"This Russia Thing"

Domenica, 14 Maggio, 2017

Quando la primavera si avvicina all’estate, alternando i giorni tempestosi della vecchia stagione ai climi dolci che annunciano la nuova, sento sempre il desiderio di andare in Normandia. Non per le sue ostriche ma per tornare in pellegrinaggio nei luoghi dello sbarco.

E’ in questa parte di stagione del 1944 che gli alleati iniziarono la liberazione dell’Europa; è all’inizio del luglio 1943 che sbarcarono in Sicilia iniziando la lunga e drammatica marcia verso Nord e la liberazione del nostro paese. E’ all’inizio di maggio che da Vancouver a Vladivostok il mondo festeggia la vittoria del 1945 sul nazi-fascismo. In questi giorni sto leggendo “The Day of the Battle” di Rick Atkinson (Hanry Holt, 2007) il secondo volume della sua “Trilogia della liberazione”, dedicato alla guerra in Sicilia fino alla presa di Roma. Quante battaglie, quanti massacri, quante distruzioni.

“The Day of the Battle”, come il successivo “The Guns at last Light”, dallo sbarco in Normandia a Berlino, sono principalmente centrati sullo sforzo e il sacrificio di milioni di americani, dell’impegno dei loro leader politici e militari per la liberazione dell’Europa. Fa tristezza vedere oggi, in questa stessa stagione di mezzo fra primavera ed estate, cosa stia accadendo alla Casa Bianca.

Qualcuno di voi contesterà la mia fissazione sulla Storia, la ripetuta insistenza a cercare nel passato paragoni e spiegazioni sulle vicende del presente. Ma è così profonda la dicotomia fra i sacrifici e la gravitas degli Stati Uniti di allora e la mediocrità dell’amministrazione di oggi, che il passato è un necessario rifugio per le nostre angosce e forse anche una risposta per il futuro.

La foto dell’incontro nello studio ovale fra Donald Trump, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e il suo ambasciatore a Washington Sergei Kislyak, è l’immagine simbolo del precipizio nel quale è caduta la credibilità americana ai tempi di Trump. Simbolicamente potente quanto la foto dei marines che sollevano la bandiera alla battaglia di Iwo Jima. Nel caos della vicenda sui rapporti fra gli uomini di Trump e i russi durante la campagna elettorale, e poche ore dopo aver cacciato il direttore dell’F.B.I. James Comey, Trump aveva accolto alla Casa Bianca gli ospiti di Mosca, incurante dell’opportunità di un incontro d questo genere.

Non contento, aveva negato alla stampa americana l’ingresso nello studio ovale. Stanco delle critiche dei media, come un piccolo Erdogan, Trump aveva anche minacciato di eliminare i briefing quotidiani nella sala stampa della Casa Bianca. Le uniche foto diffuse dell’incontro con Lavrov sono state scattate dalla Tass: la vecchia agenzia di stampa dei tempi gloriosi della propaganda sovietica, che entra nello studio ovale, mentre i giornalisti americani ne sono tenuti fuori! Sembra un film di fantapolitica.

Nella foto più significativa, Lavrov e il suo ambasciatore ridono. Missione compiuta: la Russia è riuscita a destabilizzare gli Stati Uniti per un numero di anni che non saranno pochi: dipende se il massacro perpetrato da Trump proseguirà fino alla fine del suo mandato nel gennaio 2021 o sarà interrotto da un impeachment.

“This Russia thing”, la chiama con fastidio Donald Trump: questa cosa russa “priva di importanza” nella quale è sempre più possibile che durante le elezioni la squadra di Trump si era accordata con gli uomini di Putin per screditare Hillary Clinton. Prima che la giustizia faccia il suo corso, è ormai chiaro dalle parole e dalle opere di Trump, quanto il suo modello di leadership sia l’autocrazia praticata da Vladimir Putin.

In se’ il licenziamento di Comey è una cosa buona. Con la vicenda delle mail di Hillary Clinton a pochi giorni dal voto, aveva irresponsabilmente trasformato l’Agenzia in un protagonista delle elezioni. Ma lo spettacolo da fine impero di Trump, è peggiore: prima aveva detto di aver licenziato Comey perché non era andato fino in fondo sulle mail di Hillary, poi ha ammesso di averlo fatto perché temeva che l’F.B.I. stesse indagando sui suoi rapporti con la Russia: “This Russia thing”.

Ora salta fuori che poco dopo essere stato eletto, il presidente degli Stati Uniti aveva chiesto a Comey di giurargli lealtà personale, poi di avergli chiesto se era sotto investigazione: un gesto “altamente irregolare”, avrebbe poi detto Andrew McCabe, l’attuale capo protempore dell’Agenzia. Dopo aver licenziato Comey, Trump l’ha minacciato di rendere note le loro conversazioni segrete se lui avesse passato alla stampa notizie imbarazzanti sul presidente. Julian Assange alla Casa Bianca!

Destabilizzando l’America fino a questo punto, i Russi hanno fatto il loro mestiere. Ma è incredibile quanto la missione sia stata facile; quanto siano stati aiutati dal presidente, dal consigliere per la sicurezza nazionale, dal segretario alla Giustizia. E da un partito repubblicano omertoso come i mafiosi di Sicilia dove 74 anni fa, gloriosamente, gli americani iniziarono la liberazione dell’Italia.
 

Allego i due articoli sul Qatar usciti il 13 maggio sulle pagine del Sole 24 Ore.
Qatar 1 - https://www.facebook.com/ugo.tramballi.1/posts/1124743647629690

Qatar 2 - https://www.facebook.com/ugo.tramballi.1/posts/1124745827629472

 

 

Ugo Tramballi è Scientific Advisor dell’ISPI.

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