Dio protegga il Golfo dai suoi Principi

Giovedì, 29 Giugno, 2017

di Ugo Tramballi

Nel 1914, dopo l’omicidio dell’arciduca Ferdinando, l’ultimatum che l’Austria inviò alla Serbia fu scrupolosamente redatto per essere respinto. Così i 13 punti “non negoziabili” e da sottoscrivere entro il 3 di luglio, che l’Arabia Saudita e i suoi sodali hanno presentato al Qatar.

La vicenda è tanto ridicola e surreale quanto pericolosa. Il 21 maggio è convocato in gran pompa a Riyadh il vertice fra il mondo sunnita e Donald Trump, che il giorno dopo finisce in un’esplosione di “vasa vasa” (baci a destra e sinistra), come avrebbe potuto legittimamente commentare un ex governatore della Sicilia. Inaspettatamente, il 5 giugno l’Arabia Saudita annuncia una lista durissima di sanzioni contro il Qatar, accusato di “favorire il terrorismo” e “destabilizzare la regione”. Il 6 giugno Trump concorda con un tweet: li ho esortati a lottare contro il terrorismo – era il senso – ed ecco che hanno puntato il dito contro il Qatar. Una condanna implicita. Ma il 7, telefonata solidale di Trump all’emiro Tamim del Qatar. In successione, il 9 il segretario di Stato Tillerson invita i sauditi a calmarsi e il 14 giugno gli Stati Uniti annunciano la firma di un accordo da 12 miliardi di dollari per la fornitura di 12 caccia F-15 al Qatar.

Ricapitolando: il paese che l’Arabia Saudita – grande estimatrice di Trump – accusa di finanziare i terroristi, viene armato con alcune delle più efficaci machine da guerra mai progettate dal paese governato da Trump. Posso offrirvi sintesi, non chiarezza.

Come sempre, c’è di mezzo Trump. Ma in questo caso i turbo-Trump sono il principe Mohammad bin-Salman e suo padre. Appunto re Salman. Probabilmente in questo ordine perché nella monarchia da tempo governata da ottuagenari, il poco più che trentenne Mohammad possiede le chiavi del paese: come ministro della Difesa governa l’agenda siriana nella quale i sauditi hanno finanziato alcuni tra i peggiori terroristi (esattamente come il Qatar); ed è il responsabile della guerra nello Yemen: un disastro e un’emergenza umanitaria. Il giovane Mohammad è anche il primo consigliere del re e il responsabile del programma economico che in pochi anni dovrebbe realizzare una totale diversificazione dal petrolio.

Ed ecco che nel mezzo di questo nuovo disastro diplomatico con il Qatar (solo Emirati, Bahrein, Egitto, la parte di Libia del generale Haftar, le autorevoli Maldive e un paio d’altri carneadi hanno seguito i sauditi), Salman promuove Mohammad da vice principe ereditario a primo pretendente al trono. Considerate età e salute del re, il giovane potrebbe presto diventare il Custode di Mecca e Medina. Forse non è casuale se il mutamento della linea dinastica è stato deciso durante la crisi con il Qatar: qualcuno lo definisce “un diversivo”, perché non tutta la famiglia reale è favorevole alla promozione di Mohammad.

Mai in Arabia Saudita un uomo solo, così giovane, ha detenuto così tanto potere senza ancora essere re. Diversamente dalla maggioranza dei principi-cugini della sconfinata famiglia al-Saud, Mohammad non ha mai studiato all’estero. La sua educazione di re a fatica ha superato la cerchia urbana di Riyadh. Un regno storicamente cauto e moderato, sotto la guida di Mohammad è diventato rumoroso e aggressivo.

Il Qatar è sempre stato il posto meno autoritario, più tollerante, indipendente e dinamico del Golfo. All’Arabia Saudita non è mai andato a genio. Ma quattro anni fa l’ex re Abdullah usò una discreta quanto ineludibile “moral suasion” per imporre all’emiro Hamad, il padre dell’eccezionalismo del Qatar, l’abdicazione a favore del figlio Tamim. Forse un giorno Mohammad sarà ricordato come il grande riformatore dell’Arabia Saudita, l’uomo capace di imporre un necessario ricambio generazionale. Per ora le sue iniziative sembrano avventate e arroganti.

L’ultimatum nel suo insieme è inaccettabile, è uno schiaffo all’indipendenza del Qatar. Alcuni dei suoi punti sono imbarazzanti più per i promotori che per la supposta vittima. Il Qatar deve ridurre al minimo i rapporti diplomatici con l’Iran: già fatto da tempo. Piuttosto, gli Emirati firmatari dell’ultimatum hanno relazioni molto più intense con Teheran. Il Qatar non deve sostenere i Fratelli musulmani: in Kuwait la fratellanza è in parlamento ma nessuno se ne lamenta. Il Qatar deve chiudere al-Jazeera la cui versione araba spesso è estremista, ospita predicatori di violenza e manipola la realtà: gli stessi strumenti giornalistici cari alla controllata saudita al-Arabiya. Senza contare che la diffusione del wahabismo sponsorizzata da Riyadh è da 40 anni il principale incubatore dei terrorismi islamici.

Per i loro interessi politici e settari, e in parte perché ha prevalso l’idea permissiva dei “compagni che sbagliano”, tutti i paesi della regione – Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, hanno tollerato, protetto e finanziato il peggior terrorismo della loro stessa fede. Tutti con grossolana irresponsabilità. Il ricchissimo Consiglio per la Cooperazione del Golfo, il GCC, che oggi è diviso a causa del giovane Mohammad, avrebbe dovuto convocarsi molto tempo fa per fare pubblica ammenda e porre fine all’ambigua contiguità col male. In ordine sparso, hanno preferito scaricare su uno solo, le colpe di tutti.

Aggiungi un commento

Plain text

  • Nessun tag HTML consentito.
  • Indirizzi web o e-mail vengono trasformati in link automaticamente
  • Linee e paragrafi vanno a capo automaticamente.