficili. Oggi c'è spazio per l'Italia"

Venerdì, 28 Luglio, 2017

di Ugo Tramballi


“Nessun indiano avrà mai il potere d’imporre la sua volontà sugli indiani: la nostra è una democrazia scontrosa e rumorosa e non c’è comunità grande abbastanza che possa creare un’oligarchia benevola”. Così Rajiv Kumar cerca di spiegare quanto lungo è il cammino delle riforme di Narendra Modi, per quanto straordinario sia il consenso popolare di cui gode. Direttore alla Reserve Bank of India fino allo scorso febbraio, creatore di Pahle India’s Foundation, Chancelor del Gokhale Institute of Economics, Kumar è uno dei più autorevoli economisti del paese.
A novembre il premier Modi aveva annunciato la demonetizzazione: improvvisamente l’86% del contante fu messo fuori corso. Gli effetti fino ad ora sono stati buoni e l’economia non ha subito terremoti. “E’ un grande stimolo per la digitalizzazione della nostra economia e per la diminuzione del cash circolante: è il 12% del Pil, la percentuale più alta al mondo. Nei paesi OCSE è lo 0,5-3%”, prosegue Kumar, uno dei più prolifici autori di saggi sul sistema indiano. “Nell’economia digitale l’India può diventare avanguardia: abbiamo già 900 milioni di collegamenti di telefonia mobile e 200 milioni di conti correnti. Tutto questo semplificherà il business in termini fiscali, di riduzione del costo delle transazioni e della logistica.

Il primo luglio è entrata in vigore la Goods and Services Tax, GST. Quanto è importante?
È enormemente importante. Siamo una federazione con tanti stati, abbiamo bisogno di un collante per restare insieme. Nella nostra storia ci sono sempre state forze centrifughe, il GST è invece una forza centripeta: per la prima volta abbiamo un mercato unificato senza confini statali. Da Delhi a Mumbai un camion era costretto a fermarsi 17 volte (dazi, controllo della merce, peso, pedaggi, n.d.r.). Tutto questo sparisce in un colpo solo: è un miglioramento enorme, un cambiamento storico.

Quali riforme economiche indica l’ultimo bilancio statale?
Quelle del settore bancario. Sono già in corso fusioni, il prossimo passo sarà la chiusura o la fusione dei piccoli istituti pubblici. Sarà fatta pulizia degli assets non performanti. Il settore della difesa verrà aperto maggiormente alle compagnie internazionali che vogliono produrre in India. Infine il mercato del lavoro, già un work in progress. Abbiamo 56 leggi sul lavoro. Stiamo facendo un grande sforzo per razionalizzare un sistema che finora è stato un peso per le imprese.

Terra, mercato finanziario e del lavoro: le riforme di “seconda generazione” sono soprattutto riforme politiche, le più difficili.
Lavoro e banche le ho già menzionate. La terra è un soggetto dello stato. Sin dall’inizio del suo mandato, questo governo ha cercato di modificare la legge sull’acquisizione dei terreni ma si è sempre ritirato di fronte all’opposizione dei contadini. La terra è un fattore essenziale di una modernizzazione che in agricoltura non è ancora avvenuta: impiega il 40% della forza lavoro ma è solo il 14% del Pil. Tuttavia è un tema emotivo: penso che il governo debba essere cauto.

L’India deve allargare la sua classe media. Cosa può fare per questo l’esperienza italiana?
Dovete semplicemente aiutare le vostre PMI a venire in India: troverete un terreno fertile. Ma il vero campo di gioco non sono Delhi e Mumbai. La classe media sta crescendo altrove: Bangalore, dove tutti dovrebbero essere; Pune, il posto che scoprirete essere quello dove volevate essere, con il suo enorme centro di educazione tecnica; Ahmedabad e Chennai. Oggi il corridoio industriale Bangalore-Chennai, circa  cento chilometri, è come la Route 125 negli Stati Uniti. Quello che voglio dire è che l’Italia dovrebbe concentrarsi in nove o dieci cluster.

Parliamo sempre di settori “tradizionali” nei rapporti indo-italiani. Ma ce ne sono d’inesplorati?
Il turismo: non abbiamo ancora fatto assolutamente niente e su questo l’India è molto debole. Avere 7,5 milioni di turisti l’anno è nulla: New York ne ha 15. L’industria turistica italiana e indiana son simili: è storia, tradizioni, cibo, archeologia, luoghi da visitare. La vostra esperienza nel settore è rilevante. L’aspetto più critico qui in India è l’impiego giovanile: ogni anno 10 milioni di ragazzi entrano nel mercato del lavoro. La parte più bella dell’industria del turismo è la sua capacità di generare occupazione. Segnalo anche come opportunità l’integrazione delle imprese indiane nei networks produttivi globali e regionali. Per esempio gli italiani potrebbero lavorare con gli indiani per entrare nei mercati dell’Africa orientale. Infine il real estate. Non vedo architetti italiani lavorare in India: lavorano in Cina ma non in India.


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