Pakistan: con l'America una relazione “tossica”

Venerdì, 10 Maggio, 2013

Nicola Pedde

Le relazioni tra Stati Uniti e Pakistan, ufficialmente stabilite il 20 ottobre del 1947, due mesi dopo la separazione dall’India, sono sempre state caratterizzate da una forte componente militare, stante l’immediata e costante necessità di armamenti del giovane stato, che nel 1956 divenne una repubblica islamica. 

La natura del rapporto politico, economico e militare tra i due paesi, tuttavia, è stato soggetto sin dall’inizio a vistose oscillazioni, in modo particolare in conseguenza delle ripetute tensioni con l’India. Il Pakistan ha replicato nel tempo alle molteplici chiusure delle linee di credito e di rifornimento americane, avvicinandosi prima all’Unione Sovietica e poi all’Arabia Saudita. Pagando tuttavia il prezzo delle proprie scelte soprattutto in termini di crescita dell’islamismo radicale, e vedendo progressivamente crollare il ruolo dell’impalcatura militare che da sempre aveva costituito, bene o male, la principale componente di stabilità del sistema istituzionale locale. 

La crisi in Afghanistan e la deriva della sicurezza in Pakistan 

Da oltre dieci anni il Pakistan è piombato in una spirale di violenza mai sperimentata prima, con una forte connotazione di tipo confessionale, e con il risultato della perdita di controllo di vaste aree del paese, dove solo formalmente il governo centrale esercita il proprio ruolo e le proprie prerogative. 

Un crescente numero di pakistani individua negli Stati Uniti, e nella stretta alleanza a suo tempo stretta da Musharraf con i J.W. Bush, la ragione di questa deriva, e più in generale della crisi che attanaglia il paese. Prodotto dell’alleanza stretta tra i due paesi all’indomani degli attacchi dell’11 settembre, quando in cambio di aiuti economici diretti per circa 23 miliardi di dollari, il Pakistan ha di fatto ceduto parte della sua sovranità nella gestione della sempre più critica sicurezza interna e regionale. 

Sarebbe tuttavia intellettualmente disonesto attribuire l’intera responsabilità della deriva pakistana alla gestione americana, spesso spregiudicata, della sicurezza, soprattutto attraverso quella che la stampa ha soprannominato come “la guerra dei droni”. 

Washington ha utilizzato il Pakistan come avamposto logistico e operativo del conflitto in Afghanistan, senza tenere in alcuna considerazione i fragili equilibri politici e sociali del paese, ed esasperando in tal modo la reazione delle frange più estreme in conseguenza dei modi adottati nella gestione delle operazioni condotte contro le cellule talebane nel paese, o a ridosso del confine con l’Afghanistan. 

Nel progressivo deterioramento del rapporto tra i due paesi, gli Stati Uniti non hanno compreso quanto gravi sarebbero state le conseguenze in Pakistan, in termini di delegittimazione e perdita di credibilità delle istituzioni, della gestione in completa autonomia delle operazioni connesse alla cosiddetta “guerra al terrorismo”. Soprattutto quando questa ha iniziato a essere condotta attraverso operazioni aeree con UAV armati, provocando “danni collaterali” di crescente entità. 

D’altro canto, tuttavia, il Pakistan ha sempre adottato una politica estremamente ambigua nei confronti della minaccia jihadista e del fenomeno talebano in modo particolare. Ha combattuto senza esclusione di colpi le formazioni talebane con un dichiarato orientamento anti-pakistano, soprattutto nel Waziristan, alimentando al tempo stesso un poderoso sforzo logistico a favore di un sostegno occulto alle unità degli stessi talebani operanti in Afghanistan. Nell’intento di utilizzarli a proprio favore contro le cellule domestiche, ma in contraddizione con le direttive di collaborazione a suo tempo definite con gli Stati Uniti, che hanno in tal modo progressivamente perso la propria fiducia nell’ISI (il servizio segreto pakistano), operando sempre più spesso a sua insaputa. Come nel clamoroso caso dell’identificazione e nell’eliminazione di Osama bin Laden, a poche centinaia di metri dalla caserma che ospita ad Abbottabad l’accademia militare pakistana. 

Uno smacco che è stato mal digerito in ogni ambito della sempre più turbolenta società locale, che non ha tardato a definire il ruolo degli americani come palesemente contrario all’ordinamento locale e agli interessi del paese. 

Una relazione “tossica”, alimentata solo dal denaro 

Secondo Daniel Markey, ex funzionario del Dipartimento di Stato responsabile dell’Asia Meridionale, le relazioni tra USA e Pakistan sono da considerarsi come “tossiche”, nel senso della reciproca dannosità di un rapporto ormai deteriorato oltre il limite di ogni possibile ripresa.

E il giudizio è largamente condiviso in gran parte degli ambienti politici e istituzionali pakistani, anche se una revisione dell’attuale dimensione del rapporto appare difficile, almeno prima del termine ufficiale della missione ISAF in Afghanistan. 

Ma a impedire una consensuale risoluzione del sempre più difficoltoso rapporto, pesa come sempre la più banale e ipocrita delle ragioni. Il Pakistan non vuole, infatti, rinunciare ai 7,5 miliardi di dollari ulteriormente stanziati nel 2009 dagli Stati Uniti come fondo di supporto alla gestione della sicurezza e dei programmi quinquennali congiunti di lotta al terrorismo, reiterando a intervalli regolari il sostegno politico ai programmi congiunti con gli Stati Uniti. 

In tal modo, la relazione tra Pakistan e Stati Uniti viene dominata da una dinamica relazionale difficilmente scardinabile, sebbene connotata da una progressiva e reciproca perdita di fiducia. Che cristallizza il rapporto tra i due paesi, contribuendo tuttavia a incrementare il rischio di un’esplosione del sentimento anti-americano in fasce sempre più allargate della popolazione pakistana.

Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies