Dal Baltico ai 4 di Visegrad, le contraddizioni dell'Est

Martedì, 23 Maggio, 2017

Matteo Tacconi

Tra il primo ministro ungherese Viktor Orban e Jaroslaw Kaczynski, il vero leader della Polonia, ancorché senza cariche di governo, l’intesa è forte. Si oppongono all’evoluzione federalista dell’Europa; sostengono l’esigenza del ritorno alla nazione, come comunità e spazio; contestano le élite di Bruxelles; ritengono che il prezzo sociale pagato per avere un’economia di mercato sia stato troppo alto; dicono no ai rifugiati. 

Ma sulla Russia la loro “chimica” si scompone. Kaczynski e il suo partito, Diritto e Giustizia (PiS), detentore unico del potere a Varsavia, pensano che Mosca sia una minaccia alla stabilità nazionale e regionale. La Russia di Putin è per loro uno stato revanscista, che non ha mai accettato la diminuzione di potenza seguita al crollo dell’Urss e che cerca di perseguire una nuova politica di potenza nello spazio europeo centrale e orientale, fatta di conquiste territoriali (la Crimea), guerre per procura (nel Donbass) e offensive ibride portate avanti a colpi di propaganda, incursioni nella Rete e utilizzo di leve energetiche e culturali.  

Vista da Varsavia, la guerra in Ucraina è stata la conferma di un atteggiamento neo-imperiale da parte della Russia. Per di più, è molto sentita la questione di Kaliningrad, l’exclave russa sul Baltico incastonata tra Polonia e Lituania. Mosca ne ha rafforzato il potenziale militare; Varsavia presidia con maggiore intensità quella frontiera, ha avviato in area baltica la costruzione di una batteria anti-missilistica sostenuta da Washington e caldeggia da tempo una presenza maggiore della Nato sul suo fianco orientale. Ora è stata formalizzata con il dispiegamento, in Polonia e nei tre Paesi Baltici, di quattro contingenti dell’alleanza. 

Viktor Orban è meno ossessionato dalla Russia e da Putin. Per quanto si sia allineata ai nuovi impegni della Nato, l’Ungheria percepisce in Mosca un’alleata in affari. In tal senso è stato da poco perfezionato, in via definitiva, l’accordo che le permetterà, grazie a capitali russi, di espandere il potenziale dell’impianto nucleare di Paks. Il valore dell’intesa, di portata storica, supera i dieci miliardi di euro. 

Per blindarla, Budapest ha dovuto negoziare a lungo con la Commissione europea, e respingere l’accusa, fioccata da più parti, di essere un cavallo di Troia di Mosca in Europa, in un momento in cui i rapporti con essa volgono verso il basso: politicamente ed economicamente, a causa delle sanzioni, dovute al ruolo russo nel conflitto ucraino. Viktor Orban, pur adeguandovisi, non le ha mai digerite. “L’Europa si è sparata ai piedi”, disse un po’ di tempo fa. 

Le questioni ucraine e russa sono un fattore divisivo non solo per l’asse polacco-ungherese, se tale può definirsi, ma per l’intero Gruppo Visegrad (V4): così si chiama il foro di cooperazione che riunisce Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Nacque all’indomani della caduta del comunismo per stabilire un’andatura comune sulla via che avrebbe portato all’ancoraggio nel campo euro-atlantico. Oggi, con quell’obiettivo ormai assicurato, il V4 resta impegnato per cercare soluzioni comuni a problemi comuni. Su temi quali i migranti c’è stata forte convergenza, sia nel respingere le proposte di Bruxelles sulla loro riallocazione, sia nel perorare la causa del rafforzamento dei confini esterni dell’Ue. I paesi V4, seppure con diverse gradazioni, condividono inoltre l’idea che l’Europa non debba trasformarsi in una federazione. 

Ma, come detto, sull’Ucraina e sulla Russia la colla si è sciolta. Tutti i paesi V4 ritengono che vada rispettata la sovranità territoriale dell’ex repubblica sovietica e tutti riconoscono l’importanza della sua stabilità, visto che con essa condividono tra l’altro le frontiere, con l’unica eccezione della Repubblica Ceca (in compenso vanta la presenza di una cospicua minoranza ucraina). Ma il discorso delle sanzioni e dell’approccio alla Russia separa le strade. La Slovacchia, come l’Ungheria, è contraria alle restrizioni commerciali imposte a Mosca, che a sua volta ha stabilito un  embargo su alcuni prodotti dell’agroalimentare europeo. Di recente, a Bratislava ha fatto scalpore la firma di un accordo di collaborazione tra l’agenzia stampa di stato (Tasr) e Sputnik News, ritenuta una grancassa del Cremlino. Ma alla fine non se n’è fatto nulla, tante sono state le polemiche.  

Quanto alla Repubblica Ceca, ha al suo interno due “fazioni” che si fronteggiano. Da un lato c’è il presidente Milos Zeman, molto empatico verso il Cremlino (il suo piccolo partito sarebbe finanziato da lobbisti di Mosca); dall’altro il governo, che propende per una linea di nettezza, anche se non con i toni radicali della Polonia. A proposito della quale, c’è chi osserva un possibile paradosso in Kaczynski: timoroso della Russia e del suo revanscismo, ma protagonista di una stretta sui media di stato e sulla giustizia che, unita all’enfasi su nazione, religione e patria, mimano certi movimenti russi. Nel senso che seguono una tendenza neo-conservatrice che a Mosca domina la scena da anni. 

E così Kaczynski si (ri)avvicina a Orban, esplicito sostenitore di uno sviluppo illiberale o non liberale che dir si voglia della democrazia. In un celebre discorso sull’argomento, pronunciato nel luglio 2014, l’uomo forte di Budapest citò proprio la Russia, assieme alla Turchia, come storia di successo in cui la crescita economica e il paradigma liberale non erano andati di pari passo. 

 
Matteo Tacconi, giornalista freelance