La piccola rivoluzione possibile del Libro Bianco della Difesa

Mercoledì, 9 Aprile, 2014

Fabrizio Coticchia, Niccolò Moro

Tagliare o non tagliare. Questo viene in mente quando si pensa al dibattito sulla Difesa che appare nei media. Certo, l’inizio delle guerre fa altrettanto se non più clamore, così come le tragedie umane a esse legate, ma manca un’attenzione costante ad altri aspetti, fondamentali, che costituiscono il fulcro della politica e le politiche della difesa. Mentre ci si concentra sui mezzi o sugli eventi, non si parla dei fini. Forse nelle scorse si è assistito ad una piccola rivoluzione, quando – sommessa, nello strepitio delle polemiche su spending review e tagli – è emersa la proposta di col-legare un provvedimento di riduzione del numero degli ormai celebri F35 ad una revisione complessiva della strumento militare e all’elaborazione di un Libro Bianco della Difesa. 
La novità “rivoluzionaria” sta nei modi, nel riallacciare il legame mezzi-fini. Così, per una volta, al gioco delle parti dei “guerrafondai” e dei “pacifisti”, in cui tutti diventano, per un giorno, non commissari tecnici della nazionale ma esperti di avionica avanzata, si sostituirebbe un dibattito aperto e trasparente sugli orizzonti strategici dell’Italia. Per definire con chiarezza fini ultimi e obiettivi prossimi della politica di difesa italiana, e dunque le minacce, i rischi, le sfide che l’Italia deve affrontare. E dopo, logicamente consequenziali, i mezzi, in primo luogo le Forze Armate nel loro complesso e poi gli strumenti specifici a disposizione di queste ultime. Un Libro Bianco rappresenterebbe il primo passo nella direzione di fornire un orientamento, una mappa per capire la strada da fare e una bussola per valutare se il percorso è corretto.
Un Libro Bianco manca dal 2002, e da allora le Forze Armate hanno partecipato attivamente alle principali missioni internazionali, dall’Afghanistan alla Libia. Un paradosso, in effetti: a fronte di considerevoli lezioni apprese e trasformazioni strutturali e operative, la dottrina non si è aggiornata. Certo, sono stati pubblicati alcuni documenti “secondari” ma importanti (dal “Concetto Strategico del Capo di Stato Maggiore” a “Investire in Sicurezza”) che hanno sottolineato la rilevanza di aspetti come l’interoperabilità delle forze, la digitalizzazione e la costante ricerca di mobilità e proiezione esterna. Ma ciò di cui l’Italia necessita è un documento generale di orientamento della strategia. Due ordini di motivi permettono di comprendere l’urgenza di tale bisogno. 
Il primo, lo notano classici e moderni del pensiero strategico, è che una dottrina militare coerente compie il necessario passaggio di traduzione della riflessione sugli interessi, gli obiettivi e le minacce in politiche concrete che collegano struttura e organizzazione delle forze armate ai modi in cui le stesse forze devono essere impiegate. Secondo alcuni autori, la definizione degli interessi è importante quanto la loro difesa. L’elaborazione della dottrina contribuisce a definire anche i contorni e le caratteristiche della cultura strategica e militare di un paese. “Le parole sono importanti”, dunque: senza definizioni chiare, non ci possono essere concetti chiari (rischi, minacce, pericoli, ecc.), e di conseguenza, azioni efficaci. 
Il secondo motivo per cui il Libro Bianco è necessario è legato alla trasparenza dell’azione pubblica. Tanto più laddove il dibattito in materia di difesa è perennemente ai margini dell’attenzione mediatica e della riflessione pubblica, è importante l’impegno delle istituzioni nel promuovere operazioni che contribuiscono alla trasparenza e alla diffusione di informazioni utili per una discussione più aperta, consapevole e produttiva. 
La definizione dei contenuti del Libro Bianco è un compito che attiene agli attori politici. Ma esistono alcune condizioni, di metodo, che occorre tenere presenti al fine di garantire un’efficace elaborazione della dottrina. 

1.Promuovere il dibattito nazionale
Un vivace e trasparente dibattito nazionale deve precedere la stesura del documento. Le scelte di fondo sono una responsabilità del governo, ma una discussione preliminare che coinvolga tutti gli attori (militari, esperti, società civile) ha il vantaggio di garantire una vasta pluralità di prospettive (anche diametralmente opposte), alimentando una maggiore attenzione mediatica. Nel 1998 il governo inglese arrivò a delineare la cruciale “Strategic Defense Review” solo dopo molti mesi di dibattito pubblico. Seguire questo esempio sarebbe auspicabile.

2.Valutare la trasformazione dello strumento militare
I cambiamenti avvenuti nell’ultimo decennio sono stati numerosi e significativi. Occorre avviare un attento processo di valutazione del percorso intrapreso, focalizzandosi su lezioni apprese, punti di forza e principali ostacoli. Un punto di partenza di questa analisi può essere la recente riforma Di Paola (Dicembre 2012), volta a correggere la palese insostenibilità dell’attuale struttura, gravata da una percentuale non più sostenibile di spese destinate al personale. Una valutazione complessiva del processo di evoluzione delle forze agevola i compiti della pianificazione.

3.Stabilire delle priorità
Il Libro Bianco, dopo aver recepito i diversi punti di vista e valutato progressi e problemi relativi alla trasformazione delle forze armate, deve stabilire con chiarezza delle priorità. Un compito tradizionalmente difficile per la politica italiana. Ma, anche alla luce delle attuali limitazioni finanziarie, individuare un numero circoscritto di aree prioritarie (tematiche e geografiche) è decisivo per il futuro della nostra difesa e la sua sostenibilità. 

4.Definire le peculiarità del “modello nazionale” di intervento
Sarebbe infine auspicabile, dopo decenni di interventi militari all’estero, che i documenti strategici definissero un “modello nazionale di intervento”, andando oltre la stucchevole retorica delle “missioni di pace”, attingendo dalle molteplici (e spesso sconosciute) esperienze sul campo per capire e sviluppare i principali asset nazionali.

In conclusione, mettere al centro del dibattito pubblico i temi della difesa e della sicurezza dovrebbe essere l’obiettivo prioritario della “piccola rivoluzione” del Libro Bianco. Un ruolo più attivo e dinamico del Parlamento potrebbe così agevolare una riflessione più ampia anche nella società, che si merita finalmente la massima trasparenza anche sui “temi militari”. 

Fabrizio Coticchia, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa e www.venusinarms.com;  Francesco Niccolò Moro, Università di Milano Bicocca, www.venusinarms.com e competere.eu
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