Sicurezza: i tre fronti caldi di Mosca

Martedì, 23 Maggio, 2017

Luca Ratti

Il ruolo della Federazione Russa all’interno dell’attuale ordine mondiale rappresenta uno dei punti interrogativi più spinosi della politica internazionale contemporanea. Tale ruolo è influenzato da due variabili fondamentali. In primo luogo, il rapporto di Mosca con l’Occidente. A questo rapporto è legata a doppio filo la persistente percezione della Russia come fattore di minaccia e fonte di potenziale instabilità politica da parte del mondo occidentale o quantomeno di una sua parte. In secondo luogo, il timore russo che l’Occidente, o almeno parte di esso, abbia un interesse a indebolire il ruolo internazionale e la sicurezza della Federazione Russa e a favorirne, in ultimo, la disgregazione. A tale percezione si legano altre due questioni fondamentali per Mosca: il rapporto con la Cina e la minaccia terroristica.

Già negli anni successivi alla fine della guerra fredda, Mosca si dimostrò ripetutamente favorevole ad avviare un dialogo con l’Occidente. Tuttavia, nella visione russa tale dialogo avrebbe dovuto confermare il riconoscimento del suo status di grande potenza e riconoscerle una certa influenza all’interno dello spazio ex-sovietico. A tali tentativi non è mai corrisposto però un interesse reale da parte dell’Occidente d'integrare Mosca nelle strutture euro-atlantiche, quali l’Alleanza Atlantica o l’Unione Europea, né di riconoscere al Cremlino un ruolo di leadership sulle ex-repubbliche sovietiche o di grande potenza sul piano mondiale. Questa incomprensione ha dapprima generato e poi acuito una frattura, le cui conseguenze sono oggi alla base della rinnovata tensione nei rapporti tra Mosca e il mondo occidentale. La persistente frattura con Washington e i suoi alleati ha importanti ripercussioni anche sulle altre due variabili fondamentali per la sicurezza russa: da una parte la diffusione dell’Islam radicale anche all’interno della Federazione e la minaccia terroristica a esso legata; dall’altra, l’ascesa e le ambizioni della Repubblica Popolare Cinese.

In realtà, si tratta di tre questioni che, nella visione russa, appaiono fortemente interconnesse tra loro. Nella percezione del Cremlino, tutti gli sforzi fatti per raggiungere almeno un accordo durevole con le istituzioni occidentali hanno prodotto fino a ora risultati insoddisfacenti: anche il Consiglio NATO-Russia, creato con gli accordi di Pratica di Mare nel 2002, non è mai riuscito a promuovere una cooperazione durevole. Al contrario, tale forum è divenuto uno strumento dell’Occidente per isolare Mosca e denunciarne le politiche sul piano regionale piuttosto che uno strumento per instaurare un dialogo sincero e risolvere dispute politiche ed economiche. Nei momenti di forte tensione, come all’indomani della guerra russo-georgiana nell’estate del 2008, tale Consiglio è stato spesso sospeso o perlomeno messo in discussione piuttosto che essere attivato per svolgere la sua funzione di mediazione. 

La percezione ricorrente del Cremlino è che l’Occidente non solo abbia dimostrato un’assenza di volontà di costruire un rapporto di fiducia e collaborazione reciproca con Mosca ma abbia invece promosso iniziative, come l’espansione dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea, che indeboliscono la sicurezza della Federazione. Queste includono anche i programmi di cooperazione stabiliti dall’Alleanza con un numero crescente di ex repubbliche sovietiche; i piani di difesa convenzionale, nucleare e missilistica; il sostegno dato dall’Alleanza ai movimenti antigovernativi e favorevoli al cambiamento di regime nei Paesi confinanti con la Federazione russa; infine, l’assistenza fornita ai movimenti e ai partiti di opposizione all’interno della Russia, come la piattaforma democratica ‘Open Russia’ promossa dall’imprenditore ed ex-magnate del defunto colosso petrolifero Yukos Mikhail Chodorkovskij. 

La dottrina militare pubblicata da Mosca nel Dicembre del 2014 identifica il processo di allargamento dell’Alleanza Atlantica come la minaccia principale alla sicurezza della Federazione Russa. Le infrastrutture militari dell’Alleanza e il dispiegamento nel gennaio del 2017 di contingenti semi-permanenti sul territorio e nelle acque territoriali della Polonia e dei Paesi Baltici, in ottemperanza alle decisioni prese dall’Alleanza nel vertice di Varsavia nel luglio del 2016, sono percepiti a Mosca come una minaccia diretta e un atto di ostilità nei confronti della Federazione. All’interno di tale scenario, devono essere collocati i recenti tentativi russi di influenzare i rapporti tra l’Alleanza, il Montenegro e la Macedonia. 

Più significativamente, la deterrenza nucleare continua a svolgere un ruolo di primo piano per le autorità russe; secondo Mosca il dispiegamento dello scudo missilistico a guida statunitense anche in alcuni siti dell’Europa Orientale, come a Deveselu nella Romania meridionale, indebolisce anche le capacità nucleari della Russia. Un’altra fonte di preoccupazione per Mosca è rappresentata anche dallo sviluppo di nuove tecnologie, incluse nuove armi convenzionali e a precisione guidate e dallo spazio, così come dall’uso della guerra cibernetica per indebolire la sovranità russa e la sua indipendenza politica e integrità territoriale.

I difficili rapporti con l’Occidente influenzano anche la percezione del Cremlino delle forti spinte disgregatrici esistenti all’interno della Federazione. La dottrina militare del 2014 enfatizza anche la minaccia posta dalla strategia occidentale di destabilizzazione e di sostegno alle politiche di democratizzazione con l’obiettivo di ridurre o eliminare l’influenza di Mosca sugli stati vicini alla Federazione. Una preoccupazione ricorrente delle autorità russe è che l’obiettivo occidentale sia la sostituzione del regime di Putin con un regime più malleabile ai desideri e alle aspettative di Washington. 

Il Cremlino è inoltre fortemente preoccupato dal ruolo dell’Islamismo radicale e del terrorismo globale, come recentemente evidenziato dall’attenzione rivolta al tema dell’estremismo alla quinta Conferenza annuale sulla sicurezza internazionale, tenutasi a Mosca nell’aprile del 2016 sotto l’egida del Ministero della Difesa, e dal recente attacco terroristico dell’aprile 2017 nella metropolitana di San Pietroburgo. Forte rimane anche la preoccupazione per la situazione nel Caucaso del Nord, nonostante l’apparente legame di ferro tra l’attuale leadership russa e quella cecena. Una percezione crescente è però che esistano anche delle questioni a divedere Kadirov da Putin, come quella del ruolo delle forze paramilitari dei cosiddetti "Kadyrovtsy", che quantomeno indeboliscono la fiducia nella capacità del Cremlino di gestione del ruolo delle forze cecene negli attuali equilibri interni.

Una terza preoccupazione, anch’essa legata all’evoluzione del rapporto con l’Occidente, è rappresentata infine dal complesso rapporto della Federazione Russa con il sempre più ingombrante vicino cinese. Pechino rimane un interlocutore di primo piano per i russi e un potenziale alleato, soprattutto nel processo di stabilizzazione dell’Asia Centrale e nel tentativo d'indebolire la leadership globale statunitense e promuovere la creazione di un nuovo sistema internazionale basato sul multipolarismo e sul riconoscimento delle sfere d’influenza. Tuttavia, permane la preoccupazione di Mosca per i rischi di dipendenza finanziaria da Pechino e per i progetti cinesi sul territorio russo nell’estremo oriente, in particolar modo sulla Siberia con le sue vaste riserve d’acqua.

Il Cremlino è consapevole delle debolezze strutturali russe dovute a una  crisi demografica ormai cronica e alla forte contrazione del PIL, in seguito alla discesa del prezzo del petrolio. L’abbassamento del prezzo del petrolio e le fluttuazioni dei prezzi del gas naturale, insieme alle sanzioni occidentali, hanno fortemente compromesso le capacità russe di proseguire i piani di modernizzazione militare. Alla luce di tali debolezze, Mosca sembra voler perseguire una strategia sostanzialmente difensiva, che tuttavia non lesina in alcune occasioni puntate offensive e iniziative di stampo revisionista, laddove le circostanze lo permettano. D’altronde anche i piani di Mosca per un’occupazione militare della Crimea risalgono al 1992, ben prima dell’ascesa al potere di Putin, così come le aspirazioni russe a contrastare l’ordine mondiale basato sulla leadership americana e a indebolire il sistema regionale euro-atlantico, il cui perdurare è visto a Mosca come la causa principale della marginalizzazione della Russia dall’Europa e dell’erosione della sua influenza sulle ex-repubbliche sovietiche. Laddove nella percezione occidentale, tali iniziative sono conseguenza di una strategia aggressiva e revisionista, per Mosca esse rivestono invece obiettivi prettamente difensivi. 

Tale scenario è completato da una serie di questioni apparentemente a carattere più specificamente regionale, ma in realtà capaci d'influire sugli scenari globali con forti ripercussioni sulla sicurezza e stabilità della Federazione Russa. In primo luogo, la sicurezza delle rotte energetiche verso l’Europa. Per Mosca rimane fondamentale assicurare il transito di petrolio e gas verso i suoi acquirenti occidentali. Per questo motivo il Cremlino intende mantenere un monopolio sul transito di energia, minacciato dalla presenza americana in Asia Centrale e dalla sua proiezione verso la regione del Caucaso, e prevenire insurrezioni islamiste, e infiltrazioni terroriste. 

Anche la stabilizzazione del Medio Oriente è tra gli obiettivi primari di Mosca al fine di ridurre l’instabilità ai suoi confini meridionali e guadagnare maggiore influenza sulla scena mondiale. Il processo di democratizzazione sostenuto da Washington e dai paesi dell’Unione Europea all’interno del mondo arabo è visto invece con diffidenza dalle autorità russe. Negli ultimi anni Mosca ha potuto sfruttare le difficoltà della diplomazia americana per recuperare in parte l’influenza perduta nell’area alla fine della guerra fredda. L’intervento russo in Siria, iniziato nel 2015, ha dimostrato tanto all’Occidente quanto ai gruppi insurrezionali locali che i russi possiedono interessi e risorse sufficienti per essere un attore di primo piano nella regione. Gli accordi raggiunti con Damasco nel corso dell’ultimo anno per un’espansione delle basi militari russe di Tartus e Latakia hanno ulteriormente rafforzato la posizione di Mosca all’interno dello scacchiere medio-orientale. Una posizione strategicamente più forte che non è tuttavia scevra da rischi. L’alleanza con le forze sciite ha portato a una forte tensione con gli stati del Golfo e con la Turchia, ponendo allo stesso tempo Mosca in diretto confronto anche con Daesh ed esponendo la Russia a un maggiore rischio di attentati terroristici contro i suoi interessi o sul territorio russo. 

Infine, prevedibilmente il rapporto con l’Asia continuerà ad assumere un’importanza sempre maggiore per il Cremlino. Le autorità russe, sebbene ancora ispirate da una logica prevalentemente eurocentrica, sono consapevoli del crescente ruolo del continente asiatico non solo alla luce del suo potenziale per controbilanciare l’Occidente, ma anche in considerazione della graduale perdita dell’importanza di quest’ultimo, soprattutto a livello manifatturiero e commerciale. Limitare il ruolo americano è stata una preoccupazione costante di Mosca anche nel continente asiatico. Dagli anni Novanta dello scorso secolo la Russia ha cercato, sebbene con limitati successi, di costituire un consenso anti-egemonico nella regione insieme alla Cina e all’India. Allo stesso tempo, nonostante le relazioni sostanzialmente positive con Pechino, il Cremlino ha osservato con timore la crescita del potenziale, delle aspirazioni, e degli obiettivi di lungo termine di Pechino, in particolare il progetto della nuova "Silk Road". 

La preoccupazione di Mosca è che Pechino possa sostituire la Russia come principale antagonista alla leadership mondiale degli Stati Uniti, lasciando Mosca in una posizione marginale. Per questo motivo, nonostante le tensioni persistenti con Washington, i leader russi non sono contrari a una presenza americana in Asia che controbilanci le aspirazioni cinesi. Anche in questo caso nella visione russa tali interessi e la conseguente strategia sono prevalentemente difensivi: contenere gli Stati Uniti e la Cina, mantenere l’influenza russa nella regione, erodere le alleanze a guida americana, ma evitare il coinvolgimento diretto in conflitti locali. L’elezione della nuova amministrazione a Washington non dovrebbe aver mutato gli interessi strategici russi. È verosimile che nei prossimi anni Mosca cercherà di massimizzare la sua influenza sulla scena internazionale, cercando di raggiungere un accordo con l’Occidente che riconosca alla Russia una sfera d’influenza a ridosso dei suoi confini, come garanzia della sicurezza della Federazione, in cambio di una collaborazione a livello globale. Un tale accordo legittimerebbe l’annessione della Crimea, una forte influenza sull’Ucraina e le aspirazioni di grande potenza della Russia, evitando il dispendio di risorse in una competizione su scala globale con gli USA.

 

Luca Ratti, Università Roma Tre e American University of Rome


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