Missione in Libia: l'intervento militare e i suoi rischi

Mercoledì, 24 Febbraio, 2016

Claudio Bertolotti

A fronte di una riduzione del numero di foreign fighters jihadisti dello Stato Islamico (IS/Daesh) in Siria e Iraq, vi sarebbe un parallelo aumento del fenomeno in Libia, dove si stima vi siano circa 5-8.000 unità.

In tale quadro, l’Italia si è dichiarata pronta a guidare una missione militare in Libia insieme ad altri principali attori, quali Francia, Regno Unito e Stati Uniti, pronti a intervenire in maniera significativa benché con limitato impegno di uomini sul terreno.

L'entità del potenziale impegno militare non è stato reso pubblico, ma si parla di circa 6.000 uomini; non sufficienti per la condotta di un’operazione risolutiva, ma adeguati a garantire:
- messa in sicurezza delle infrastrutture strategiche in Libia,
- condotta di operazioni speciali,
- supporto al controllo dei confini marittimi e
- supporto alle forze di sicurezza libiche (quali siano è ancora un’incognita).

 

Due ipotesi di intervento

Ipotesi 1Intesa tra le parti (Tobruk e Tripoli) e riconoscimento del Governo di Accordo Nazionale (GNA – Government of National Accord, guidato da Fayez al-Sarraj), quale prerequisito per un legittimo intervento militare internazionale.
In questo caso l’azione aerea (bombardamenti mirati) aprirebbe la prima fase dell’intervento, a cui seguirebbe la seconda con l’invio di truppe di terra. L’Italia potrebbe rivestire un ruolo rilevante, almeno sul piano formale, con conseguenti vantaggi sul piano delle Relazioni internazionali e della tutela dei propri interessi in Libia.

Ipotesi 2. Stallo negoziale tra le due parti. In questo caso, l’intervento diretto di alcuni attori forti attraverso il bombardamento – già avviato da Stati Uniti e  Francia –, dovrebbe indurre i due governi ad accelerare la formalizzazione dell'accordo tra le due parti. Inoltre, l’Italia si limiterebbe a fornire le basi aeree, logistiche e ad effettuare simboliche azioni di ricognizione (oltre all'impiego delle forze speciali per la tutela degli obiettivi di interesse nazionale) ma non rivestirebbe un ruolo significativo, né nella fase di pianificazione e condotta, né in quella di guida della missione; ruolo che potrebbe ricoprire in un secondo momento ma con un limitato ritorno di immagine sul piano internazionale.

 

Quale la tipologia delle unità operative?

Convenzionali e per operazioni speciali. Gli 'alleati' sono pronti per un’ampia operazione militare che preveda un contemporaneo impegno delle forze di sicurezza libiche e azioni di bombardamento aereo; mentre unità di forze speciali britanniche, francesi, statunitensi e italiane sono già presenti da tempo in area di operazioni e ulteriori unità convenzionali sono in attesa del via formale all’operazione.

Il contributo militare italiano:
- Distaccamenti di forze speciali dell’Esercito (Reggimento incursori “Col Moschin”, Reggimento acquisizione obiettivi) e della Marina Militare (Comsubin) – in coordinamento con gli assetti dell'Aise1. Unità, già schierate e operative in Libia, impegnate in attività di acquisizione obiettivi, intelligence. On the field.
- Unità convenzionali a livello di Grande unità (brigata); ready-to-go.
- Un comando della missione a livello di Divisione; da questo potrebbero dipendere – sul piano formale – le unità dei paesi contribuenti alla missione; ready-to-go.
- Componente aerea e navale. Ready-to-go e on the field.
Usa, Regno Unito e Francia hanno già operative sul terreno unità di forze speciali e componenti terrestre, aerea e navale pronte a intervenire (ready to go).

Al momento esisterebbe un'attività di coordinamento minima funzionale, ma porre sotto il comando italiano gli altri contingenti alleati è un fattore critico, ma non primario ai fini della missione stessa.

 

Il ruolo di EuNavForMed2

È operativa, nelle acque internazionali davanti alla costa libica, la missione navale europea a guida italiana EuNavFor Med - Operazione “Sophia”3 (Fase 2) – finalizzata al contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo4 – che schiera sedici tra unità navali e aeree5.

Attualmente, a causa della precaria situazione politica, si è in attesa del passaggio dalla Fase 2A (condotta delle operazioni in acque internazionali) alla Fase 2B (operazioni all'interno delle acque territoriali libiche) in previsione del successivo dispiegamento della missione all'interno del territorio libico (onshore, Fase 3); tale passaggio, che prevede la richiesta formale di intervento (“invito”) da parte del GNA libico6, è stato raccomandato e formalmente richiesto alla fine di gennaio dal comandante di EuNavFor Med, ammiraglio Enrico Credendino.

Il possibile futuro ruolo di EuNavFor MedOp. Sophia?  La missione europea a guida italiana potrebbe, nelle intenzioni del governo italiano, contribuire alla formazione e al supporto della Marina militare libica e della Guardia costiera; ciò al fine di attribuire, in primo luogo, un ruolo significativo all'Italia nel processo di stabilizzazione della Libia e, in secondo luogo, di garantire ai libici un'adeguata capacità di controllo delle proprie frontiere marittime.

Il passaggio dalla Fase 2A alla 2B richiede l'aumento degli asset a disposizione di EuNavFor Med – Op. Sophia, in particolare per la force protection e per la condotta delle operazioni (il che significa maggiore sforzo operativo e maggiori costi).

Il Passaggio dalla Fase 2B alla fase 3 necessita di capacità intelligence, al momento garantita dalla presenza di specifiche unità sul terreno, e ulteriori asset operativi.

 

Quali le incognite in grado di influire sull'intervento in Libia?

In sintesi:
- Riconoscimento di un governo nazionale;
- Decisioni del generale Khalifa Haftar (capo delle forze armate di Tobruk) e dei suoi supporter esterni (Egitto e Francia in primo luogo);
- Reazione e presa di posizione delle milizie collegate ai due governi (in particolare le milizie della Tripolitania);
- Decisioni unilaterali degli attori esterni e assenza di coordinamento per la condotta di operazioni su territorio libico7;
Capacità di reazione di IS/Daesh e ruolo degli altri movimenti jihadisti del Sahel, del Nord Africa e di Boko-Haram.

 

Quali i rischi e le conseguenze di un possibile intervento in Libia?

Un fattore da tenere in considerazione è il rischio di frammentazione dei due fronti (Tripoli e Tobruk) con conseguente ri-polarizzazione su posizioni non conciliabili.

Un altro fattore è rappresentato dal ruolo attrattivo di IS/Daesh che, in caso di intervento militare Occidentale, insisterebbe sul confronto ideologico e porterebbe altre sigle jihadiste a unirsi sotto l'insegna dello Stato islamico contro l’invasione delle potenze occidentali(Occidente Vs Islam). Da ciò deriverebbe un ulteriore aumento di  organici e di capacità di operare e mantenere il controllo del territorio e dei traffici illeciti; ciò porterebbe all'allargamento e all'intensificazione del conflitto.

Inoltre, la flessibilità della guerra: simmetrica nella prima parte del conflitto (schieramento e avvio delle operazioni) e asimmetrica nei suoi sviluppi successivi (attacchi suicidi, autobombe, Ied- ordigni esplosivi improvvisati, ecc.., con rischio di pantano tipo Afghanistan e Iraq). Lo strumento militare internazionale si troverebbe così a operare contro un nemico particolarmente accanito che, per la sua stessa natura, non potrà essere coinvolto in alcun processo negoziale, ma che dovrà essere eliminato attraverso il confronto sul campo di battaglia.

Infine, il coinvolgimento diretto di paesi dell'area nord-africana, che sono potenzialmente a rischio di attenzione da parte del “nuovo terrorismo insurrezionale”8 rappresentato da IS/Daesh, può essere svantaggioso per questi; il riferimento va alla Tunisia (già caratterizzata da significativi indicatori di insicurezza e diffuso disagio sociale, ma anche all’Algeria e all’Egitto) e ai rischi derivanti dall’eventualità di un supporto all’operazione militare o alla concessione di basi operative da parte dei paesi che sosterrebbero l’iniziativa.

L’Italia si è dichiarata pronta a prendere il comando delle operazioni, ma è necessario che il ruolo di combattimento venga demandato alle forze libiche sostenute, addestrate e ‘consigliate’ da quelle internazionali sulla base del principio SFA (Security Forces Assistance), in linea con quanto già avviene in altri teatri di guerra, dall’Afghanistan al Kurdistan: train, assist e advise. In caso contrario (coinvolgimento diretto nel combattimento) le conseguenze dell'impegno militare sarebbero disastrose.

Si impone la definizione di:
1.In primis, un chiaro end-state – contrariamente a quanto avvenuto per le guerre in Afghanistan e in Iraq – che espliciti l’obiettivo da raggiungere (contenimento di IS/Daesh, Security Force Assistance, State-Building, tutela degli interessi nazionali, ecc.). Un obiettivo che deve comprendere la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la tutela degli investimenti nazionali, il controllo del traffico di esseri umani attraverso la Libia, la sicurezza navale del Mediterraneo;
2. Gli strumenti per raggiungerlo, attraverso uno sforzo congiunto politico-militare e un contingente di truppe adeguato sin dal primo momento, in quantità e in qualità, che non potrà limitarsi a poche migliaia di soldati;
3. Un definito ruolo di supporto delle forze di sicurezza internazionali (che non devono essere coinvolte nel combattimento diretto contro IS/Daesh);
4. Ruolo e coinvolgimento dei paesi partner e delle organizzazioni internazionali e regionali;
5.Tempi e costi di un’operazione che, nelle premesse, rischia (e forse necessita) di essere di medio-lungo periodo con conseguente aumento nei costi di gestione;
6.Strategia comunicativa che sia in grado di far accettare dall’opinione pubblica l’idea della partecipazione italiana a una missione pericolosa e di lunga durata;
7.Rischio di azioni terroristiche di rappresaglia su territorio italiano, in conseguenza del ruolo assunto in Libia.
8.Infine, il rischio calcolato: il numero di morti che gli Stati europei – e dunque l’Italia – saranno disposti ad accettare (i soldati occidentali saranno obiettivo primario di IS/Daesh). Nello specifico, le perdite sul campo di battaglia e quelle derivanti dall'esposizione all’uranio impoverito che è stato utilizzato in Libia nel 2011, e che verrà ampiamente utilizzato durante tutta la prima fase dell’operazione attraverso i bombardamenti aerei e navali9.

Claudio Bertolotti, Ph.D, è Analista strategico indipendente, docente di 'Analisi d'area', Subject Matter Expert per la NATO e ricercatore italiano per la ‘5+5 Defense Initiative 2015’.


1. Agenzia informazioni e sicurezza esterna della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

2. European Union military operation in the southern Central Mediterranean.

3. All’operazione contribuiscono 22 nazioni europee (Italia, Belgio, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Regno Unito, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria). Fonte Ministero della Difesa.

4. Totale del traffico registrato  nel 2015 dalle missioni Frontex e EunavFor Med – Op. Sophia pari a 929.000 unità

5. Tra queste: la portaerei italiana 'Cavour', quattro fregate (Francia, Regno Unito, Spagna, Germania) e una nave appoggio tedesca.

6. In aderenza con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, UNSCR 2259(2015), tuttavia non sufficiente per consentire di operare all'interno delle acque territoriali libiche.

7. Oltre ai primi bombardamenti effettuati dalla Francia nel mese di gennaio e di febbraio, in coordinamento con Usa e Regno Unito ma non con l’Italia, le forze speciali dell'esercito francese – così come quelle degli altri paesi (Regno Unito, Italia e Stati Uniti in particolare) – sono già operative in Libia; sarebbe confermato lo schieramento delle unità francesi presso la base aerea di Benina (Bengasi) a sostegno dell'esercito del generale Khalifa Haftar. Risulterebbe, inoltre, l'istituzione di una cabina di regia congiunta solo tra le forze armate francesi e quelle di Haftar, al momento impegnate in una vasta offensiva contro le milizie islamiche.

8. C. Bertolotti, NIT: il ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, ISPI Analisi n.292, ISPI, Milano, dicembre 2015, in www.ispionline.it.

9. Al momento sarebbero già presenti da 2 a 280 tonnellate di uranio impoverito disperse sul suolo; si veda G. Drogo, In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito, L'Indro, 3 febbraio 2016, in www.lindro.it; e M. Zucchetti, Missili Cruise all’uranio impoverito sulla Libia. Un primo studio di impatto ambientale e sulla salute, Arianna Editrice, 2011, in www.ariannaeditrice.it.