L'omicidio di Kuala Lumpur: sfida al resto del mondo

Giovedì, 16 Marzo, 2017

Giulia Pompili

A distanza di poco più di un mese, la morte di Kim Jong-nam, fratellastro di Kim Jong-un, è da considerarsi un punto di svolta nelle relazioni tra la Corea del Nord e il resto del mondo. Anche se le indagini sono ancora in corso, è chiaro che la comunità internazionale consideri quasi certo che dietro all’omicidio ci sia Pyongyang, ed è un fatto che la Corea del Nord abbia cercato in tutti i modi d’interferire nelle investigazioni delle autorità malay. Kim Jong-nam è morto una ventina di minuti dopo essere stato avvicinato da due donne, una vietnamita e una indonesiana, il 13 febbraio scorso, mentre aspettava di imbarcarsi su un volo per Macao all'aeroporto di Kuala Lumpur. I risultati dell’autopsia hanno appurato che la morte è avvenuta dopo che l’uomo era venuto a contatto con il VX, un gas nervino bandito dalle Nazioni Unite negli anni Novanta perché considerato arma di distruzione di massa. Le autorità malay hanno arrestato le due donne, che sono state identificate grazie alle immagini di sorveglianza dell’aeroporto, e qualche giorno fa l’Interpol ha diramato un codice rosso – la fase precedente a quella del mandato di arresto internazionale – per altri quattro cittadini nordcoreani, che avrebbero lasciato la Malaysia subito dopo l’attacco.

Le autorità di Kuala Lumpur non hanno mai accusato formalmente Pyongyang per l’omicidio avvenuto sul proprio territorio, ma l’intelligence di Seul ha definito l’assassinio un “atto di terrorismo” ordinato direttamente da Kim Jong-un. I sospetti ci sono: l’attuale leader nordcoreano avrebbe avuto un movente, soprattutto se fossero vere le voci sul coinvolgimento di Kim Jong-nam in una strategia di “regime change” in Corea del Nord orchestrata dalla Cina. Ma le prove di un diretto coinvolgimento dell’élite nordcoreana nella vicenda è ancora lontano dall’essere reso pubblico. Questo è un punto importante da tenere a mente: anche se Kim Jong-nam fosse morto d’infarto, come sempre quando si tratta di questioni nordcoreane è la percezione esterna a giustificare le conseguenze – e non tanto la verità dei fatti, che spesso è impossibile da ottenere.

Fu così per l’attacco hacker alla Sony Pictures avvenuto nel novembre del 2014, quando un gruppo che si faceva chiamare “I Guardiani della pace” attaccò la multinazionale americana pubblicando in rete tutto il suo database, compresi i dati sensibili e alcuni film ancora sotto embargo. Neanche un mese dopo, la Casa Bianca ufficializzò i suoi sospetti, ovvero l’idea che dietro all’attacco ci fosse il Bureau 121, l’unità di cyberwarfare nordcoreana. Le prove del coinvolgimento di Pyongyang non furono mai pubblicate, ma poco dopo l’allora presidente americano Barack Obama diede l’ordine di aumentare le sanzioni economiche contro la Corea del Nord, parlando di un “attacco alla libertà di espressione”: in quel periodo, infatti, la Sony Pictures stava distribuendo “The Interview”, il film di Seth Rogen e James Franco la cui trama si concludeva con l’assassinio del leader nordcoreano. Ancora oggi autorevoli analisti ed esperti di cybersicurezza mettono in dubbio le capacità di hacking della Corea del Nord, e il suo coinvolgimento in quello che è stato definito “il peggiore attacco hacker mai avvenuto su suolo americano”. 

Da una parte, l’assenza di prove inconfutabili sul fatto che ci sia Kim Jong-un dietro l’omicidio del fratellastro, giustifica e amplifica in qualche modo il messaggio di propaganda della Corea del Nord: Kim In-ryong, vice-ambasciatore nordcoreano alle Nazioni Unite, durante una conferenza stampa a New York ha detto ai giornalisti che Washington e Seul accusano Pyongyang di aver usato il nervino senza avere le prove, e con il preciso scopo di screditare e “far crollare il sistema sociale nordcoreano”. Ma gli ultimi test missilistici, oltre al possibile utilizzo di un gas nervino in un aeroporto internazionale, stanno erodendo il rapporto diplomatico della Corea del Nord anche con i suoi più tradizionali sostenitori. Prima di tutto, quello con la Malaysia: le autorità di Kuala Lumpur non hanno gradito l’eccessiva ingerenza dell’ambasciatore nordcoreano nelle indagini sull’omicidio di Kim Jong-nam. Lo showdown tra i due paesi ha portato alla chiusura delle rispettive ambasciate e l’espulsione dei cittadini nordcoreani in Malaysia e il divieto di “lasciare il paese” dei cittadini malay in Corea del Nord.

Ma anche il rapporto di Pyongyang con Pechino sembra ormai arrivato a un punto di non ritorno. In questo caso, la relazione si muove su due piani: il primo, quello politico, dove la Cina concorda con l’America e con il Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla necessità di fermare il programma missilistico e nucleare nordcoreano. Sul piano del business, però, il volume d’affari tra Pechino e Pyongyang è in costante aumento sin dal 2009, e per questo motivo la Cina sa di essere investita di una notevole responsabilità da parte della comunità internazionale. Il viaggio del segretario di Stato della nuova Amministrazione Trump, Rex Tillerson, potrebbe essere il preludio di un nuovo inizio. 

 
Giulia Pompili, giornalista de Il Foglio
 
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