Un nuovo capitolo nei rapporti tra al-Qaeda e Stato islamico?

Venerdì, 4 Agosto, 2017

Ludovico Carlino

Archiviata la battaglia di Mosul, l’offensiva contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq sta per entrare nella sua seconda, e per certi versi decisiva, fase. Il progetto di governance dell’organizzazione guidata da Abu Bakr al-Baghdadi è oramai prossimo alla sua conclusione, con il Califfato privato di quella contiguità territoriale che permetteva al gruppo di spostare militanti tra Siria e Iraq e sfruttare lucrativi traffici illegali, con le unità della Syrian Democratic Force che stanno cingendo d’assedio Raqqa, capitale de facto del Califfato in terra siriana, e con le truppe dell’esercito Siriano sostenute dalle milizie sciite che continuano ad avanzare verso Deir al-Zour, ultimo e cruciale centro amministrativo ancora controllato dallo Stato Islamico.

La fine oramai certa dello stato califfale ripropone dunque importanti interrogativi circa una possibile ed ennesima alterazione dei futuri equilibri di forza tra le varie componenti del movimento jihadista, segnati negli ultimi quattro anni dalla rivalità tra i suoi poli principali, lo Stato Islamico e al-Qaeda, esacerbata proprio dalla proclamazione del Califfato nel giugno 2014. La questione del rapporto tra i due gruppi rappresenta una dinamica dalla lettura complessa, legata a doppio filo a questioni puramente ideologiche (identificabili per semplicità nelle modalità con le quali arrivare alla proclamazione di uno Stato islamico e la direzione strategica del Jihad) e considerazioni prettamente opportunistiche. Il riflesso di questa complessità è di fatto riscontrabile in diverse aree del mondo arabo-islamico nelle quali i due gruppi operano parallelamente, in modo particolare Afghanistan e Yemen, dove a fasi di tacita tregua si sono alternate altre di aperta ostilità o addirittura cooperazione. Nel contesto siriano la provincia nord-occidentale di Idlib, attuale roccaforte della militanza sunnita anti-Assad, rappresenta per certi versi un microcosmo di tale dinamica. Ad Idlib, Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) (l’ultima sigla adottata da Jabhat al-Nusra, l’affiliato siriano di al-Qaeda che nel luglio 2016 ha annunciato di aver tagliato i legami con l’organizzazione madre, ma che nei fatti continua a rappresentarne l’incarnazione in terra siriana) è impegnata da circa due mesi nel consolidare la sua posizione dominante a discapito di altre formazioni rivali, in primis Ahrar al-Sham (gruppo islamista militante sostenuto dalla Turchia). Il giro di vite di HTS non ha risparmiato lo Stato Islamico, con circa 150 militanti del gruppo arrestati a metà luglio tra le città di Sarmeen, Dana e Idlib e parte di quello che HTS ha definito come il “network clandestino” dello Stato Islamico nella provincia. La risposta di quest’ultimo non si è fatta tuttavia attendere, e il 12 luglio un’autobomba ha preso di mira il quartier generale di HTS ad Idlib, causando la morte di 12 militanti e il ferimento di altri 40. HTS ha motivato gli arresti accusando lo Stato Islamico di aver perpetrato da gennaio diversi attacchi contro i propri militanti. Fonti siriane hanno tuttavia rilevato come sia stato l’arrivo nella provincia di Idlib di centinaia di militanti del gruppo in fuga da Mosul e Raqqa a spingere HTS ad agire.

Se una parte di questi militanti ha mantenuto la propria affiliazione allo Stato Islamico, una porzione considerevole sarebbe pronta al contrario a combattere tra le fila di HTS, circostanza che ha reso evidente la tensione interna ad HTS tra una fazione che avrebbe chiesto l’esecuzione di tali combattenti (considerando la loro ideologia incompatibile con quella di HTS) ed un’altra che avrebbe proposto la creazione di campi di “riabilitazione” per militanti dello Stato Islamico, sottolineando le ripetute richieste ai mujaheddin da parte di Ayman al-Zawahiri, emiro di al-Qaeda, di superare le reciproche differenze e concentrarsi sulla lotta contro un nemico comune. Evidente in questo contesto specifico la tensione, spesso inconciliabile, tra la volontà di preservare una certa purezza ideologica e l’opportunismo dettato dalla possibilità di assimilare nei propri ranghi nuove leve, ma che esemplifica come i rapporti tra i due poli principali del movimento jihadista non siano affatto lineari ma al contrario spesso dettati dalle specificità della lotta armata, a prescindere da appelli all’unità o condanne per deviazione ideologica.

Una complessità che è destinata a persistere anche con la fine del Califfato, la quale non implica la sconfitta dello Stato Islamico, già alle prese con il ritorno alle sue radici di gruppo insurrezionale. In assenza di determinati fattori (come l’uccisione di Zawahiri o al-Baghadi, o di un clamoroso quanto improbabile passo indietro da parte della leadership dello Stato Islamico o la decisione di rispolverare l’idea un tempo paventata da ideologi jihadisti di creare un tribunale per mediare e far rientrare la disputa), il rapporto tra i due gruppi è dunque destinato a rimanere inalterato perlomeno a livello ufficiale. Ciò che la fine del Califfato potrebbe causare, al contrario, è un’ulteriore frammentazione della scena jihadista levantina, con l’emergere dell’ennesima formazione jihadista in grado di attirare quei combattenti disillusi dello Stato Islamico che continuano a guardare HTS con ostilità e quanti, tra HTS, vorrebbero in realtà tornare ad avere un legame più organico con al-Qaeda.

 

Ludovico Carlino, MENA Senior Analyst presso la società di consulenza londinese IHS Jane's Country Risk, @ludowizze