“L’indebolimento del premier mette a rischio le riforme e la democrazia in Pakistan” Tre domande a Elisa Giunchi

Mercoledì, 16 Gennaio, 2013

L’ordine di arresto emesso dalla Corte Suprema contro il primo ministro pakistano Raja Pervez Ashraf é indicato come un passo avanti verso la reale democratizzazione del paese da parte dei sostenitori del leader religioso Tahir-ul-Qadri, mentre l’entourage del Primo Ministro lo considera una sorta di “golpe mascherato”. Quale impatto può avere la decisione dell’Alta Corte sul processo di democratizzazione di un paese difficile come il Pakistan?

 

In Pakistan, come in tutti i paesi interessati dalla Primavera Araba, le parole “democrazia” e “democratizzazione” sono spesso usate a sproposito. Ci si trova così a sentir usare queste parole da coloro che chiedono un maggior rispetto dei diritti umani e libere elezioni, ma anche da coloro che chiedono semplicemente riforme economiche o persino da coloro che vogliono difendere lo status quo. 

 

Anche se fosse vero che i militari hanno fatto pressioni per questa sentenza, come sostengono fonti governative, bisogna ricordare che il Pakistan ha fatto grandi progressi verso la democrazia e ciò è testimoniato dal buon livello di trasparenza e correttezza delle ultime elezioni nel 2008 e dal fatto di voler comunque lasciare arrivare a fine mandato il presidente in carica Asif Ali Zardari che rappresenta un importante elemento di discontinuità con il passato. 

 

Tuttavia, è pur vero che un sistema corrotto e un’eccessiva concentrazione di potere e ricchezza ha creato nell’opinione pubblica un profondo stato di disaffezione verso la classe politica del paese e Qadri è particolarmente abile a sfruttare questo malumore. Il rischio è che Tahir-ul-Qadri, che è un leader musulmano radicale vicino ad ambienti poco democratici, possa sfruttare la sentenza dell’Alta Corte e, cavalcando la protesta popolare, realizzare un sistema meno democratico di quello attuale.

 

Quali potrebbero essere gli effetti sulle riforme interne e la lotta ai Talebani dell’indebolimento del primo ministro?

 

Tra tutte le forze politiche pakistane di un certo peso solo il Pakistan People's Party, il partito del primo ministro, ha dimostrato la volontà di affrontare i grandi problemi sociali che interessano il paese quali lo sviluppo sociale, il ruolo della donna, o i diritti delle minoranze. Poiché tutte le altre forze politiche principali evitano di  toccare questi problemi e sono legate o conniventi con fazioni religiose dalle deboli credenziali democratiche, l’indebolimento del premier e di conseguenza del suo partito si ripercuoterà sui progressi, seppur timidi, realizzati in questi temi. E’ infine evidente che il colpo subito dal premier e, di conseguenza dall’esecutivo, permette una maggiore libertà di manovra ai Talebani che, va ricordato, non sono attivi solo attorno alla frontiera con l’Afghanistan ma anche in Kashmir.

 

Quali conseguenze avrebbe sulle relazioni con l’India una regressione democratica o l’instaurazione di un governo islamico in Pakistan?

 

Un governo meno democratico non costituisce di per sé un problema per le relazioni con l’India se il potere è detenuto da un uomo illuminato ed interessato, magari anche per fini personali, alle relazioni con l’India, come dimostrato dal precedente presidente Musharraf. Il vero problema potrebbe derivare invece da un governo guidato da una forza religiosa integralista. In questo caso l’esecutivo potrebbe rifarsi a precedenti quali la Lega Musulmana ed orientarsi principalmente verso il Medio Oriente. Ciò porterebbe a uno stallo nei negoziati di apertura intavolati in questi anni.

 

Guarda la partecipazione di Elisa Giunchi al programma "Giro di Boa" (RaiNews24, 16 gennaio 2013)

 

*Elisa Giunchi è ricercatrice e docente di storia ed istituzioni dell'Asia presso l'Università degli Studi di Milano  e ISPI Associate Senior Research Fellow