Pakistan: nuovi politici per superare i vecchi problemi con l'India

Venerdì, 10 Maggio, 2013

Antonio Armellini

Le prossime elezioni in Pakistan saranno le prime in cui un governo democratico cederà il passo a un altro deciso dall’esito delle urne e non da un colpo di stato militare. Che la qualità dei leader politici rimanga bassa, e il livello di corruzione altissimo, non è privo d’importanza e potrebbe oscurare le prospettive di graduale consolidamento del processo democratico, pronosticato forse con troppo entusiasmo dall’Economist.

Il Pakistan ha assunto molte delle caratteristiche del failed state nell’indifferenza – e forse di più – di una casta militare che ne ha assunto il controllo non appena l’immagine laica e tollerante di Jinnah ha cominciato a sbiadire. Sino ai primi anni Sessanta il suo tasso di crescita era rimasto decisamente al di sopra di quello indiano; la tendenza si è ben presto invertita e il differenziale si è fatto oggi incolmabile. Le ragioni di tutto ciò sono molteplici, ma su tutte ne domina una, e si chiama India.

Tre guerre e mezzo perdute hanno paradossalmente aumentato l’influenza delle Forze armate. India e Pakistan sono entrambe potenze nucleari e sono le uniche ad aver considerato concretamente – e non già al livello delle analisi strategiche come per il MAD all’epoca del confronto fra i due blocchi – l’ipotesi di uno scambio atomico per risolvere un conflitto territoriale tutto sommato secondario. La minaccia dell’espansionismo indiano costituisce una leva fondamentale per il mantenimento del controllo dei militari sulla società: esso è frutto della disinformazione a volte sorprendente di un’opinione pubblica la quale – fatte le solite, isolate eccezioni – vede in essi l’unico baluardo contro l’aggressione sempre temuta e li accetta come garanti della sopravvivenza del paese.

Il Pakistan – “ la terra di tutti i musulmani” – rimane una costruzione artificiale dall’identità debole. Il Punjab è stato da sempre la culla multietnica e multireligiosa del Sub-Continente indiano: dal suo territorio sono passati tutti gli invasori, a partire da Alessandro, e vi hanno lasciato tracce durature. La sua divisione in entità separate, decisa improvvidamente da chi non vedeva l’ora di andarsene, ha distrutto l’unità di una delle aree più culturalmente fertili della vecchia India, provocando migrazioni forzose la cui entità – e le cui vittime – restano ancor oggi celate dalla vergogna dei protagonisti da entrambe le parti. Per l’India si è trattato di una ferita gravissima ma rimarginabile, proprio in forza di un senso d’identità nazionale condiviso. Per il Pakistan invece, si è trattato di costruire dal nulla un’identità in un territorio di cui la componente musulmana aveva costituito solo un elemento, installandovi una popolazione il cui unico tratto comune era quello della religione ma che per la stragrande maggioranza apparteneva ad altri luoghi, tradizioni, lingue e costumi.  

La “minaccia indiana” è stata il collante di questa identità costruita. Il paese ha trovato una sua ragione d’essere in quanto “paese contro”: contro le mire, il revanscismo, l’intolleranza del grande vicino, e pazienza se almeno in parte si trattava di minacce immaginarie. L’India ha risposto alimentando un’idea di separatezza che faceva a sua volta a pugni con la storia. Indusimo e Islam sono componenti inscindibili: senza i mughal l’India non sarebbe diventata quello che è e i tesori del Rajasthan, così amati dai turisti occidentali, sarebbero solo sabbia. In quanto “paese contro”, la difesa dall’aggressore costituisce una necessità irrinunciabile e un’esigenza primaria. E così due paesi che avrebbero tutto da guadagnare dall’aprirsi vicendevolmente, si sono condannati a un confronto ostile che danneggia entrambi, ma che per il partner più debole pakistano è ancora più oneroso.

Solo i militari possono modificare questo stato di cose: certo il Kashmir costituisce una ferita purulenta, certo le complicità dell’ ISI pakistano con il terrorismo in India sono perniciose, ma tutto potrebbe essere negoziato. Le diplomazie riattivano a intervalli regolari il composite dialogue che dovrebbe servire ad allargare le maglie della reciproca comprensione; ottengono qualche risultato, come è avvenuto negli ultimi anni, ma le leve vere sono altrove. I militari non le cederanno sino a quando si sentiranno rassicurati della permanenza del loro potere. O sino a quando qualcuno non li forzerà a muovere partendo dal loro interno. Cosa che fece Musharraf, con una serie di mosse spregiudicate che avevano, con ogni probabilità, anche l’obiettivo di spiazzare la casta militare assoggettandola al suo controllo. All’epoca la cosa non venne compresa appieno da New Delhi, trattenuta da esitazioni interne che Manmohan Singh non riuscì a controllare, e l’occasione sfumò. 

Il Pakistan dovrebbe imparare a guardare meno ossessivamente alla minaccia alle sue frontiere orientali, per trovare verso l’area centro-asiatica e mediorientale una giustificazione politica della sua identità di paese non più “contro”, bensì parte attiva di una koiné islamica moderata. In tale processo dovrebbe guardarsi dalle suggestioni di una deriva fondamentalista che potrebbe ucciderlo nella culla – e in qualche modo ci sta seriamente provando – così come dovrebbe ridefinire le aree d’influenza con l’India, a partire dall’Afghanistan. Una simile impostazione potrebbe essere importante per tagliare l’erba sotto i piedi dei militari e rafforzare la democrazia, impedendo a essi di continuare nel pericoloso gioco di complicità con il terrorismo eversivo. Il probabile vincitore Nawaz Sharif sarà chiamato fra qualche mese ad affrontare il problema della successione dell’attuale capo di Stato Maggiore Kayani, rivelatosi sin qui tetragono al negoziato, e si vedrà a quel punto quale sarà il grado di autonomia possibile: nessun governo civile potrà dirsi definitivamente sicuro, sino a quando non sarà riuscito a porre sotto controllo le mene dell’ISI.

La strada sarà comunque stretta e cambiare le cose richiederà del tempo. La generazione al potere nei due paesi porta con sé la memoria delle ferite della partition, vissute spesso in prima persona: Manmohan Singh e Musharraf sono nati in quello che oggi sono rispettivamente Pakistan e India. Toccherà probabilmente alla prossima generazione dei trenta-quarantenni – per la quale la partition sarà un ricordo lontano – il compito di mutare qualità e orientamento dell’identità nazionale pakistana. Aldilà delle incomprensioni fra istituzioni, i comportamenti a livello privato si muovono già su un piano diverso: negli incontri di cricket sacri a entrambi, le due comunità interagiscono senza problemi. Il tutto per ora lontano dai rispettivi confini nazionali e dalle costrizioni delle due propagande; il rinnovamento generazionale potrebbe alla fine risultare la carta vincente della pace nella regione.

* Antonio Armellini, già ambasciatore in India e Nepal.