Elogio misurato dell'ottimismo

Giovedì, 3 Agosto, 2017

di Ugo Tramballi


Se nonostante Brexit, l’elezione di Donald Trump, Putin, i missili Nord coreani, il terrorismo, il massacro siriano, l’ondata dei migranti e altro ancora, vi dicessi che il 2016 è stato uno degli anni migliori per l’umanità, mi prendereste per matto. Avreste ragione ma fino a un certo punto.

Ecco la colonna delle cose positive accadute in un 2016 che pensiamo di dover dimenticare. La mortalità infantile è stata dimezzata rispetto ai dati del 1990. Dal 2010 al ’16 l’HIV fra i bambini è diminuito del 50%. Mai dal 1960 l’aspettativa di vita globale è cresciuta così tanto: solo rispetto al 2000, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, è aumentata di cinque anni (di 9,4 in Africa). La media globale ora è di 73,8 anni per le donne e 69,1 per gli uomini (nel 1970 era meno di 60).

L’anno scorso l’alfabetizzazione ha raggiunto l’85% degli adulti; ogni giorno 300mila persone hanno avuto accesso all’elettricità; e ogni 24 ore 250mila esseri umani sono usciti dalla soglia di povertà estrema di 1,95 dollari giornalieri, secondo la Banca Mondiale: oggi sono il 10% della popolazione mondiale e nel 2030 saranno fra il 3 e il 4. Un trentennio fa erano il 40%.

Dopo aver percorso 445 milioni di miglia in cinque anni alla velocità di 45 miglia al secondo, la navicella spaziale Juno ha raggiunto Giove. Le onde gravitazionali teorizzate da Albert Einstein sono state registrate da due osservatori americani, dandoci “un modo completamente nuovo di guardare l’universo”, secondo Stephen Hawking.

Nel 2016 la democrazia governa in 120 dei 193 paesi del mondo, erano 40 nel 1972; la pena di morte è illegale in più della metà del globo; e dall’anno scorso il panda gigante non è più una specie in via di estinzione. “Il 2017 sarà probabilmente ancora meglio”, sostiene Nicholas Kristof, editorialista del New York Times.

E allora? Niente, non voglio dimostrare nulla: solo cercare di equilibrare un po’ il pessimismo cosmico che ci circonda e la depressione che ci prende ogni giorno, sei ore di fuso orario dopo la sveglia e i tweet di Donad Trump. Due anni fa un sondaggio di YouGov rilevava che il 65% dei britannici e l’81 dei francesi erano convinti che il mondo andasse sempre peggio. Anche se 250mila persone escono ogni giorno dallo stato di povertà assoluta, nove americani si dieci sono certi che la povertà peggiori. Non credo che il sentimento degli italiani sia diverso: la proporzione tra il numero effettivo dei migranti e le nostre paure, è una prova.

Lo spunto sull’ottimismo – come necessità psicologica ma anche come dato di cronaca degno di attenzione quanto il pessimismo che la gente predilige – lo prendo da un lungo ed equilibrato articolo di Oliver Burkeman del Guardian.

Lo scrittore inglese descrive una corrente emergente che possiamo chiamare dei “Nuovi ottimisti”. O degli “Ottimisti razionali” perché pochi fra coloro che pensano al mondo come a un pianeta socio-politico in divenire positivo, ignorano i conflitti e le ingiustizie. Anche Kristof nel suo articolo ultra-ottimistico sulle proprietà taumaturgiche del 2016, ricorda che “Oxfam ha calcolato che otto uomini ricchi possiedono da soli la ricchezza della metà più povera dell’umanità”.

L’economista di Oxford Max Rosen, uno dei più accesi ottimisti, ricorda che ogni mattina negli ultimi 25 anni i giornali avrebbero potuto legittimamente pubblicare il titolo: “Nel mondo 137mila poveri di meno rispetto a ieri”. Già vendiamo poco privilegiando catastrofi e polemiche, figuriamoci così. L’unico dato positivo è che si estinguerebbe la stampa parlamentare con i suoi insopportabili e poco documentati “retroscena”.

Un principio fondante dell’analisi ottimistica del mondo è la domanda retorica dello storico inglese progressista del XIX secolo Thomas Macaulay: “On what principle is it that, when we see nothing but improvement behind us, we are to expect nothing but deterioration before us?”. 

Un ottimista non può ignorare che Donald Trump alla Casa Bianca sia un monumento al pessimismo. Ma spiega così il ferale evento: se avesse vinto Hillary Clinton, nei quattro anni successivi l’odio del populismo anti-sistema sarebbe cresciuto più forte e organizzato. Alle successive elezioni avrebbero presentato un fascista vero e non l’incompetente ed egocentrico personaggio che sta rovinando il marchio populista negli Stati Uniti. Meglio dunque che abbia vinto Trump.

Non vi chiedo di crederci fino in fondo ma almeno fino a che resterete sotto l’ombrellone. Vi riporto ciò che ha scritto Nicolas Kristof: “Ricordate: la cosa più importante non è un tweet di Trump. Infinitamente più importante è che 18mila bambini che prima sarebbero morti per una semplice malattia, oggi sopravvivranno”. Buone vacanze.

 

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