Macron: i rischi di una maggioranza senza limiti

Domenica, 18 Giugno, 2017

Marina Valensise

Emmanuel Macron ha vinto in Francia le presidenziali, ha stravinto le legislative, ma adesso forse deve prepararsi al peggio. Il primo partito politico, infatti, non è il suo. Non è La République en marche, nata da una costola del movimento antisistema En Marche, fondato dal giovane ex ministro dell’Economia del governo Hollande meno di un anno fa, col concorso di una schiera di giovani specialisti e di una squadra di fuoriclasse pronti a tutto pur di superare l’antagonismo tra destra e sinistra e rifondare la politica dandole nuove ambizioni europee. Il primo partito in Francia è il partito dell’astensione, dei cittadini delusi dal voto radicale per l’estrema destra e per l’estrema sinistra. È il partito degli elettori penalizzati dal sistema maggioritario uninominale a doppio turno, che regala la maggioranza assoluta anche a chi ha ottenuto appena il 30 per cento dei suffragi. Dunque è il partito che raccoglie gli esclusi dall’opposizione in parlamento, i quali, adesso, potrebbero anche farsi tentare dall’estremismo e trascinare la battaglia politica fuori le mura dell’Assemblea nazionale, per portarla direttamente nelle piazze, per le strade, dentro i media.

Il presidente Macron e il suo primo ministro Edouard Philippe, un ex socialista della scuola di Michel Rocard, passato poi alla guardia pretoria del liberale Alain Juppé, ne son ben consapevoli. Prudente, coraggioso, pragmatico Macron e il suo premier hanno già annunciato l’agenda riformatrice del governo, e hanno già promesso che legifereranno per decreto. Pur avendo conquistato la maggioranza assoluta in parlamento, con numeri mai registrati prima nella Quinta repubblica, Macron e Philippe hanno subito iniziato a lanciare una loro pedagogia civica, usando formule chiare e persuasive per convincere i francesi dell’urgenza delle riforme, della necessità dei singoli interventi, e delle tappe da percorre per realizzarli speditamente. Ma sanno benissimo che, pur essendo aureolati da successo e fortuna, potrebbero trovarsi di fronte una forma inedita di ostruzionismo.

E infatti, il capo della France insoumise, Jean Luc Mélenchon, magari al solo fine di mobilitare le truppe e evitare l’astensionismo, ha già promesso da parte sua una battaglia dura e pura contro la riforma del lavoro, che assegna un ruolo di primo piano e larga autonomia negoziale alle imprese e alle imprese per branca, sottraendole così alla concertazione prevista dal contratto nazionale del lavoro. E d’altra parte, per assistere al ritorno della violenza in piazza, non è stato nemmeno necessario conoscere l’esito del voto, peraltro scontato, del secondo turno delle legislative: tre giorni prima del voto, l’ex candidata sindaca di Parigi, Natalie Kosciusko Morizet, esponente della destra tradizionalista, in lizza per un seggio parlamentare fra i ranghi Républicains, e in balia di non poche difficoltà, visto che il candidato di En Marche ne minacciava la rielezione con un distacco di quasi 20 punti in percentuale, è finita in ospedale, vittima di violenza politica, dopo esser stata colpita e caduta a terra svenuta fra i banchi del mercato in Place Maubert, in pieno centro di Parigi, per l’aggressione di un facinoroso che ha alzato le mani al grido di “abbasso i bobos”, i borghesi bohémien, di cui la signora, diplomata al Politecnico, già ministro dell’Ecologia, amazzone provetta e figlia di una famiglia di illustri notabili, doveva essere ai suoi occhi la perfetta incarnazione.

Primo segno inquietante del malumore e del disagio sociale, che rischia di dare filo da torcere al neopresidente Macron e alla sua squadra di governo, fiaccandone l’entusiasmo. Macron infatti ha vinto la scommessa di rifondare la vita politica, sulla base del nuovo, della novità, del vento di giovinezza che ha portato nella vita pubblica francese, travolgendo in pochi mesi i pilastri tradizionali della Quinta repubblica, e cioè i socialisti, ridotti ormai alla porzione congrua come effetto della mediocrissima presidenza “normale” di François Hollande, e dei gollisti, dilaniati da lotte intestine e funestati da un candidato squalificato per difetto di irreprensibilità.

Sin dall’inizio, Macron ha dimostrato doti non comuni, o di sicuro superiori a quelle dei suoi avversari, in fatto di coraggio, lungimiranza, e senso delle circostanze, che gli antichi greci raffiguravano come dio Kairos, giovane, alato, con un ciuffo di capelli sulla fronte, e la nuca calva. Riuscirà dunque Marcon a mantenere queste doti nell’arte del governo? Esercitare il potere è cosa ben diversa dal conquistarlo, e noi italiani, lettori di Machiavelli, sappiamo sin dai banchi del liceo che tanto più facilmente si conquista il potere, tanto più ci si espone a perderlo. Certo, dalla sua, oltre al coraggio e la determinazione, Macron ha l’energia, la capacità negoziale, una squadra a prova di bomba e l’empatia naturale che l’aiuta a trasformare una situazione di svantaggio in un dato a suo favore. Resta il fatto però, che a fronte della maggioranza inedita di proporzioni straordinarie, potrebbe essere tentato di forzare il consenso, abusandone e abusando del potere. Da liberale, aperto al pragmatismo e alla sperimentazione, potrebbe addirittura trasformarsi in liberale autoritario, riproponendo una riedizione in chiave ultra contemporanea dell’impero liberale teorizzato da Emile Ollivier per Napoleone III. Non per niente i conservatori e i sovranisti delusi hanno già iniziato a mettere le avanti, e scalpitano per l’epurazione nei media, per il microfono spento a Natasha Polony. Ma per il momento nessuno può dire se sia un normale avvicendamento di vedette, o l’indice già di per sé allarmante di un’incipiente censura.

 

Marina Valensise, Il Foglio

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