Balcani occidentali: così Mosca vuole tornare a "contare"

Martedì, 23 Maggio, 2017

Gabriele Natalizia

Il ritorno allo status di grande potenza è l’orizzonte verso cui si è mossa la Russia sin dall’inizio degli anni Duemila. Per Vladimir Putin e il suo entourage il conseguimento di tale obiettivo passa, anzitutto, per il ripristino del primato di Mosca sullo Spazio post-sovietico. Le mosse successive sono la sua affermazione come attore protagonista nelle regioni che le sono prossime geograficamente – come il Medio Oriente – o a cui è legata da vincoli storico-culturali – come i Balcani.

In questa seconda area la partita è particolarmente aperta sul versante occidentale. Quello orientale (Bulgaria e Romania), al contrario, è stato assorbito nelle strutture internazionali occidentali nel 2004 (Nato) e nel 2007 (UE). Due ragioni impongono alla Russia di tornare a “contare” sul versante ovest della penisola balcanica. Da un lato per sancire la fine di quella subalternità agli Stati Uniti che fu clamorosamente messa a nudo dalla missione Allied Force del 1999. L’attacco alla Serbia, d’altronde, rappresentò un traumatico calo del sipario sulla presidenza di Boris Yeltsin, che aveva coltivato l’illusione di essere considerato un “pari” dai leader occidentali. Dall’altro, è importante per rendere effettiva l’immagine del Russkij Mir. Questa formula politica, organizzata su un sistema di cerchi concentrici che rielabora alcuni strumenti ideologici dell’Impero zarista, propone la Russia come garante dei diritti delle popolazioni russe e russofone che vivono al di fuori dei suoi confini, dei cristiani ortodossi e, più in generale, dei cristiani d’Oriente, nonché di quanti avvertano con essa e i suoi valori un legame culturale o spirituale (i cosiddetti “compatrioti”). 

Sebbene il russo non costituisca una lingua franca nei Balcani occidentali che, quindi, restano esclusi dal primo cerchio d'azione, nel secondo sono ricompresi Bosnia-Erzegovina (nella sua componente della Repubblica Srpska), Macedonia, Montenegro e Serbia che risultano legati alla Russia dalla comune fede ortodossa. Viceversa, gli altri stati sorti dalle ceneri della Jugoslavia – Croazia, Kosovo e Slovenia – così come l’Albania non solo sono estranei a questo soft power, ma percepiscono la Federazione come un pericolo a causa del sostegno che ha tradizionalmente garantito alle ambizioni serbe.

Putin, tuttavia, non sembra avere una grand strategy per la regione, così come sembra aver compreso, a seguito delle crisi in Georgia (2008) e Ucraina (2009), quanto la geografia ancora conti. Non potendo sfruttare nei Balcani occidentali il vantaggio della prossimità territoriale e non disponendo di capacità militari o di risorse economiche paragonabili a quelle di Stati Uniti, Nato e Unione Europea, sa che la Russia non può proporre ai paesi balcanici l’integrazione delle organizzazioni internazionali di cui è alla guida (Unione Economica Eurasiatica e Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva). 

Alla strategia, quindi, il Cremlino ha preferito la tattica. Nei Balcani occidentali ha cercato principalmente di ostacolare ulteriori allargamenti dell’UE e, soprattutto, della Nato. In tale prospettiva ha trovato nella penetrazione economica lo strumento preferenziale per il suo rilancio nell’area, in corrispondenza del lungo rally dei prezzi energetici (2003-2014) che ha permesso una crescita sostenuta del PIil nazionale. La scelta era tanto più razionale quanto più rafforzata dal fatto che negli stessi anni gli Stati Uniti hanno attribuito priorità strategica ad altre aree e l’UE si è cimentata con l’effettiva integrazione dei nuovi membri.

Hanno così preso forma il sostegno finanziario alla Serbia e alla Repubblica Srpska, il coinvolgimento nell’economia montenegrina (buona parte delle proprietà immobiliari e un terzo delle società straniere registrate nel paese sono in mani russe) e il progressivo incremento della presenza in Macedonia (soprattutto nel settore energetico attraverso Lukoil). Il colpo più importante da mettere a segno, tuttavia, sarebbe stato la realizzazione del gasdotto “ortodosso” South Stream, che avrebbe dovuto attraversare Bulgaria e Serbia (mentre una linea secondaria avrebbe rifornito anche la Repubblica Srpska). A conferma di ciò, il “concetto 2013” della politica estera russa indicava i Balcani come un hub strategico per le forniture di gas e petrolio in Europa. 

Il 2014, tuttavia, ha costituito un punto di svolta per la politica della Russia nei Balcani occidentali. La crisi in Ucraina, infatti, ha segnato un’inversione “a U” del rapporto tra il Cremlino e l’ordine internazionale. Se Mosca aveva tenuto un approccio conservatore allo status quo dopo la guerra in Kosovo, invocando la non ingerenza nella politica interna della Serbia (1999) e poi il rispetto della sua integrità territoriale (2008), con l’annessione della Crimea è passata a una posizione revisionista, reclamando la tutela dei diritti della popolazione russofona della penisola e il principio di nazionalità. Nei Balcani il revisionismo russo è stato ulteriormente assecondato dagli effetti della sovrapposizione tra le sanzioni occidentali e il crollo dei prezzi energetici, che ha fatto tramontare il progetto del South Stream. La realizzazione di un’opera dai costi elevatissimi (giustificati più da un calcolo geopolitico che da interessi economici) avrebbe imposto alla Russia di agire come un agente di stabilizzazione nell’area. In assenza di un impegno così vincolante, al contrario, Mosca si è trovata più libera di assumere posizioni stabilizzatrici o rivoluzionarie a seconda delle convenienze politiche contingenti.

È all’interno di questa mutata cornice che vanno inserite almeno quattro mosse della Russia osservate con preoccupazione dagli altri protagonisti dello scacchiere balcanico, ovvero gli Stati Uniti e i loro alleati europei e la Turchia. In primo luogo, il sostegno alle azioni dimostrative della Serbia nei confronti del Kosovo attraverso i centri d'informazione e le organizzazioni non governative russe operanti in territorio serbo (sono passati da una dozzina a più di cento dal 2015). Un momento di alta tensione è stato raggiunto lo scorso gennaio, quando il primo treno che avrebbe dovuto collegare direttamente Belgrado a Mitrovica è stato fermato dalle autorità di Pristina perché era dipinto con i colori della bandiera serba e riportava la scritta “Il Kosovo è serbo” (in 21 lingue diverse). In secondo luogo, alle operazioni di propaganda fa da contraltare la crescente cooperazione militare con la Serbia, sviluppatasi durante la presidenza Tomislav Nikolić e che prevedibilmente continuerà con il neoeletto Aleksandar Vučić.

Il più recente effetto di tale scelta è stata l’organizzazione nell’ottobre 2016 di un’esercitazione tra le forze armate serbe, russe e bielorusse denominata Slovensko bratstvo (“fratellanza slava”), che è stata fatta coincidere con un’esercitazione della NAato in Montenegro. Il terzo fattore di preoccupazione è l’intensificazione dei rapporti tra Putin e il presidente della Repubblica Srpska, Milorad Dodik. Quest’ultimo ha sfidato l’ordine di Dayton, promuovendo lo scorso settembre un referendum per dichiarare festa nazionale il 9 gennaio, la data in cui nel 1992 i serbi di Bosnia proclamarono l’indipendenza e che costituì l’antefatto della guerra civile, e ora minaccia di organizzare un referendum sull’indipendenza nel 2018. Infine, la Russia sta stringendo i rapporti con la Macedonia, che, dopo aver visto dissolversi il sogno di entrare nella Nato a causa dell’opposizione della Grecia, ora registra il risveglio delle tensioni etniche tra macedoni e albanesi. Putin ha stretto una nuova intesa con l’ex primo ministro Nikola Gruevski, che precedentemente aveva posizioni filo-occidentali, soprattutto a seguito delle tensioni tra il governo e la minoranza albanese. Ha sostenuto, infatti, la narrazione delle proteste come di un tentativo di dar vita alla “Grande Albania” con l’aiuto dell’Occidente. 

Il mutato approccio della Russia agli affari della regione, tuttavia, non è esente da imprevisti. Il più grave è stato la perdita del Montenegro dal campo dei suoi alleati. A maggio il paese perfezionerà l’ingresso nella Nato, nonostante le tensioni interne che la scelta sta alimentando (si è parlato anche di un tentativo di colpo di stato). Per il principio dell’eterogenesi dei fini, infatti, l’annessione russa della Crimea ha finito per accelerare l’ammissione di Podgorica nell’Alleanza Atlantica, che ha ricevuto luce verde a dispetto delle criticità che questa ancora presentava, come l’inefficacia delle riforme del premier Milo Đukanović nella lotta alla corruzione e alla criminalità. 

 

Gabriele Natalizia, ricercatore alla Link Campus University, dove insegna Relazioni internazionali

 

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