Progetto Mediterranea

5 anni navigando il Mediterraneo alla ricerca di una identità comune
06 Marzo 2014

Poco tempo fa, per caso, chi scrive si è imbattuto in un progetto curioso, molto ambizioso e molto affascinante. Cinque anni di giro del Mediterraneo a vela, trasportando apparecchiature scientifiche per la ricerca, e con la volontà di incontrare – e far incontrare – esponenti della cultura, del giornalismo e della politica di tutte le sponde del mare nostrum. Un’impresa tutta italiana, portata avanti da persone un po’ folli quanto romantiche che per anni hanno cercato pazientemente istituzioni e supporter che li aiutassero a renderla possibile. Ce l’hanno fatta. Mediterranea partirà in pochi mesi e noi ne abbiamo incontrato l’ideatore e il principale ispiratore: Simone Perotti. Simone è uno scrittore e un marinaio. Ha pubblicato dieci libri, tra cui la raccolta di racconti Zenzero e Nuvole (Bompiani, 2005) e i romanzi Stojan Decu, l’Altro Uomo (Bompiani 2005) e L’Estate del disincanto (Bompiani, 2008). Tra i saggi:Adesso basta (2009), Avanti tutta (2011), Ufficio di scollocamento (2012), Dove sono gli uomini? (2013), tutti per Chiarelettere. E’ un blogger del Fatto Quotidiano, ha scritto e condotto su Rai5 il programma  televisivo Un’altra vita, e dal 2006 ha raccolto un’ampia community intorno al suo sito web.

 

Parlaci del progetto Mediterranea. Come è nato? Quando partirà e come si svilupperà?

Progetto Mediterranea nasce da un’idea mia, antica, intima quasi, per tanto tempo inconfessata. Nasce forse da quando ero bambino e vedevo i documentari di Jaques Custeau in Mar Rosso, non so.. Un’idea-sogno come questo è qualcosa che fai sempre fatica a collocare, forse è sempre stato dentro di me, fin da quando, bambino , insieme a due genitori un po’ matti, visitavo su una canoa il delta del Danubio, parlo del 1972, o quando pescavo in apnea, sempre bambino, rubando i pesci dalla nassa di un tedesco a Trsteno, vicino Dubrovnik, nell’allora Jugoslavia di Tito, o quando mi perdevo guardando il mare a Tassos, allora isola remota, ai confini del mondo… Non so. Con gli anni, l’amore per la navigazione a vela, le decine di migliaia di miglia navigate tra Genova e Tel-Aviv, tra La Spezia e il Peloponneso, tra la Croazia e la Tunisia, l’amore per il Mediterraneo si è fortificato, circostanziato, animato di storie e di visioni. Il Mediterraneo, starci dentro, senza tempo, sulle sue coste, sulla superficie dell’acqua scorrendo a vela, è la cosa che ho desiderato di più, con maggiore regolarità, con maggiore costanza. Gran parte delle mie scelte di vita sono state realizzate per potermi consentire il tempo necessario al Mediterraneo. Ogni grande viaggio, ogni grande sogno, invoca tempo, pretende tempo, spinge a scelte perché il tempo si crei, emerga, abbia spazio. Il Mediterraneo è il luogo del tempo, personale, culturale, planetario. Poi naturalmente sono arrivati gli studi, gli approfondimenti, e perfino la coscienza della mia cittadinanza marina e mediterranea, collegata da un lato a una stirpe genovese di marinai e dall’altro alle prospettive della contemporaneità. Ora sono sei anni, ad esempio, che studio il Mediterraneo del 1500, le epopee dei pirati e dei corsari ottomani e cristiani. Storie affascinanti, potenti, che spiegano tantissime cose della modernità. Guarda, io ho fatto la traversata atlantica da Madeira a New York, dunque fuori rotta, e anche fuori stagione, 1000 miglia più lunga della traversata tradizionale. Apparentemente un’impresa nautica affascinante, e in effetti lo è stata. Poi ho navigato tanto ai Caraibi, alle Maldive, alle Quirimbas in Mozambico… ma non ho mai visto nulla di così affascinante come il Mediterraneo. Per questo abbiamo deciso di navigare lungo tutte le sue coste, 29 paesi, per 5 anni. Navigheremo a vela e vivremo questo nostro ambiente meraviglioso, consapevoli di essere non già i primi ma gli ultimi a farlo, visto il degrado del mare, del clima, e l’intensa opera di devastazione dell’uomo attualmente in corso. Cercheremo le voci del Mediterraneo: scrittori, filosofi, uomini e donne del mondo dell’arte, intellettuali, con cui dialogare, a bordo, bevendo un bicchiere insieme, nella migliore delle tradizioni mediterranee. Vogliamo conoscere il pensiero del Mediterraneo su questa epoca decadente, sul passato, sul futuro. Vogliamo alimentarci con le idee di questo luogo del mondo. Ma mentre navigheremo ospiteremo a bordo anche laboratori, università, ricercatori per consentire il monitoraggio del plancton, lo studio di vernici antivegetative non inquinanti, nuovi sistemi di previsioni meteomarine e molte altre cose. Cultura e scienze ambientali, oltre a compiere un’impresa nautica e a consentirci, con l’occasione, di parlare di marineria, di registrare usi e costumi del mare, di riconnetterci alla nostra grande famiglia mediterranea, sparsa su migliaia di chilometri di coste e di isole. Un grande progetto, che comunicheremo sul nostro sito e, grazie ai media-partner Ansa e Corriere della sera (Ansamed e Dove su Corriere/Viaggi) a tutti i mezzi di comunicazione.

L’Italia e il Mediterraneo. Ci spieghi secondo te perché, nonostante la posizione geografica italiana, il tema del Mediterraneo è raramente al centro del nostro dibattito politico e culturale?

La colpa è tutta e solo la nostra. L’Italia ha la maggiore tradizione nautica del mondo. Pochi sanno che gli etruschi erano pirati, e i Greci chiamavano il nostro mare d’occidente Tyrrenoi, cioè il mare dove stanno i pirati. La grande parte della storia dell’evoluzione nautica a vela è avvenuta in Italia, almeno fino al 1500. La battaglia di Lepanto, la prima guerra mondiale della storia dell’umanità, fu una questione voluta dal Papa, dai veneziani costretti a capitanarla, dai genovesi, e dagli spagnoli che erano la superpotenza dell’epoca. Dal nome dei venti (che i romani nominarono facendo perno su Malta) fino a Colombo, da Caboto (il primo skipper della storia) a Vespucci, da Pigafetta ai moderni corridori sportivi, alla cantieristica nautica che è l’ultima area industriale in cui siamo leader mondiali… Ma nessuno di noi lo sa. L’Italia ha dimenticato la sua forma, un molo lanciato dall’Europa sul Mediterraneo, e con essa la sua storia, e con essa la sua cultura. Un Paese che dimentica la propria provenienza, naturalmente, non può tracciare la sua rotta. A noi fa impressione sentirci più fratelli di un tunisino che di un danese, dimenticando che noi e i danesi abbiamo qualcosa da dirci, forse, ma che è niente rispetto a quanto abbiamo da dirci con un turco, con un palestinese, con un israeliano, con un greco, con un marocchino, con un francese del sud. Pochi popoli sono smemorati e miopi allo stesso tempo come siamo noi. Dimentichiamo la nostra provenienza (che è la nostra risorsa) e non cogliamo il valore anche economico, ma soprattutto culturale, spirituale, relazionale del Mediterraneo, che abbiamo davanti a noi, ma che vediamo sfocato. Dobbiamo velocemente cambiare rotta, rivolgerci a sud e ad est, dove risiedono parti essenziali della nostra cultura, elementi essenziali del nostro presente.

Sul vostro sito si legge che il Mediterraneo è un’unica entità geografica-culturale. Quali sono secondo te i tratti culturali che accomunano le società dalla Turchia al Marocco?    

Questa nostra “macroarea”, che per me va da Lisbona alla Georgia, dall’Ucraina e da Marsiglia a Tripoli e ad Aqaba, dal Marocco ai Balcani, al Medio Oriente, è l’unico posto nel mondo dove s’incontrano tre continenti, due grandi religioni monoteiste, un numero di razze d’origine quasi incensibile, koinè e lingue e dialetti antichi e moderni fusi in un coacervo semantico straordinario, secoli e secoli di storie del commercio, di guerre, di dialogo, e dove la differenza e l’omogeneità giocano a nascondino da sempre, in un’apparente disarmonia, ma in un sostanziale costante assetto di eterna comunicazione. Nella metà del ‘300 un topo salito a bordo di una galera genovese che veniva dal Mar Nero, sbarcò a Messina diffuse la Peste Nera. Pochi sanno che nel nord-est del Mar Nero c’era uno dei più grandi e funzionali hub commerciali dei genovesi. Una sorta di porta d’oriente, che connetteva le grandi vie delle spezie con l’Europa. Marco Polo quella via l’aveva aperta navigando da Venezia fino all’attuale Israele, per poi proseguire via terra. Ulisse aveva disegnato un elzeviro di rotte lungo dieci anni per tornare a casa sua. Gli Argonauti, dalla Colchide, si erano lanciati alla ricerca di una pelle di montone dorata per questioni di giustizia e di dignità. Enea, da Troia, aveva navigato per anni come Ulisse per fondare una nuova civiltà: Roma. Tra mito e leggenda, tra storia e documentazioni, questa grande area marina e della terraferma è suturata, legata, radicata da eroismi, valore, progettualità, arte, che ogni epoca, dai Fenici alla II Guerra mondiale, da Ungaretti a Cefalonia, dal ritratto del Bronzino di Andrea Doria a Leonardo, dal Sabir, la prima vera lingua internazionale, fino ai migranti che muoiono quotidianamente nella nuova tragica rotta della vergogna, ha confermato, mai rescisso. La follia di guerre di religione, di politiche egemoniche, di razzismi e dislivelli economici non sono riuscite a dividere quest’area, semmai a intriderla sempre più dell’appartenenza a un comune destino. Sono gli Stati Uniti del Mediterraneo, che esistono de facto, che chiedono solo di essere preparati, costruiti, lavorati, e nel tempo offrire una grande speranza a tanti popoli che ne fanno già parte. Noi abbiamo realizzato l’Europa comunitaria con i tedeschi, a pochi decenni da una tragica contrapposizione bellica. Oggi facciamo fatica a far entrare la Turchia nell’Unione Europea. Come la vogliamo chiamare questa follia?     


Il Progetto Mediterranea in video

 

 

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