Donald il tragico Charlot: una parabola americana

Venerdì, 2 Giugno, 2017

di Ugo Tramballi

Senza andare ai bastioni di Orione, in pochi mesi abbiamo visto cose che noi umani non potevamo immaginare: un’America che si trasforma in un paese chiuso dietro le mura dei suoi vasti confini, destinato all’arretratezza. Da Cupertino al carbone: una Sparta che ha deciso d’ignorare il suo luminoso lato ateniese, distruttrice di quel sistema internazionale politico ed economico che lei stessa aveva creato.

Quasi un’involuzione Nord-coreana. Di più: la trasformazione degli Stati Uniti in una gigantesca comunità Amish che si scalderà e s’illuminerà col carbone anziché i pannelli solari; che per reagire all’invadenza delle auto tedesche – migliori, ecologiche, tecnologiche e meno care – tornerà a cavalli e carrozze; che deperirà a uno stato di terzo mondo psicologico, idolatrando armi, inquinamento e obesità.

Il virus trumpista è contagioso. Il repubblicano Bob Corker del Tennessee, presidente della Commissione senatoriale per le relazioni estere, sosteneva che il primo viaggio presidenziale fuori dai confini americani aveva avuto un successo “vicino alla perfezione”. Rivediamone le tappe. A Riad Trump ha deciso di rendere gregaria la politica Usa in Medio Oriente a quella dell’Arabia Saudita: il paese più reazionario del mondo che odia chiunque non sia musulmano sunnita, ex grande finanziatore di al Qaeda ma che tutt’ora diffonde nel mondo il wahabismo, punto di partenza dogmatico del terrorismo islamico.

Dopo essere stato scambiato per il messia dagli israeliani per le promesse in campagna elettorale, a Gerusalemme Trump ha detto che si era sbagliato: non si può e l’ambasciata americana da Tel Aviv. L’avesse fatto, i sauditi avrebbero comprato dai russi le armi per 100 miliardi di dollari che avranno da Washington. Divertente e surreale la scoperta di Trump: “Mi avevano detto che era uno degli accordi più duri da raggiungere (la pace fra israeliani e palestinesi, n.d.r.). Ma sento che alla fine ci riusciremo. Spero”. Ed è partito.

A Bruxelles e Taormina ha delegittimato e insultato Nato, UE e G7 come a fatica avrebbe fatto Vladimir Putin che quelle tre istituzioni odia e vorrebbe morte. In effetti Trump sembra psicologicamente e non solo al servizio dei russi. Nemmeno la Talpa di John le Carré infiltrata da Karla nell’MI6, era riuscita a fare tanti danni all’Occidente. Sarà il caso, ma è interessante notare che nello tsunami mondiale di dichiarazioni sbigottite e atterrite, l’unico a non criticare il ripudio americano dell’accordo sul clima, è stato Putin: “Se lasciano gli americani, l’accordo non può funzionare”. Un altro regalo all’amico russo la cui economia vive solo d’idrocarburi e armi. Soldi per investire nelle rinnovabili – come perfino i sauditi stanno facendo – a Mosca non ce ne sono.

Ammettiamolo. Per quanto sconcerti, l’America di Donald Trump fa ridere. C’è sempre qualcosa di burlesco nell’apparire e nel dire del presidente della più potente fra le nazioni. E di triste come nelle comiche di Charlot. Eppure lo Sceriffo di Nottingham travestito da Robin Hood, continua ad avere consenso fra i suoi elettori “naturali” che il presidente-miliardario Trump continua a ingannare e vessare: dalle riforme fiscali alla sanità, all’illusione che le miniere di carbone della Pennsylvania torneranno a dare lavoro come un tempo.

E’ Joan Williams che insegna alla University of California Hastings College of Law, ad aver dato la più chiara spiegazione di questo consenso: “I progressisti americani hanno mostrato rispetto per minoranze etniche e sessuali, non per i White Working Class. E i WWC hanno fatto presidente Trump”. Il breve saggio online di Williams aveva avuto 3,2 milioni di clic: mai la Harvard Business Review ne aveva ottenuuti così tanti. Visto il successo, “White Working Class – Overcoming Class Cluelessness in America” è diventato un libro. I lavoratori bianchi che prende in considerazione Williams sono il 53% delle famiglie americane che non sono ricche ma nemmeno povere: più o meno sono degli Homer Simpson, come ha scritto il Financial Times. Nel 2015 il loro reddito familiare era fra 41.005 e 131.962 dollari: guadagnano più del terzo più povero degli americani e meno del 20% più affluente. In genere non hanno un diploma di college, non hanno specializzazioni tecniche e la crisi economica ha colpito il loro modello di vita più di qualsiasi altro. Secondo Joan Williams che è una liberal, se nel 2020 i democratici candideranno ancora una donna, un latino o un afro americano, perderanno di nuovo. Senza gli Homer Simpson non si vince in America.

 

 

Ugo Tramballi è Scientific Advisor dell’ISPI.

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