La sinistra francese ai tempi di Macron

Domenica, 18 Giugno, 2017

Eric Jozsef

“Occorre ricostruire la sinistra!” grida uno dei tre elettori – presunti socialisti – stesi a terra e feriti, in mezzo alle rovine fumanti. A destra della vignetta, Karl Marx, solenne, vestito di nero e con un adesivo di En Marche! appiccicato sul petto, risponde: “troppo tardi”.

Riassunto crudele ma efficace, il disegno di Wilhem pubblicato su Libération illustra il sentimento comune dopo il trionfo di Emmanuel Macron: la fine di un mondo, principalmente a sinistra. A centro-destra, dal primo turno delle legislative, il partito Les Républicains è uscito notevolmente indebolito e diviso, ma è riuscito comunque a mantenere con i suoi piccoli alleati un consenso attorno al 21%. Mentre dopo il 6,36% di Benoît Hamon alle presidenziali il partito socialista ha confermato la sua débâcle con un misero 7,44% addiritura dietro la France Insoumise (sinistra radicale) di Jean-Luc Mélenchon (11%).

Per il partito della rosa nel pugno che ha dominato la sinistra francese per quasi cinquant'anni e che nel 2012 controllava l'Eliseo, Matignon (sede del capo del governo), le due camere del parlamento, quasi tutte le regioni, la maggioranza dei dipartimenti e delle grandi città, è una disfatta che sancisce la fine di un ciclo. Quello aperto appunto nel 1971 da François Mitterrand al congresso di Epinay dopo la batosta elettorale delle presidenziali del 1969 dove il candidato socialista Gaston Defferre ebbe solo il 5%. Allora, il nuovo capo del Parti Socialiste ebbe la capacità di rinnovare la dottrina del partito, di far entrare nuove forze come i cristiani di sinistra e alcuni post-sessantotini, di proporre un’alleanza con i comunisti (per mangiarli politicamente) e infine di far convivere diverse correnti all'interno del partito. Da allora, il partito socialista ha preparato la sua conquista del potere a partire del 1981 ed è rimasto la principale forza della maggioranza o dell'opposizione fino al 7 maggio, data della sonora vittoria di Macron.

Ma prendendo le distanze, si realizza che il fiasco socialista arriva da lontano. Arriva dal fatto che davanti ai cambiamenti politici e sociali (dalla sfida della globalizzazione all'Europa passando dalle nuove tecnologie che hanno rimesso in discussione le tradizionali solidarietà collettive ecc.) la sintesi tra le diverse anime non poteva più reggere. Già il referendum del 2005 sul trattato costituzionale europeo aveva rivelato la spaccatura quasi definitiva del partito. Solo la prospettiva di tornare al potere ha mantenuto, per un po’ di tempo, l'unità. Ma poco a poco, le divergenze ideologiche sono diventatate sempre più profonde all'interno della formazione e solo un maestro della sintesi di un “appartchik” come François Hollande ha potuto nasconderle per vincere nel 2012 annunciando ad esempio, in campagna elettorale, la guerra alla finanza internazionale o ai “ricchi” per poi, una volta al potere, fare una politica dell'offerta e in difesa dell'impresa, ricalcando le politiche pragmatiche degli eletti socialisti ai livelli locali. Così, finita la prospettiva di vincere con l'impopolarità della presidenza Hollande, la sintesi tradizionale del PS è saltata, in un’esplosione accelerata della nuova offerta politica agli elettori di centro-sinistra da parte di Emmanuel Macron.

Già alcuni mesi prima, Manuel Valls, allora primo ministro e sostenitore di una linea social-liberista aveva parlato di “due sinistre inconciliabili” e avvertito nel settembre 2016: “la sinistra può morire”. La frontiera tra le due sinistre irreconciliabili non passava tra sinistra radicale (Mélenchon e communisti) e PS, ma all'interno stesso del PS tra “frondeurs” (ribelli di sinistra tra cui Benoît Hamon) contro l’ala social-democratica e social liberista della sinistra (da Michel Rocard a Strauss-Kahn, Valls o Macron). Questa divisione non è prevalentemente francese. Lo si è visto di recente negli Stati Uniti (Sanders contro Clinton), nel Regno Unito (Corbyn contro i blairisti) in Spagna, in Italia ecc. Ma il dato francese è che, collocandosi tra sinistra antiliberista, radicale, euroscettica rappresentata da Mélenchon e sinistra liberale, moderata, pro-europa sedotta da Macron, il candidato del principale partito della “gauche” Benoît Hamon ha cercato di mettersi in mezzo (anti-europeo ma non troppo, anti-Hollande ma senza cacciare sul terreno di Mélenchon ecc.), sperando ancora una volta nella magia della sintesi. Ed è successo il contrario, mettendo (finalmente) in luce tutte le fratture a lungo nascoste del PS e provocando la sua dissoluzione.

La scomparsa dei socialisti non significa tuttavia la scomparsa della sinistra. Una parte degli elettori del PS si ritrova nell'offerta politica di Jean-Luc Mélenchon anche se quest'ultimo non è riuscito a imporsi come il capo dell'opposizione a Emmanuel Macron. Così, la sinistra radicale rimane molto minoritaria e il suo futuro rimane indecifrabile, anche perché punta molto sulla personalità del sessantacinquenne Mélenchon.

Dall'altra parte, sul versante della sinistra moderata, si vuole scommettere sull'esperienza Macron, anche se il nuovo presidente non è solo l'interprete della social-democrazia, ma l'espressione di un'aggregazione tra forze moderate provenienti da diversi orizzonti. Toccherà a Emmanuel Macron saper trasformare questa adesione elettorale in adesione politica, probabilmente costruendo un vero partito in cui farà la sintesi di tutti moderati, di destra, centro e sinistra.

Per quanto riguarda i residui del partito socialista, non hanno finora tratto le necessarie conclusioni dalla loro sconfitta e nemmeno tracciato un bilancio onesto ed equilibrato della presidenza Hollande. Difficile in queste condizioni ipotizzare un rilancio a breve, senza leader, senza idee e soprattutto senza essere usciti dell'ambiguità ideologica in primo luogo sul futuro dell'Europa.

 

Eric Jozsef, corrispondente in Italia del quotidiano francese Libération

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