L’Isis dopo Mosul

Venerdì, 4 Agosto, 2017

Andrea Beccaro

Recentemente si è molto detto e scritto della sconfitta di Isis a Mosul e della conseguente “liberazione” della città da parte delle forze di sicurezza irachene appoggiate dall’aviazione americana, da forze speciali occidentali e dai peshmerga curdi. L’esito positivo di questa operazione durata circa nove mesi (a cui però andrebbero aggiunti i mesi di combattimenti precedenti che hanno permesso di posizionare le forze intorno alla città), sommata alla riconquista di Sirte in Libia nel dicembre 2016 e alla contestuale avanzata delle forze curde su Raqqa in Siria, ha aumentato l’ottimismo circa la definitiva scomparsa di Isis dal bacino del Mediterraneo. Purtroppo però la situazione è molto più intricata e complessa.

Per prima cosa serve distinguere la sconfitta di Isis dalla situazione generale in Iraq. Senza ombra di dubbio negli ultimi anni i problemi di sicurezza e stabilità iracheni sono stati fatti combaciare tout court con il problema dello Stato islamico che tra il 2014 e il 2015 era riuscito a conquistare città importanti come Mosul, Falluja, Ramadi e ampie regioni del paese. In realtà Isis era in parte il frutto, e ha semplicemente permesso di nascondere, i seri problemi strutturali dell’Iraq post-Saddam che ora riemergono con tutta la loro forza. Innanzitutto bisogna prendere in considerazione il problema curdo, poiché la regione è ormai uno stato nello stato dal 1991. Non solo gode di una formale indipendenza (seppur non riconosciuta né da Baghdad né da altri governi), ma le sue milizie, i peshmerga, vengono addestrate e armate da alcuni eserciti occidentali come ad esempio quello americano, tedesco e italiano. Certamente non sono una forza convenzionale, ma al tempo stesso hanno armi, addestramento e la volontà di difendere la loro libertà e indipendenza. Quest’ultima sarebbe poi un dramma annunciato per l’intero Medio Oriente visto che i curdi sono presenti in Iran, Siria (dove sono apertamente appoggiati dagli USA nel ruolo anti-Isis e controllano parti di territorio nel nord del paese) e ovviamente in Turchia che li considera nemici della stabilità del paese. Un Kurdistan indipendente non causerebbe, quindi, solo una frantumazione dell’Iraq (peraltro già presente), ma innescherebbe un domino di difficile soluzione nell’intera regione.

Un secondo problema a seguito della sconfitta di Isis è, invece, relativo alla spaccatura tra la comunità sciita e quella sunnita in Iraq. Da un lato è vero che spesso si insiste troppo su questa presunta frattura, dall’altro lato però è altrettanto vero che non solo esiste sul terreno (e le violenze di cui si sono macchiate anche le forze sciite di Baghdad lo testimoniano), ma che su di essa si inseriscono le politiche di attori esterni con una forte influenza. Non si può dimenticare che l’Iran in questo quadro gioca un ruolo centrale e che grazie ai suoi uomini è riuscito ad avere un controllo importante sulle truppe sciite sia in Iraq sia in Siria.

In sostanza i problemi etnico-settari presenti in Iraq che avevano di fatto agevolato la nascita di Isis non sono stati risolti, e molto probabilmente non lo saranno nel medio termine. Al tempo stesso conflitti per il potere a livello sia locale (per esempio il ruolo delle PMF sciite che sono forze di sicurezza non sotto il completo controllo governativo) sia regionale, di cui Isis è stato una conseguenza più o meno voluta, restano forti e non sembrano destinati a una facile o rapida soluzione. Per questa ragione malgrado l’attuale sconfitta, il rischio di un ritorno di Isis sotto altre spoglie e sigle non è scongiurato, anche perché bisogna ricordare che l’ideologia jihadista su cui ha fatto leva è viva e radicata.

Questo aspetto deve portare a riflettere su un ulteriore elemento: la fine del carattere territoriale di Isis non coincide con la sua fine in quanto entità jihadista. Infatti, anche nei territori dove è stato militarmente sconfitto in Iraq ma anche in Siria e Libia il gruppo è ancora attivo e riesce a condurre attacchi di tipo insurrezionale o terroristico continuando quindi a funzionare come insorgenza pur avendo perso il controllo del territorio. Anche a livello globale il gruppo, pur con tutte le difficoltà, è ancora in grado di poter operare e lanciare sia operazioni di tipo prettamente terroristico in Europa grazie a foreign fighters di ritorno oppure a elementi radicalizzati presenti sul continente, sia operazioni più complesse come i casi di Marawi nelle Filippine e dell’attacco a Teheran in Iran a giugno mettono in luce. Infine, sul web la sua ideologia e il suo richiamo restano forti e presenti e costituiscono per molti giovani musulmani un appello importante a cui poi si possono sommare flussi finanziari che non sono ancora stati del tutti individuati e prosciugati.

Per tutte queste ragioni, la riconquista di Mosul rappresenta certamente un tassello importante, ma assolutamente non risolutivo sia per giungere a una pacificazione e stabilizzazione definitiva dell’Iraq sia per poter dichiarare la sconfitta totale di Isis.

 

Andrea Beccaro, Ricercatore e analista strategico