Reportage dall’India – 2: Effetto Modi

Lunedì, 5 Giugno, 2017

di Ugo Tramballi

Nella democrazia indiana è tradizione che se nel governo maturano decisioni importanti la stampa viene cautamente informata: questa volta non c’era stata alcuna anticipazione. Il discorso iniziò all’ora prevista. Per i primi 20 minuti Modi parlò di cose senza interesse. Poi annunciò il grande Notebandi, la demonetizzazione, lasciando a bocca aperta un miliardo e circa 250milioni d’indiani: tutte le banconote da 1.000 e da 500 rupie (15 e 7 dollari e mezzo), cioè l’86% del contante in circolazione, da quel momento erano fuori corso. Era l’8 novembre: entro il 30 dicembre chi possedeva quelle banconote poteva cambiarle in banca e chi ne aveva per più di 250mila rupie (3.700 dollari), doveva giustificarne la provenienza.

“Il caos davanti alle banche durò una settimana”, ricorda ancora Anil Padmanabhan. “Poi tutto si calmò. Polizia ed esercito erano stati messi in allerta, temendo manifestazioni di protesta, ma non ce ne fu bisogno. Era accaduto qualcosa d’incredibile, niente sarebbe più stato come prima e da quel momento tutto avrebbe potuto succedere”. Sono solo 15 milioni gli indiani che pagano le tasse e quasi il 60% dell’economia è informale. “Non tutto il contante è mercato nero ma tutto il nero è contante”, dice Ajay Khanna, ex direttore generale della Cii, la Confederazione dell’industria indiana.

Oltre all’evasione fiscale e alla formalizzazione di una fetta più larga possibile dell’economia, l’obiettivo di Modi era anche la lotta alla corruzione. Alle elezioni generali del 2014 avevano partecipato 8mila candidati e 464 partiti. I bilanci dei sei più importanti rivelavano che tre quarti dei loro finanziamenti venivano da fonti anonime.

I partiti d’opposizione attaccarono con durezza: Notebandi avrebbe portato al disastro il premier e il paese. Ma alla fine di dicembre gli indiani avevano depositato nelle banche il 97% del cash, ora diventato formale, cioè parte del sistema: circa 15mila miliardi di rupie. Sono aumentati gli investimenti sui fondi comuni, i conti bancari, le richieste di carte di credito e l’idea che un portafogli digitale possa sostituire le mazzette di rupie tenute insieme da un elastico verde, in tasca, non è più fantascienza.

Poi sono venutele elezioni dell’11 marzo in alcuni stati importanti. Soprattutto nell’Uttar Pradesh: il cuore dell’Hindustan, storico collegio elettorale della famiglia Nehru-Gandhi, oltre 200 milioni di abitanti. Se lo U.P. fosse una nazione, sarebbe la quinta più popolata al mondo. Il Bjp di Modi, il partito conservatore nazionalista e hindu, ha conquistato 325 seggi su 403, ed è andato al governo in altri tre dei quattro stati dell’Unione in cui si è votato. Nel 2012 il Congress di Rahul Gandhi, figlio di Rajiv e Sonia, nipote di Indira e pronipote di Jawaharlal Nehru, governava in 14 stati su 29, e il Bjp in otto. Ora il Bjp con i suoi alleati ne controlla 16; il Congress con i suoi, sei. Se la demonetizzazione aveva bisogno di una conferma popolare, non poteva essercene una più chiara.

Fine dell’antico partito che aveva fondato l’India e della sua dinastia che ne aveva determinato i destini per una grandissima parte dei suoi 70 anni d’indipendenza: da un rigido socialismo fabiano, quando l’aliquota più alta della tassa sul reddito era al 97,75%, alle grandi riforme di Manmohan Singh che fino al 2008 aveva garantito un triennio di crescita al 9%: il massimo mai raggiunto dall’India. Inizia ora la lunga stagione dominata da Narendra Modi: in realtà era già incominciata nel 2014, ma Notebandi e trionfo nello U.P. sono il segno di un consenso che dovrebbe garantirgli il potere per un secondo mandato nazionale nel 2019, fino alla sua scadenza nel 2024.

Esiste anche una Modinomics? “No”, sostiene Javed Sayed, editorialista dell’Economic Times of India. “Esiste una economia pratica e lui la interpreta benissimo. Le riforme di seconda generazione sono necessarie, ma molto politiche. Modi sa di doverle affrontare con molta cautela. Per poter pensare a una crescita economica a due cifre almeno il 40% degli indiani dovrebbe essere spinto a pagare le tasse. La demonetizzazione non è la soluzione ma tutti erano convinti che niente sarebbe cambiato. Lui ha dimostrato che invece è possibile, mostrando di conoscere la psicologia meglio dell’economia”.

La strada delle riforme è ancora lunga se nell’ultimo “Doing Business” della Banca Mondiale l’India è al 130° posto su 189 paesi per attrazione degli investimenti e al 187° per le licenze edilizie. Nel 2015 le rimesse degli espatriati – 31 milioni di “non-resident Indians” – continuavano ad essere superiori agli investimenti diretti internazionali: 70 miliardi di dollari a 51,8. Modi aveva promesso di portare l’India al 50° posto della classifica della Banca Mondiale ma la risalita non è così facile.

“Gli ultimi 25 anni di riforme economiche possono essere largamente sintetizzate come la storia di un successo del settore privato e di un fallimento dello stato”, sostiene l’ex direttore di Economic Times, Swaminathan Anklesaria Aiyar. “Sebbene molti controlli siano stati aboliti, altri continuano e una pletora di nuovi è stata creata. Le riforme hanno trasformato l’India in un Paese da basso a medio reddito. Per andare oltre occorre liberalizzare di più l’economia, migliorare la governance, aumentare la qualità delle sue istituzioni”.

Quello che a Modi manca è il “big bang”: la crescita economica a due cifre. Lo “spirito animale” del capitalismo indiano scatenato da Manmohan Singh, ministro delle Finanze e poi premier dei governi del Congress, aveva fatto uscire per sempre l’India dall’inutile crescita del 3,5%, il “tasso hindu” vanificato dalla demografia, descritto da Amartya Sen. Ma le due cifre le aveva soltanto sfiorate. La crescita prevista per quest’anno è del 7,1% che statisticamente oggi rimane la più alta al mondo. Tuttavia, “è così vero che la crescita a due cifre sia necessaria e sostenibile?”, si chiede Bidisha Ganguly, la chief economist di Cii. “Io credo di no, non è così importante: meglio un solido e davvero sostenibile 8% di una crescita più grande che rischi di sfuggire al controllo”.

POPULISMI E GLOBALIZZAZIONE VISTI DALL’INDIA
Intervista a Vikram Singh Mehta

DELHI – C’è qualcosa di paradossale nei fatti del mondo visti da Delhi: in 25 anni di riforme l’India ha investito sulla globalizzazione per cambiare. Ed ora sono gli Usa di Donald Trump e l’Europa dei populismi a negarla. “Il sentimento nazionalista e xenofobo ci è familiare”, riflette Vikram Singh Mehta. “Io sono hindu, sono del Rajastan, appartengo a una determinata casta e parlo quella lingua. Sono identità che i nostri politici hanno sempre sfruttato”.

Ciononostante, aggiunge l’ex amministratore di Shell India, presidente di Cii, la Confederazione delle industrie indiane, ed ora presidente di Brookings India, “nessuno chiede al nostro governo di elevare muri alle frontiere. Una parte molto ampia della società ora beneficia del mercato globale. Per la loro crescita le imprese guardano al mondo e in termini economici non vogliamo interrompere quello che chiamiamo globalist convesation”.

Secondo lei Narendra Modi, un populista pragmatico, è in grado di proseguire il cammino delle riforme?

Nel primo decennio, a partire dal 1991, le riforme riguardavano i prodotti del mercato: come semplificare le regole per produrre e scambiare. Quello che non abbiamo fatto molto allora e continuiamo a far poco adesso è occuparci delle riforme legate ai fattori del mercato: terra, lavoro e capitali. La grande sfida ora è come rendere più semplice l’acquisizione di terreni, come si fa un mercato dei capitali trasparente, come possiamo migliorare il mercato del lavoro e renderlo più efficiente. Queste riforme sono molto politiche e non del tutto nelle mani del governo centrale.

E’ per questo che l’India continua a non attrarre grandi investimenti internazionali come in Cina?

Il governo ha fato molto ma se vuoi investire, continua ad essere necessaria l’approvazione del governo centrale, dello stato e della città in cui intendi farlo. Poi c’è la piccola burocrazia composta di geni assoluti nel creare ostacoli.

Lei si è occupato di energia la cui produzione per far crescere l’industria è il buco nero dell’India. Perché?

Ora abbiamo un surplus nella capacità di generare energia, ciononostante non abbiamo abbastanza elettricità perché la compagnia che dovrebbe distribuirla è fallita. Non è in grado di comprare energia dalle imprese che la producono perché sa di non poterla vendere a quel prezzo a causa dei sussidi di cui beneficiano i consumatori. E’ il risultato di molti e molti anni di distorsione dei prezzi, di interferenze della burocrazia e di una struttura decisionale frammentata.

Qualcuno ha chiamato l’India “superpotenza potenziale”. Cosa significa?

Potrei darle una definizione ma mi chiedo a cosa servirebbe. Noi non siamo una superpotenza. Non c’è dubbio che se guarda l’India nel suo insieme e vuole semplificare può dire che è abitata da quasi un miliardo e 300 milioni di persone, che è la seconda o terza economia più grande del mondo, che ha l’esercito più vasto. Ma non possiamo sfuggire alla realtà: restiamo un paese povero in termini di reddito pro capite. Siamo impegnati nella lotta alla povertà, in questioni come il lavoro, l’educazione, la salute: quanti bambini sono ancora malnutriti, quante donne muoiono di parto in India? Queste sono le nostre vere questioni. Nessuno di noi vuole entrare nel club delle superpotenze, nessuno ne subisce il fascino.

*Una versione di questo post è stata pubblicata sul blog di Ugo Tramballi "Slow News" per il Sole 24 Ore l'1 maggio 2017



Ugo Tramballi è Scientific Advisor dell’ISPI.

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