Nella Francia di Macron, quale ruolo per il Parlamento?

Domenica, 18 Giugno, 2017

Luigi Gianniti

In un suo saggio apparso nel 2011 su "Esprit" (la rivista fondata da Emmanuel Mounier), Emmanuel Macron scriveva "agir politiquement n'a aujourd'hui plus le même sens qu'il y a trente ans. Cela implique de coordonner des compétences diverses, des acteurs épars, de naviguer entre des communautés multiples (les citoyens, les associations, les savants, les entreprises, etc), souvent sous la pression médiatique qui impose une quasi-trasparence, en temps réel, de la décision"

E la risposta non può essere la "myopie de l'urgence et du temps court qui conduit la politique à réagir" plutôt que construire une action articulée".

"L'urgenza è diventata il teatro preferito del politico" ha ricordato Macron lo scorso anno nel libro con cui ha lanciato il suo movimento (Révolution); "ai governi della motivazione e dei tempi lunghi si sono sostituiti i governi del tweet e della velocità". Oggi invece più che "produrre comunicazione" occorre comunicare con chiarezza e "saper spiegare".

I risultati delle elezioni legislative attribuiscono al Presidente un ampio spazio di manovra per poter sviluppare il proprio programma, senza dover subire la pressione dell'urgenza.

Quale sarà ora il ruolo del Parlamento? L'Assemblea Nazionale diventerà la sede di dibattiti costruttivi capaci di valorizzare le competenze dei nuovi parlamentari o prevarrà la frustrazione di fronte a scelte politiche presentate come pacchetti chiusi dal Governo?

Le riforme introdotte nel 2008 alla Costituzione hanno allentato i lacci, voluti da De Gaulle, che avevano finito per limitare fortemente lo spazio di manovra del Parlamento della 5° Repubblica. L'ampio rinnovo, la presenza a tempo pieno dei parlamentari a Palais Bourbon, il fatto che la maggioranza degli eletti appartenga a un movimento che non si è ancora strutturato in un partito organizzato e radicato, possono essere altrettante opportunità.

Certo, questa nuova e ampia maggioranza presidenziale potrebbe essere lo strumento di una "presidenza monarchica", ben più gaullista delle tre che l'hanno preceduta. La profonda consapevolezza delle grandi divisioni della società francese, della necessità di costruire consenso, di ritessere le fila di un corpo sociale profondamente diviso (fotografato nell'esito del primo turno delle presidenziali; l'elezione più partecipata) per portarlo tutto ad accettare e condividere un programma di riforme ampio, potrebbe indurre invece il Presidente e il suo Governo ad attribuire al nuovo Parlamento un ruolo centrale, quale luogo ove ponderare gli effetti delle grandi scelte di sistema sulla vita della Nazione, e le sue prospettive nel lungo periodo.

Da questo punto di vista, quello che appare un problema - l'inevitabile lentezza delle procedure parlamentari - potrebbe risolversi anche in una virtù. Scriveva sempre su Esprit nel 2011 Macron: "L'action politique nécessite l'animation permanente du débat. Le théȃtre de la décision ne peut être l'énoncé d'un programme électoral qui sera ensuite débattu - de manière accessoire et pré-écrite - pour être appliqué verticalement. L'action politique est continue et le débat participe de l'action. C'est la double vertu du parlementarisme et de la démocratie sociale que notre République a encore trop souvent tendance à négliger".

Con questo elogio della mediazione della rappresentanza come strumento migliore per far emergere l'interesse generale Macron, citando espressamente un passaggio della filosofia del diritto di Hegel, chiudeva allora (nel 2011) il suo saggio.

Il numero e l'ampiezza degli incontri con i rappresentanti delle parti sociali intrapresi dal nuovo governo per la riforma del diritto del lavoro sembrano riflettere, nell'azione del nuovo Presidente, le convinzioni dello studioso. Proprio questa  riforma sarà però, secondo le intenzioni del Governo, approvata con lo strumento dell'ordinanza, in tempi stretti dunque, che impediranno un ampio dibattito parlamentare; il che è giustificabile se la riforma sarà il prodotto, come sembra, di un vero confronto con le parti sociali. Sarà così anche per le altre riforme che il Presidente ha promesso nel corso della campagna elettorale?

Certo, l'elevata astensione e l'effetto del sistema maggioritario, "le fait majoritaire", parrebbero ridurre la capacità rappresentativa della nuova Assemblea Nazionale. Di contro, i numeri così ampi della maggioranza presidenziale, che rende sicura l'opera del governo, e la novità (l'età, la formazione politica e culturale) degli eletti potrebbero invece permettere al nuovo Governo di lasciare al Parlamento spazio per costruire mediazioni originali nella definizione della legislazione, dando un contributo autonomo alla elaborazione (e alla successiva valutazione) delle politiche pubbliche. Uno spazio in fondo riconosciuto al Parlamento dallo stesso De Gaulle per il quale al Capo dello Stato spetta "accorder l'intêret général quant au choix des hommes, avec l'orientation qui se degage du Parlement".

Macron nel suo saggio del 2011 segnalava che  "loin du pouvoir charismatique et de la crispation césariste de la rencontre entre un homme et son peuple, ce sont les éléments de reconstruction de la responsabilité et de l'action politique qui pourraient être utilement rebȃtis".

E poi continuava: "la décision politique ne peut plus avoir locuteur unique. Parce que l'action est complexe et le terrain d'application multiple, elle doit se discuter, s'amender, se corriger, se décliner au niveau le plus adapté. Tel est le but de ces chambres de décantation qui n'ont pas à être médiatiques mais sont les instances mêmes d'émergence de l'intérêt général".

In fondo, potrebbe convenire al Presidente, alla conservazione del suo carisma, non essere un locuteur unique, in un paese comunque diviso e  attraversato da forti tensioni, e mantenere piuttosto quel ruolo di "arbitre au-dessus des contingences politiques" disegnato dal generale De Gaulle. Un ruolo usurato dalla pratica del quinquennato, segnata anche da una sovraesposizione mediatica del Capo dello Stato nella gestione giornaliera delle politiche.

Potrebbe convenire al nuovo Presidente quindi lasciare al Parlamento quel ruolo che, da commentatore e studioso, lui stesso aveva immaginato nel 2011. Un Parlamento capace di essere Camera di decantazione non mediatica, luogo naturale di emersione dell'interesse generale.

I nuovi eletti saranno all'altezza di questa sfida?  E sapranno cogliere l'opportunità che l'allievo di Paul Ricoeur potrebbe fornire loro? E soprattutto, ci sarà questa opportunità, questo spazio, o prevarrà sempre l'esigenza di far passare velocemente le riforme (a partire da quella del mercato del lavoro) contando su una maggioranza parlamentare ampia di eletti che devono tutto al nuovo Presidente? Lo si capirà anche dalle prime scelte del nuovo Parlamento, dalla qualità di chi sarà chiamato a presiedere l'Assemblea Nazionale, le sue commissioni parlamentari e di chi presiederà infine il gruppo (o i gruppi) di maggioranza.

 

Luigi Gianniti, consigliere parlamentare, già capo di Gabinetto del Ministro per gli Affari europei, insegna diritto parlamentare presso il Dipartimento di Scienze politiche dell'Università Roma Tre

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