L’Afghanistan non è la priorità della Nato

Mercoledì, 7 Settembre, 2016

Claudio Bertolotti

Il summit Nato di Varsavia e le conseguenze per l’impegno in Afghanistan

Prima il fronte orientale e poi, secondariamente, quello afghano: il focus è la Russia, non l’Afghanistan. Questa la sintesi del summit della Nato dello scorso 8-9 luglio tenutosi a Varsavia, in Polonia.

L’ultimo summit della Nato per l’uscente presidente statunitense è stato caratterizzato da una presa di coscienza della doppia situazione di stallo: da una parte la Russia, dall’altro l’instabilità del fronte afghano.

Quali le decisioni prese in merito all’impegno dell’Alleanza atlantica in Afghanistan, a distanza di 15 anni dal suo inizio, e nell’intero e infuocato Medio Oriente?

In primis, a parole, l’intenzione di ridurre l’impegno statunitense – e della Nato – nella più lunga guerra di tutti i tempi combattuta dagli Stati Uniti. Nei fatti una revisione intermedia della strategia afghana, nell’attesa che il nuovo presidente Usa se ne prenda carico; una revisione che congela il ritiro delle truppe precedentemente pianificato e ne aumenta il ruolo di combattimento. Dunque la Nato si avvia verso la terza decade di permanenza in Afghanistan, con un termine fissato al 2020 ma che verosimilmente verrà confermato sino a tutto il 2024, così come sancito nell’accordo di partnership strategica Usa-Afghanistan.

In secondo luogo, l’impegno attivo e globale della Nato nel contrasto dell’espansione del “fenomeno Stato islamico (Isis)” nell’intera area del Grande Medio Oriente (dal Nord Africa all’Afghanistan). A confermarlo è stato lo stesso Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, approvando l’avvio di una missione di training e capacity-building a favore delle forze armate irachene, assistenza alla Giordania e la creazione di un centro intelligence in Tunisia.

Inoltre, nel merito del confermato impegno, Obama ha ribadito al presidente afghano Ashraf Ghani la volontà di sostenere un processo di riconciliazione con i taliban come prerequisito per l’avvio del tavolo negoziale: un esplicito invito ai gruppi di opposizione armata a deporre le armi, in alternativa alla prosecuzione della guerra in corso. Un approccio che, a guardare al passato più o meno recente, lascia ben poche speranze di poter ottenere risultati diversi da quelli sinora raggiunti.

Quello statunitense, al cui fianco è la Nato, è un impegno ad alta intensità ed elevato rischio di fallimento in quanto, a fronte di un limitato dispiego di unità militari e di un basso livello di capacità delle forze di sicurezza afghane, i taliban stanno progressivamente riconquistando terreno attraverso la condotta di operazioni militari di successo.

La realtà è che la situazione è in graduale peggioramento con un fronte insurrezionale in grado di controllare oggi più territorio di quanto abbia fatto negli ultimi 15 anni.

A fronte di un innegabile peggioramento, la comunità internazionale ha confermato di voler continuare a sostenere lo stato afghano – afflitto dall’ingovernabilità conseguenza del governo bicefalo (Ghani-Abdullah), da un apparato burocratico fortemente corrotto e da istituzioni che, attraverso le sue forze di sicurezza, non sono in grado di esercitare il monopolio della forza – attraverso l’elargizione di fondi che, sino al 2020, si dovrebbero stabilizzare su un totale di 5 miliardi di dollari l’anno, per quattro anni, in linea con la policy adottata in occasione del summit Nato di Chicago del 2012; un budget necessario al mantenimento di un apparato di sicurezza forte di 352.000 unità. Del totale, 3,5 miliardi saranno a carico degli Stati Uniti, 500 milioni verranno stanziati dal governo afghano e il restante miliardo di dollari sarà suddiviso tra i membri dell’Alleanza.

La Nato rimane dunque legata all’Afghanistan e al tentativo di contenere l’espansione della violenza jihadista – in particolare al-Qaida e Isis – nonostante ciò sia un impegno molto oneroso in termini economici e politici. Una necessità imposta dalla volontà di limitare il rischio di collasso dello stato afghano. 


Gli sviluppi della missione Resolute Support (Rs)

In occasione del summit di Varsavia, l’amministrazione statunitense ha annunciato di voler ridurre e stabilizzare il proprio impegno entro la fine del 2016, optando per mantenere 8.400 unità (con una riduzione dunque di 1.400 militari rispetto ai livelli attuali).

Al momento sono schierati sul terreno 13.000 soldati dell’Alleanza, i cui maggiori paesi contributori dopo gli Stati Uniti sono Germania, Turchia e Italia (quest’ultima con 950 militari, numero aumentato di 150 unità rispetto allo scorso anno). Il compito del personale della missione Rs è di “train, assist e advise” a favore delle forze di sicurezza afghane. Entro il 2017 il numero complessivo delle unità sotto comando Nato dovrebbe essere pari a 12.000.

Gli Stati Uniti, oltre a essere contributori della missione Resolute Support, hanno una propria autonoma missione di contro-terrorismo, la Freedom’s Sentinel, forte di 2.150 unità. Inoltre, al totale delle truppe schierate in Afghanistan, vanno a sommarsi la componente “contractor” – impegnata in attività che spaziano dalla logistica alla sicurezza vera e propria – e le circa 400 truppe “per l’Afghanistan” ma schierate in basi esterne e di prossimità la cui collocazione non è al momento nota.


Analisi, valutazioni, previsioni

In tale scenario, il cambio al vertice dei taliban è un elemento dinamizzante, al pari di altri quattro principali e instabili fattori: in primis, le dinamiche interne al movimento, in secondo luogo il processo di pace, poi, la spinta esogena dell’Isis e, infine, il ruolo e la presenza in Afghanistan di Nato e Stati Uniti.

Elementi tra di loro in forte relazione che, in assenza di equilibrio, potrebbero portare l’Afghanistan verso quella conflittualità di maggiore rilevanza che sta infiammando l’intero Grande Medio Oriente.

A tale dinamismo, potrebbe seguire un’evoluzione dell’impegno degli Stati Uniti – e quindi dell’Alleanza atlantica – che manterrebbero almeno fino a tutto il 2024 una residua forza militare in Afghanistan a tutela delle cosiddette basi strategiche e per la condotta di azioni di contro-terrorismo; e, dunque, anche (e di nuovo) di combattimento.

Una scelta che conferma la volontà di non incorrere nello stesso errore strategico che portò al collasso dell’Iraq con il ritiro di tutti i contingenti militari; una decisione, presa allora dal neo-eletto presidente americano Obama, che ci pone oggi di fronte al problema di un’area mediorientale fortemente destabilizzata.

Una decisione che ha il fine di compensare le difficoltà delle forze di sicurezza afghane – non in grado di difendere autonomamente il paese dalla minaccia dei taliban, dell’Isis e di tutti gli altri gruppi di opposizione armata – poiché sono prive di adeguate capacità operative e colpite da perdite significative (nel solo 2015 le perdite per uccisione sono state di 5.500 soldati).

Dopo mesi di attesa e richieste da parte dei vertici militari Usa, il presidente Obama, quale ultimo atto politico, ha esteso l’azione militare autorizzando i bombardamenti aerei per contrastare i taliban e l’emergente Isis sia in azioni di attacco tout court, sia in funzione di supporto alle forze di sicurezza afghane. È dunque valutabile un’intensificazione delle azioni dirette da parte delle forze Usa e un nuovo cambio delle regole di ingaggio.

Ad oggi, il forte ruolo politico – prima ancora che militare – del movimento taliban è un dato di fatto; un soggetto forte con il quale la comunità internazionale non ha altra scelta se non quella di interloquire al fine di una soluzione negoziale basata sul processo di power sharing tra governo afghano e fronte insurrezionale. Una soluzione che legittimerebbe sul piano politico-giuridico quello che i taliban detengono, de facto, su quello sostanziale.

Un processo di pace che procede su due piani, attraverso il classico approccio “del bastone e della carota”.

Da un lato, sul piano militare, le operazioni di contro-terrorismo (droni e special force), come quella che ha portato all’uccisione del leader taliban, il mullah Akhtar Mansour.

Dall’altro lato, sul piano formale c’è il tavolo negoziale del “Quadrilateral Cordination Group”, l’organismo internazionale creato ad hoc per coinvolgere gli attori primari cha hanno interesse nella stabilizzazione dell’Afghanistan: Cina, Pakistan, Stati Uniti e Afghanistan. Un organismo impegnato nel tentativo di trovare un accordo sostenibile e condiviso tra le parti sebbene, al momento, siano assenti dal tavolo proprio i taliban. Un’assenza che, in parallelo con la prosecuzione della guerra da parte di entrambe le parti, ha sinora reso inefficace qualunque sforzo.

Inoltre, va posto l’accento sul fattore esogeno che è destabilizzante e in fase di progressiva crescita: l’Isis, che è stato in grado di espandersi anche all’interno del sub-continente indiano e di alimentare i processi di scissione di due importanti gruppi insurrezionali che combattono in Af-Pak: l’Islamic Movement of Uzbekistan (Imu) e il Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp). Un processo di scissione analogo a quello che avrebbe portato alcuni taliban (spesso soggetti esclusi o marginali) ad aderire al nuovo fenomeno.

Nel complesso è una situazione critica capace di alimentare una conflittualità multi-livello, caratterizzata da una guerra insurrezionale con specifica connotazione nazionale in cui i taliban e gli altri gruppi locali combattono per l’Afghanistan, ma in cui l’influenza dei fattori esogeni – quali appunto Isis – è in grado di far evolvere il livello di violenza spostandolo sul piano ideologico del jihadismo globale. Nello specifico del fenomeno Isis, un jihadismo insurrezionale che, superando le dinamiche tipiche di una “guerra di liberazione nazionale” (che si impone nella narrativa dei taliban), mira a fondere le dinamiche locali nel più ampio contesto globale del fondamentalismo e del radicalismo contemporanei.

 

Claudio Bertolotti, Ph.D, ricercatore associato ISPI e ITSTIME, è analista strategico indipendente, docente di ‘Analisi d’area’, Subject Matter Expert per la NATO e ricercatore italiano senior per la ‘5+5 Defense Initiative’ presso il CEMRES di Tunisi.