Pyongyang e Pechino: ci eravamo tanto amati

Giovedì, 16 Marzo, 2017

Antonio Fiori

Per decenni la Corea del Nord ha potuto contare sulla Cina in qualità di fedele alleato, malgrado il comportamento spesso provocatorio del regime dei Kim abbia messo a dura prova la pazienza di Pechino. Da qualche settimana a questa parte, però, questo rapporto potrebbe essersi incrinato definitivamente. La Cina, infatti, pare aver mal sopportato sia il ripetuto lancio di missili da parte di Pyongyang sia l’uccisione di Kim Jong-nam, fratellastro dell’attuale leader nordcoreano, avvenuta facendo ricorso al gas nervino. Molti suppongono, infatti, che Kim Jong Nam rappresentasse una sorta di jolly che Pechino avrebbe potuto usare nel caso il regime nordcoreano avesse avuto problemi di stabilità interna: ciò avrebbe consentito ai cinesi di fare delle pressioni volte a un cambiamento di leadership che determinasse una maggiore e più responsabile esposizione internazionale della Corea del Nord nonché l’inizio di un concreto percorso riformista.

In maniera del tutto inattesa l’agenzia di stampa nordcoreana ha pubblicato, sul finire di febbraio, una violentissima invettiva anti-cinese, accusando Pechino di “atteggiarsi a grande potenza” e di “danzare al ritmo degli Stati Uniti”. In risposta alle recenti restrizioni sulle importazioni dalla Corea del Nord imposte da Pechino – una mossa compiuta plausibilmente per convincere il vicino a rinunciare al proprio programma nucleare – Pyongyang ha risposto dichiarando come sia “puerile pensare che la Corea del Nord rinunci alle armi nucleari e ai missili intercontinentali a causa del taglio di alcuni spiccioli”.

Il carbone ha da sempre rappresentato una fonte di sostentamento sicuro per il regime nordcoreano, visto che la Cina era solita eccedere le quote stabilite dalle sanzioni delle Nazioni Unite nell’acquisto del fossile, facendole apparire come “assistenza umanitaria”. Nel Novembre del 2016, però, tale possibilità è stata annullata da una risoluzione delle Nazioni Unite e Pechino ha deciso di aderirvi. Per la Cina il blocco delle importazioni di carbone dalla Corea del Nord è scarsamente significativo: la Repubblica Popolare rappresenta sia il principale produttore sia il primo consumatore al mondo, e le quote di fossile provenienti da Pyongyang si limitano ad un mero 10 per cento del volume globale. La stagione più rigida, peraltro, sembra avviarsi alla fine in Cina e ciò ha spinto gli amministratori pubblici a porre una soglia alla produzione interna, così da limitare la produzione di surplus. È plausibile che Pechino possa avere già pagato a Pyongyang il prezzo pattuito per la fornitura di carbone avvenuta nei primi 50 giorni di quest’anno, ma non è ancora chiaro in quale misura il blocco cinese impatterà – in termini di mancati introiti – sulla Corea del Nord. 

Dopo qualche giorno, comunque, il vice ministro degli Esteri nordcoreano, Ri Kil Song, si è recato in visita a Pechino, dove ha incontrato i massimi esponenti della leadership cinese, incluso il ministro degli Esteri, Wang Yi. L’incontro, il primo in veste ufficiale dal giugno 2016, doveva servire per aprire un confronto sullo stato delle relazioni tra i due paesi così come sulle questioni regionali e internazionali di reciproco interesse. 

Sebbene non molto sia trapelato sui colloqui tra Ri e Wang, negli scorsi giorni il ministro degli Esteri cinese ha provato a mediare con gli Stati Uniti sulla questione nordcoreana, suggerendo la sospensione del programma nucleare e missilistico di Pyongyang in cambio della cessazione delle esercitazioni militari congiunte delle forze armate statunitensi e sudcoreane. L’alternativa alla ripresa di un colloquio, ha rilevato Wang, sarebbe una escalation che minerebbe la stabilità dell’intera regione. La proposta non è stata valutata positivamente dagli analisti, che l’hanno considerata come un déjà vu; ciò nonostante, il diverso contesto avrebbe potuto contribuire al rilancio di una antica idea. Il timing, peraltro, era positivo, considerata l’imminente prima visita del neo-segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson. Gli sforzi cinesi, tuttavia, sono stati immediatamente resi vani dal diniego offerto sia da Washington sia da Seul, le quali hanno entrambe ribadito la necessità di un atteggiamento più propositivo da parte di Pyongyang prima di procedere all’apertura di un nuovo tavolo negoziale. Durante la medesima conferenza Wang ha ribadito l’opposizione cinese al posizionamento del sistema antimissilistico Thaad in Corea del Sud, dichiarando come esso possa mettere a repentaglio la sicurezza militare cinese.

Sia gli americani sia i sudcoreani hanno risposto che ciò non risponde a verità e hanno suggerito ai cinesi di concentrare i propri interessi proprio sulla limitazione della minaccia nordcoreana. È ovvio che il sistema Thaad costituisca una seria minaccia ai rapporti tra Pechino e Seul, facendo così il gioco della Corea del Nord, senza peraltro impedirle di continuare a proliferare in ambito nucleare. 

Il rischio principale potrebbe essere rappresentato dalla possibilità che, nonostante la forte opposizione cinese al Thaad, la pressione statunitense possa in qualche misura convincere Pechino ad affrancarsi ancor più da Pyongyang. 


Antonio Fiori è professore associato di Storia e Istituzioni dell’Asia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna.


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