Venezuela: l’inizio della fine di Maduro

Mercoledì, 2 Novembre, 2016

Carlo Cauti

L’evidente indebolimento di Maduro non é il preludio alla fine del suo governo, ma può rappresentare la premessa ad un aumento della violenza e della repressione contro la popolazione.

Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato nelle principali città del Venezuela il 26 e 28 ottobre pretendendo l’uscita di scena del presidente Nicolás Maduro. Le proteste sono state scatenate dalla decisione del Consiglio nazionale elettorale (Cne), organo controllato dal governo bolivariano, di sospendere il referendum revocatorio del mandato presidenziale chiesto a gran voce dalle opposizioni. Il Cne ha giustificato la sua decisione sulla base di misure cautelari emesse da alcuni giudici di prima istanza in quattro stati (Apure, Aragua, Bolívar e Carabobo) nei confronti di supposte irregolarità nella raccolta delle firme necessarie per la convocazione del cosiddetto referendum revocatorio contro il presidente in carica.

I sondaggi di opinione indicano che oltre 2/3 dei venezuelani voterebbero per la fine del mandato del capo dello Stato e per la convocazione di nuove elezioni. Ciò deve aver spaventato il governo, che sta utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione per impedire il voto. Infatti, a causa di questa sospensione, non ci sarà tempo sufficiente per realizzare il referendum entro quest’anno. Secondo la Costituzione venezuelana, se il referendum fosse realizzato a gennaio 2017, quando il mandato de presidente avrà superato metà della sua durata, anche se la maggioranza degli elettori votasse per la sua revoca non verranno realizzate nuove elezioni ma la semplice sostituzione di Maduro con il suo vice presidente, Aristóbulo Istúriz, pasdaran chavista nominato dal capo dello Stato.

Le opposizioni hanno naturalmente reagito e lo scorso 20 ottobre l’Assemblea nazionale – dove i chavisti sono in forte minoranza – ha votato una risoluzione in cui ha denunciato la rottura dell’ordine costituzionale e l’esistenza un colpo di stato messo in atto dal regime di Maduro. Il giorno dopo, il palazzo dell’Assemblea è stato preso d’assalto da militanti chavisti, molti dei quali armati, senza che la polizia né le forze di sicurezza intervenissero per proteggere la struttura. Esasperate, le opposizioni sono scese in piazza, con le grandi manifestazioni del 26 e lo sciopero generale del 28. Una grande prova di forza politica, che ha resistito anche ai sabotaggi governativi e alle minacce da parte dell’esecutivo. Il vice presidente del Partido Socialista Unido de Venezuela (Psuv), Diosdado Cabello, aveva dichiarato che “non si permetteranno minacce del governo” e che “gli imprenditori aderenti allo sciopero avrebbero avuto le loro aziende nazionalizzate”.

Il 3 novembre è stata convocata una nuova marcia di protesta, questa volta in direzione del Palacio Miraflores, a Caracas, con l’obiettivo di consegnare a Maduro il documento votato dall’Assemblea nazionale. Si tratterebbe della prima manifestazione delle opposizioni davanti al palazzo ed improbabile che la Guardia nazionale bolivariana, pretoriani del presidente, permetta ai manifestanti di arrivare vicino alla sede del governo, territorio riservato solo ai militanti chavisti. “Se ci rubano il diritto di votare, passeremo ad un’altra tappa in Venezuela”, ha dichiarato pubblicamente Henrique Capriles, governatore dello stato di Miranda, dove è situata la capitale Caracas, e candidato delle opposizioni alla presidenza nelle ultime elezioni. 

Se dalle proteste di strada dovesse partire un’escalation di violenza superiore alla capacità di contenimento dell’apparato repressivo, il governo non riuscirà a resistere nel medio periodo. Tuttavia, a breve termine, ci sarà un aumento significativo della violenza. Il governo risponderà alle proteste come ha sempre fatto, ovvero con il pugno di ferro e con arresti arbitrari.

Il mandato di Maduro finirà all’inizio del 2019, ma è difficile immaginare come il governo riuscirà a sopravvivere fino a quella data. Ogni giorno che passa, l’erede di Chávez perde forza in mezzo ad una delle crisi economiche più gravi della storia del paese. La sua popolarità è molto deteriorata. L’opposizione si mostra sempre più disposta a difendersi dall’evidente abuso di potere che sta bloccando tutti percorsi di uscita istituzionali, lasciando aperta solo la strada dello scontro. Tutte le parti in campo sono pronte al confronto duro, ma nessuno sa se ciò rappresenterà la fine del regime, l’inizio dell’incancrenirsi della lotta o di un aumento della brutalità. Un azzardo che il governo preferisce affrontare rispetto all’alternativa di un’elezione che senza dubbio lo toglierebbe dal potere.

Nicolás Maduro vive in uno stato di permanente debolezza da quando ha preso il potere, nell’aprile del 2013, dopo la morte di Chávez. Le insensate scelte di politica economica e il crollo del prezzo del petrolio hanno fatto piombare il Venezuela in una crisi economica devastante. Tra gli effetti più vistosi vi sono l’inflazione fuori controllo, ufficialmente al 750% all’anno, e la scomparsa dei beni di prima necessità dai supermercati. Con il tragico risultato di un popolo ridotto alla fame.

Azione e reazione – A seguito della vittoria delle opposizioni con il 56% dei voti nelle elezioni parlamentari del dicembre 2015, la sua posizione si è ulteriormente deteriorata. E subisce quotidianamente i colpi delle crescenti critiche da parte dei governi dei paesi vicini, della stampa, delle organizzazioni internazionali e delle Ong, tutte fortemente ostili all’operato del suo governo, che presenta evidenti derive autoritarie. Ad esempio, per neutralizzare il potere dell’Assemblea, prima dell’inizio della legislatura il governo ha sostituito parte dei giudici del Tribunale supremo di giustizia, divenuto ormai a composizione 100% chavista. In questo modo, la corte ha iniziato ad annullare tutte le decisioni votate dall’Assemblea ma contrarie agli interessi del governo. 

L’eliminazione sistematica di qualsiasi parvenza di indipendenza dei poteri dello stato ha di fatto bloccato tutti i meccanismi costituzionali che avrebbero potuto permettere una transizione indolore in Venezuela, impedendo così un mutamento pacifico di governo. Per questo motivo Maduro dipende ogni giorno di più dalla forza armata per mantenersi alla presidenza, il suo partito è ormai incapace di vincere le elezioni in maniera trasparente e non gode più da un pezzo dell’appoggio popolare. 

Tuttavia, la fine del governo bolivariano potrebbe non essere così vicina. Maduro ha ancora potere, anche se meno di quanto ne avesse all’inizio del mandato, controlla la statale petrolifera Pdvsa e le Forze Armate. Potrà sopravvivere per un considerevole periodo di tempo, nel contesto di una forte instabilità politica e di una sempre più drammatica crisi economica e sociale. 

Bisogna però considerare che, oltre al crollo della popolarità del presidente, appaiono sempre più evidenti fratture all’interno dello schieramento chavista. Ormai molti gerarchi del partito sono coscienti che si sia entrati nell’ultimo atto dell’esperienza di governo bolivariana. Così come diversi alti ufficiali dell’esercito si sono resi conto dell’insostenibilità della situazione, schierandosi apertamente contro l’uso della forza contro la popolazione nel caso di manifestazioni di protesta.

Infine, la crisi umanitaria venezuelana si converte ogni volta di più in un problema regionale. Le immagini che mostrano l’apertura temporanea delle frontiere con la Colombia, con centinaia di migliaia di venezuelani che l’attraversano disperati in cerca di beni alimentari, parlano da sole. Solo lo scorso anno oltre 30.000 venezuelani sono già fuggiti in Brasile, superando la frontiera nello stato di Roraima, alla ricerca di un lavoro per sopravvivere. Il governo brasiliano, già impegnato a far fronte ad una propria crisi economica violenta, è in difficoltà nella gestione del problema. Se in Venezuela, a causa delle violenze o del peggioramento della crisi, dovesse avvenire un’esplosione sociale, questa toccherà con migrazioni massicce i paesi vicini. E allora il problema non sarà più solo di Caracas, ma di tutta l’America del Sud.



Carlo Cauti, giornalista italiano di base a San Paolo del Brasile. Collabora regolarmente con diverse testate italiane e brasiliane.

Aree di Ricerca: