La propaganda del terrore prima e dopo la crisi del Califfato

Venerdì, 4 Agosto, 2017

Elisabetta Di Minico

Dal 2014, anno della sua proclamazione e della sua massima espansione, lo Stato islamico ha perso esponenzialmente terreno grazie alle azioni militari internazionali e alla resistenza locale e sono tante le ripercussioni che il “primo Califfato dopo l’Impero Ottomano” si trova ora ad affrontare. Secondo l’IHS Conflict Monitor, oggi l’Isis possiede solo il 40% dell’area siriano-irachena che controllava nel gennaio 2015 ed è passato da oltre 90.000 kmq abitati a meno di 30.000 kmq. Dopo mesi e mesi di combattimenti, anche Mosul, la sua roccaforte, è stata liberata quasi completamente dal giogo jihadista. I "foreign fighters" in partenza dall'Occidente stanno diminuendo, mentre molti di quelli presenti sul suolo arabo sono in fuga. Il feroce leader Abu Bakr al-Baghdadi è stato ucciso o, quanto meno, risulta disperso e inattivo da tempo. Tra il 2016 e il 2017, sono, inoltre, rimaste vittime degli scontri o di attacchi mirati numerose menti della propaganda dell'Isis, come il portavoce Abu Mohammed al-Adnani, uno dei vertici dell'EMNI (servizi segreti), Abu Mohammed al-Furqan, a capo del Dipartimento dell'Informazione, il suo successore Abu Bashir al-Maslawi e Baraa Kadek, fondatore dell'importante agenzia di stampa Amaq.

Tali perdite geografiche e umane hanno profondamente influenzato la propaganda terroristica, che sta lentamente abbandonando il suo linguaggio arrogante, deciso e trionfalistico e trasformando la sua retorica dell’offesa in drammatiche richieste di supporto e di difesa. Fin dalla sua ascesa, è stato subito chiaro che l'Isis conferisse un eccezionale valore all'oratoria bellica: la “guerra dell’informazione” era ed è tanto importante quanto un'azione militare perché aiuta a fare proselitismo, a controllare le popolazioni sottomesse e a diffondere paura e sospetto tra i nemici. Daesh ha creato intorno a sé un vero e proprio brand pubblicitario e ha sfruttato in maniera orwelliana ogni medium possibile, massimizzando, in particolare, la funzione dottrinale dei video di propaganda. Basti pensare che alcuni tra i filmati più diffusi e influenti sono arrivati a costare oltre 30.000$, nonostante la loro resistenza media online prima di essere rimossi sia stata di qualche giorno. Già Al Qaeda era solita registrare e diffondere i discorsi dei leader e le esecuzioni degli “infedeli”, ma le sue possibilità e capacità erano poco più che amatoriali. Lo Stato islamico, invece, ha sviluppato una vera e propria didattica cinematografica del terrore: ha fondato case di produzione, ha assunto centinaia di esperti del settore e ha puntato su alta definizione, effetti speciali e tecniche originali e coinvolgenti di montaggio. Si è lasciata ispirare dalle tendenze occidentali e ha scelto un target giovanile, più recettivo alle tematiche utopiche che si focalizzano sull'idea “romantica” della lotta e della resistenza. Come si può notare in Flames of War, uno dei filmati più noti dell'Isis, diffuso a settembre 2014, ad esempio, l'alternanza stilisticamente organizzata di esplosioni, slow motion, stop motion, inserti grafici, ritmi incalzanti, scene discorsive, azioni aggressive, battaglie e così via ha giocato con l'immagine idealizzata della guerra e della violenza diffusa nei film d'azione hollywoodiani e in videogames come Call of Duty e Grand Theft Auto [1].

La retorica dell'Isis ha rivoluzionato le strategie di comunicazione del jihad, creando un sistema di diffusione coinvolgente, ben strutturato ed estremamente ramificato, ma non ha propriamente inventato un nuovo tipo di discorso. Tale retorica, infatti, rispecchia la classica propaganda bellica spiegata anche da George Mosse ne "Le Guerre Mondiali". Dalla tragedia al Mito dei Caduti: il Mito dell'Esperienza della Guerra si radicalizza e si esalta attraverso alcuni fattori principali, tra cui risaltano la sacralizzazione della morte e dei soldati-martiri, l'idealizzazione e la drammatizzazione delle ragioni del conflitto e la brutalizzazione, lo svilimento e l'estremizzazione del nemico. Nella maggioranza dei video diffusi dallo Stato islamico fino ad inizio 2017, dominano, infatti, discorsi sprezzanti che sottolineano la grandezza e la potenza del Califfato. Incessanti e accanite sono le minacce di diffondere il terrore in qualunque Stato infedele, con qualunque mezzo, e le critiche contro i governi occidentali, volte a smascherarne la corruzione, la decadenza morale, le cospirazioni e le intromissioni nelle questioni mediorientali. In un filmato datato novembre 2015, dopo aver dato risalto alla vastità territoriale del "Khilafah" (“più grande della Grande Bretagna”, “8 volte il Belgio”, etc.), la voce narrante analizza alcune gravi crisi del nemico: agli Usa, ad esempio, ricorda i suoi problemi razziali, che nell'Isis sono superati grazie all'unione derivata dalla fede, nonché le difficoltà sperimentate dai suoi soldati al ritorno dalla guerra (DPTS, suicidi, etc.). Ridicolizza, inoltre, i dispendiosi quanto vani attacchi contro l'Islam, perché, nonostante l'utilizzo di costosissime armi, tra cui missili AGM-65 Maverick da 250.00$, gli uomini del Califfato combattono e vincono con proiettili da 50 centesimi.

La rappresentazione del lato avverso è dolorosamente brutale: vengono generalmente mostrate sia le devastazioni causate dagli attacchi compiuti dalle forze occidentali, incluse strazianti immagini di bambini morti e adulti disperati e feriti, sia la fine patetica e sofferta del nemico catturato, costretto a scavarsi la fossa da solo, inginocchiato e inerme in attesa di essere fucilato o sgozzato. I video di propaganda, però, non proiettano solo sangue, forza bruta e grandeur: essi sono attenti anche a evidenziare il contesto armonico che vige all'interno dell'Isis. Molti filmati mostrano cittadini felici sotto il controllo di Daesh, tra cui eroici "foreign fighters", commossi medici e specialisti stranieri desiderosi di aiutare e, addirittura, cristiani spensierati, incorporati nella società dopo aver accettato di pagare una sorta di tassa di protezione. In questi frammenti, i mercati sono pieni di cibo, i bambini giocano e mostrano fin da piccoli una profonda devozione alla causa, i combattenti si abbracciano e celebrano gioiosi la vittoria.

Per lungo tempo, lo Stato islamico è riuscito a dipingersi come un'utopia in grado di offrire un'alternativa a chi, per disillusione sociale e politica, rabbia o crisi personali, cercasse una nuova identità e un nuovo senso di comunità. Con lo sgretolarsi geopolitico del territorio, però, non è più possibile appellarsi ad "un'estetica eroica e sempre vincente" [2], anche se i messaggi diffusi continuano a esaltare la fede e la giustezza del Califfato, in alcuni degli ultimi video si può notare un incupimento delle tematiche e una maggiore insistenza sulla necessità del sacrificio. L'Isis ha bisogno di uomini e, per reclutare nuovi miliziani, sta intensificando i richiami al senso del dovere e al desiderio di vendetta dei “veri fedeli”. Per questo, le riprese dei suoi soldati feriti o morti stanno aumentando, così come le riflessioni pietistiche e il culto semi-liturgico intorno alla loro immolazione. In diversi filmati, come nel recente "Answer the call", si chiede accoratamente aiuto ai fratelli in Occidente perché “gli infedeli stanno ormai circondando [il Califfato, ndr] da tutto il mondo”. In un altro video, diffuso a giugno, invece, si vede Abu Shuaib al-Maslawi, un miliziano mutilato e relativamente anziano, lanciarsi in auto contro un gruppo di soldati iracheni a Mosul, dopo aver sottolineato l'urgenza di azioni violente nei paesi nemici perché "ogni goccia di sangue versata fuori alleggerirà la pressione su di noi" [3].

Oltre ad un linguaggio più sommesso e drammatico, tali filmati sono nettamente meno professionali e si nota una chiara diminuzione della qualità e dell'inventiva del girato. Questa involuzione linguistica e mediatica è direttamente collegata alla sconfitta militare che lo Stato islamico sta attualmente subendo, ma, purtroppo, a livello ideologico, la forza del messaggio non si è smarrita, sta solo cambiando registro. Il suo impatto sulla guerra nell'area mediorientale e sugli attacchi terroristici in Occidente potrebbe addirittura essere peggiore proprio a causa della situazione estremamente difficile, con poche possibilità di soluzione e di salvezza.

Almeno per un certo periodo di tempo, tale instabilità potrebbe rendere ancora più imprevedibili gli sviluppi degli scontri e favorire una loro ulteriore delocalizzazione e frammentazione. Come ha affermato a maggio 2016 il succitato al-Adnani, infatti, la perdita di Mosul, di Raqqa o di altre città strategicamente importanti "non rappresenteranno la fine del Califfato", perché "l'unica vera sconfitta sarebbe smettere di combattere" [4]. Queste affermazioni possono essere probabilmente interpretate solo come un tentativo in extremis di "damage control", ma, purtroppo, le minacce, soprattutto quelle contro l'Europa, rimangono ancora attive dal momento che la propaganda continua a puntare sulla "resistenza senza leader" dei cosiddetti "lupi solitari". La maggioranza degli attentatori che sta colpendo l'Occidente agisce in maniera parzialmente o blandamente coordinata con altri gruppi e con la "base madre" mediorientale. Essa risponde direttamente alla chiamata che arriva dal deserto in guerra e che, grazie alla propagazione potenzialmente illimitata offerta da Internet, intensifica la potenziale pericolosità di un conflitto il quale, fino a qualche decennio fa, non avrebbe mai potuto raggiungere un tale livello di diffusione.   

 

 
Elisabetta Di Minico, PhD in History, Universitat de Barcelona



[1]

 Steve Rose, “The ISIS propaganda war: a hi-tech media jihad”, 7 ottobre 2014, www.theguardian.com

[2]

 Stato Islamico: nascita di un format, Piazza Pulita, La7, 08 giugno 2015.

[3]

 Bassem Mroue, “Islamic State's Collapse. Death of the IS Propaganda Machine”, 10 giugno 2017, www.realcleardefense.com

[4]

 Aymenn al-Tamimi, “The Myth of ISIS's Strategic Brilliance”, 20 luglio 2017, www.theatlantic.com