Lo scontro istituzionale che minaccia di distruggere il Venezuela

Giovedì, 30 Giugno, 2016

Maurizio Stefanini

«Chiediamo l’abolizione di questa Assemblea nazionale. Chiediamo che l’abolizione sia accompagnata dalla convocazione di elezioni parlamentari perché sia il popolo a dire se questa Assemblea ostruzionista e violatoria della Costituzione sia quella che deve essere in carica o, al contrario, il popolo decida che tipo di Assemblea debba darsi». Annunciata in conferenza stampa dal portavoce del Gran Polo Patriótico Didalco Bolívar, l’iniziativa di chiedere al Tribunale supremo di giustizia (Tsj) lo scioglimento di un organismo che dallo scorso 5 gennaio è in mano alle opposizioni anti-regime con 112 seggi su 167 non è che l’ultima di una serie di mosse che la coalizione chavista ha tentato prima per ridurre la portata della sconfitta, poi per bloccare il procedimento di referendum revocatorio che la stessa opposizione ha intrapreso per obbligare il presidente Nicolás Maduro alle dimissioni. Alcune di queste mosse si sono rivelate sostanzialmente velleitarie. In particolare, un “parlamento comunale” composto da 600 rappresentanti di assemblee locali che è stato convocato il 15 dicembre, nove giorni dopo le elezioni e tre settimane prima della partenza della nuova Assemblea: un’istanza di cui si diceva che avrebbe potuto togliere potere ai deputati e di cui invece non si è poi saputo più niente. Altre, però, si sono rivelate piuttosto efficaci. In particolare, il prolungamento dell’ultima sessione della vecchia Assemblea nazionale in modo da nominare in extremis i 13 giudici dello stesso Tsj, che ora nel continuo braccio di ferro tra esecutivo e legislativo decide costantente in favore del primo.  

La risposta dell’Assemblea nazionale è stata quella di annunciare un voto per revocare la nomina “incostituzionale” dei giudici: anch’essa un’iniziativa platonica, visto che poi sulla legittimità del voto dovrà decidere lo stesso Tsj. Si conferma, dunque, quella previsione che il costituzionalista José Ignacio Hernández aveva formulato dopo il risultato del 6 dicembre, su uno “scontro tra treni”: «Uno scenario di tira e molla tra il Tribunale supremo di giustizia e l’Assemblea nazionale, che non è contemplato nel quadro legale e quindi non ha soluzione». In realtà, la soluzione possibile sarebbe nel referendum revocatorio, fiore all’occhiello di una Carta costituzionale che attraverso il richiamo a Simón Bolívar ambisce a riallacciarsi a modelli di democrazia diretta alla Rousseau. Anche l’Organizzazione degli stati americani (Osa) e il Parlamento europeo hanno sostanzialmente individuato in questa consultazione la soluzione per fare uscire il Venezuela dall’attuale impasse. Il processo sta venendo chiaramente ritardato, con pretesti di ogni tipo, ma è improbabile che salti. Nel momento in cui dopo il risultato elettorale in Argentina e la destituzione di Dilma Rousseff in Brasile, nella regione esiste ormai un contesto non più favorevole al governo chavista. Paradossalmente, dopo aver minacciato al momento del suo insediamento di far scattare la clausola democratica per far sospendere il Venezuela dal Mercosur, in sede di Osa è stata proprio l’amministrazione Macri a frenare il segretario Luis Almagro: un ex ministro degli Esteri uruguayano che viene a sua volta da sinistra, ma che è diventato un veemente critico di Caracas ed avrebbe voluto farlo sospendere subito dall’Organizzazione degli stati americani. Da parte sua, il governo veneuelano ha risposto chiedendo le dimissioni di Almagro. Malgrado le pesanti accuse ai suoi avversari di essere al servizio degli Usa in questo momento particolarmente difficile a Maduro, un aiuto al regime chavista è giunto proprio da Obama, che ha deciso di far ripartire il dialogo proprio in concomitanza con il vertice Osa di Santo Domingo: occasione e sede di un vertice tra John Kerry e la sua collega venezuelana Delcy Rodríguez, cui è seguito un viaggio a Caracas del sottosegretario Thomas Shannon e da ultimo anche un appello di Obama al dialogo, accompagnato però da una richiesta di rispettare il processo refererendario e di liberare i prigionieri politici. Ciò conferma che qualunque colpo di mano contro l’Assemblea nazionale o il revocatorio che vada oltre il mero ostruzionismo potrebbe portare a una pesante mobilitazione internazionale.    

Se a colpi di ostruzionismo Maduro riesce a far slittare la data del referendum a dopo il 10 gennaio 2017 a quel punto le sue dimissioni non imporrebbero più nuove presidenziali – che sarebbero presumibilmente vinte anch’esse dagli anti-chavisti – e il mandato potrebbe essere concluso con al potere un vice presidente da lui stesso nominato. Questo rallentamento, però, oltre a esasperare ulteriormente gli animi contribuirebbe a procastinare la soluzione di un problema economico che si fa ogni giorno più grave. In questo momento il Venezuela ha l’inflazione più alta al mondo, i cittadini sotto il livello di povertà sono saliti dal 52% del 2014 al 76% del 2015, l’87% dei venezuelani dice di non avere da mangiare a sufficienza, il 72% dei salari se ne va in cibo e la penuria alimentare sta iniziando a provocare assalti ai negozi. 10 saccheggi e 13 tentativi di saccheggio a gennaio; 52 saccheggi e 36 tentativi a maggio. Il regime di Chávez aveva in pratica distrutto le catene di produzione e distribuzione private in modo da far dipendere il più possibile i cittadini dai petro-dollari del governo, ma i calcoli indicano che per funzionare questo sistema avrebbe bisogno di prezzi attorno ai 118 dollari al barile, mentre oggi è fermo poco sotto i 50. Se Chávez e poi Maduro sono riusciti a limitare l’esposizione dell’export dagli Stati Uniti, che oggi assorbe solo il 20% del greggio venezuelano, un 60% va invece in India e Cina e il rimanente nel resto del mondo. Tuttavia gli invii in Cina sono in larga misure di compensazione di crediti già erogati e pure spesi.

È presumibile pertanto che la mera sostituzione di Maduro con un presidente anti-chavista non basterà da sola a riavviare l’economia se prima non si riescirà a superare la polarizzazione che ha ormai caratteri di vera e propria guerra civile strisciante.

 

Maurizio Stefanini, giornalista freelance, collabora con il Foglio, Limes.         

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