Qatar: Riyadh ha innescato una reazione a catena?

Venerdì, 30 Giugno, 2017

Cinzia Bianco

La crisi politica apertasi all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo tra fine maggio ed inizio giugno - quando Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein hanno rotto tutte le relazioni e chiuso tutti i confini con il Qatar - ha presto coinvolto l’intera regione mediorientale. Prevedibilmente, l’Egitto si è schierato con i suoi patroni politici e finanziari, gli Emirati Arabi Uniti. Gli altri due paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Kuwait e Oman, hanno optato per la neutralità, con l’emiro del Kuwait mediatore principale della crisi e gli omaniti per lo più silenziosi, anche se più volte in visita a Doha. Sebbene questo quadro restituisca di fatto una maggioranza politica a Riyadh e Abu Dhabi, gli equilibri sono diventati più che precari quando è emerso che due tra le maggiori potenze regionali, Turchia e Iran, hanno invece scelto un diverso posizionamento.

La Turchia si è schierata decisamente a fianco del Qatar. Innanzitutto ha fornito supporto al Qatar sotto semi-embargo, offrendo approvvigionamenti alimentari, per i quali Doha dipendeva da import sauditi ed emiratini. Inoltre, facendo leva su accordi siglati tra il 2014 e il 2016, il Parlamento turco ha approvato l’invio di duecento soldati in Qatar che andranno ad aggiungersi alle truppe già di stanza nell’Emirato. Una decisione con enormi implicazioni strategiche poiché, anche se a livello ufficioso, le truppe turche sarebbero state inviate per scongiurare il colpo di stato a Doha, eventualità che, secondo fonti vicine a palazzo, l’Emiro Tamim bin Hamad Al Thani teme convintamente. Le ragioni di tale decisione potrebbero facilmente essere legate ai forti interessi economici bilaterali, ma il rapporto tra Ankara e Doha va ben oltre: è una vera e propria alleanza strategica. L’AKP turco è considerato, in senso generale, la branca turca della Fratellanza Musulmana ed Erdoğan è stato un pilastro della strategia regionale di Doha per favorire l’emergere dell’Islam politico dopo le primavere arabe del 2011. Sia Ankara che Doha credono che la crisi non sia altro che un definitivo colpo di coda contro l’Islam politico, nemico di Abu Dhabi, oltre che contro il rifiuto di Doha di sottostare alle linee politiche saudite. In quest’ottica, se saltasse il governo del Qatar, Erdoğan sarebbe isolato e, nelle sue percezioni, esposto ad essere a sua volta target.

Altra reazione da segnalare è quella dell’Iran. Da una parte, Teheran ha preso atto, ancora una volta, dell’incapacità saudita di gestire contrasti interni al campo sunnita per “fare quadrato” contro il rivale geopolitico sciita. La tentazione di inserirsi nella frattura è stata espressa sia con supporto politico al Qatar, che con offerte più concrete: aprendo spazio aereo a passeggeri e beni che prima transitavano dal confine saudita e, soprattutto, fornendo autorizzazione di transito attraverso le proprie acque territoriali per l’export di gas qatarino, risorsa di sopravvivenza per l’Emirato. In una prima fase della crisi, le aperture politiche erano state misurate, calcolate e centrate sull’invito al dialogo e alla risoluzione della crisi. Probabile che il governo di Rouhani sia cosciente di trovarsi in una posizione precaria a livello internazionale, con l’amministrazione Trump convintamente nel campo saudita, e vedesse un maggiore interesse a mantenere posizioni moderate piuttosto che cercare il confronto nel Golfo. La nomina del falco anti-Iran Mohammad bin Salman a Principe Ereditario dell’Arabia Saudita, il 21 giugno, ha però cambiato il calcolo, e il Presidente Hassan Rouhani ha conseguentemente espresso un supporto più deciso all’Emiro del Qatar e una condanna più dura al campo saudita-emiratino.

In questo quadro di allineamenti singolari si è trovato il Qatar. Inizialmente il sostegno turco e l’empatia iraniana non sono stati salutati come conquiste determinanti. Posto che il ruolo turco resta fondamentale, e che l’Emiro ha pubblicamente salutato la Turchia come il miglior alleato possibile, allo stesso tempo, i diplomatici qatarioti nel mondo privatamente garantiscono che l’Emiro non aveva richiesto protezione militare turca e che l’iniziativa sarebbe stata di Ankara. Sebbene non si possa essere certi della veridicità di tali dichiarazioni, il fatto stesso che siano ripetute da più parti indica che Doha è reticente a tendere a una qualsiasi escalation. Allo stesso modo, l’Emiro ha mostrato cauto interesse nell’accettare il sostegno dell’Iran. Sa da una parte i rapporti tra i due paesi sono oggetto della crisi, e un allineamento troppo marcato fornirebbe probabilmente un ennesimo, e decisivo, casus belli. Dall’altra l’avvicinamento tra Doha e Teheran potrebbe essere usato come arma negoziale.

Il punto fondamentale è che, nonostante sauditi ed emiratini abbiano fallito nell’isolare diplomaticamente il Qatar, il giovane Emiro Tamim sembra voler trovare il compromesso con i vicini. Innanzitutto perché la geografia non si può negoziare: il Qatar è un paese davvero piccolo, il cui unico confine terrestre è con l’Arabia Saudita. Aggirare spazi territoriali, aerei e marittimi per importare beni necessari ed esportare gas alla lunga può creare grossi inconvenienti e far lievitare costi. Il Qatar è membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo dalla sua formazione 36 anni fa e larga parte della sua vita politica, economica e finanziaria è legata a quella degli altri membri del Consiglio da ben prima. Già i mercati finanziari hanno risposto a importanti timori di svalutazione del riyal qatariota. I popoli del Golfo Arabo hanno tra loro legami culturali e tribali di lunga data, con intere famiglie che vivono a cavallo di confini.

Il mediatore Kuwait punta a cercare una soluzione condivisa che salvi l’onore dell’Emiro Tamim, "sregionalizzando" il conflitto e cercando il supporto di alleati internazionali, soprattutto Stati Uniti, da cui vengono posizioni confuse e contrastanti, Francia e Russia. Se tale compromesso sarà possibile e quali saranno gli impatti a lungo termine della crisi sul CCG, restano le questioni fondamentali da porsi nel prossimo futuro.

 

Cinzia Bianco, MidEast & GCC Analyst per Gulf State Analyt (Washington D.C.) e Limes

 

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